MANOVRA E FAMIGLIE/ Il rischio flop dell’Assegno unico e degli aiuti alle donne

- Alessandra Servidori

Il nostro Paese non ha brillato ultimamente per le politiche per la famiglia. E anche ora rischia un flop nonostante gli annunci

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LaPresse

Fare chiarezza per superare la logica della frammentarietà e dell’emergenza che troppo spesso hanno accompagnato le politiche per la famiglia nel nostro Paese e in capo a Inps non è agevole. La manovra di bilancio per il prossimo anno si aggira sui 40 miliardi, in parte a disavanzo e in parte coperti dai fondi del Next Generation Eu. L’utilizzo di questi fondi lo troviamo nella Nadef con una tabella specifica che indica come nel 2021 i fondi utilizzati sarebbero pari a 25 miliardi, ma 11 di questi, costituiti da prestiti, andrebbero a coprire metà circa dell’aumento dell’indebitamento netto valutabile in 22 miliardi. Fondi non aggiuntivi dunque ma sostitutivi. I miliardi derivanti dalle sovvenzioni, secondo quanto indicato dal Governo, saranno indirizzati a investimenti.

Se le risorse del Next Generation Eu arriveranno, come indicato dalla Nadef, restano comunque pochi i finanziamenti nella manovra di bilancio prospettata per altre misure come l’Assegno unico alle famiglie su cui non ci sono indicazioni di risorse. Ricordiamoci che il nuovo assegno unico sostituisce per i lavoratori dipendenti e per i pensionati l’assegno oggi esistente (Anf), misura soggetta al reddito familiare. Il nuovo assegno sarà invece determinato in base all’Isee e l’importo del finanziamento aggiuntivo alla nuova misura dovrebbe essere tale da non produrre perdite per i lavoratori dipendente che oggi usufruiscono dell’Anf.

Il Governo, che deve ancora predisporre il decreto, deve rifarsi al buon esempio rappresentato, in Europa, da Paesi come la Germania, dove l’importo dell’assegno è superiore ed è destinato a tutti i nuclei familiari. Il successo dell’assegno unico e universale dipenderà molto sia dalle risorse destinate, sia da come la misura verrà effettivamente implementata perché vari Paesi europei mostrano che attraverso un sostegno economico solido, con una parte universale adeguata, è possibile dare un impulso immediato alla natalità. Un aspetto, questo, tutt’altro da sottovalutare in un Paese come l’Italia, dove nel 2020 i decessi (746 mila) hanno superato le nascite (404 mila).

L’obiettivo primario è di sostengo alla genitorialità e al benessere dei minorenni e occorre trovare un’universalità, senza distinzioni e selettività troppo pronunciata a scapito dei ceti medi: se quella dell’assegno unico universale deve essere una riforma epocale, bisogna modellare questo strumento in modo che lo sia davvero, rendendolo accessibile a tutti, con risorse adeguate.
Famiglia significa soprattutto occupazione femminile e dobbiamo essere consapevoli che l’obiettivo del 68% non è realisticamente raggiungibile se non si mette in campo una strategia mirata su quel nodo.

Le linee guida del Governo parlano genericamente di parità di genere e di “valutazione di impatto sul genere” per tutte le misure, nonché di formazione, occupabilità e autoimprenditorialità. Nella parte dedicata alle riforme a supporto si dice di voler favorire i percorsi di digitalizzazione dei luoghi di lavoro  e la flessibilità oraria per bilanciare le esigenze produttive dell’impresa con i bisogni di conciliazione. Vanno concretizzati, tenendo sempre insieme il binomio servizi/organizzazione del lavoro: da una parte, vanno rafforzati i servizi all’infanzia e agli anziani con obiettivi quantitativi di copertura, dall’altra, vanno promosse su larga scala misure di conciliazione sui posti di lavoro (flessibilità e riduzione oraria, ecc.) che non possono che realizzarsi tramite la contrattazione collettiva aziendale e territoriale, da incentivare in questa direzione.

Vanno quindi destinate significative e specifiche risorse al Fondo per implementare la conciliazione vita-lavoro.

Bisogna essere consapevoli che malgrado il ruolo che la famiglia riveste nell’organizzazione sociale e l’apporto che essa arreca al sistema pubblico di welfare state, i trasferimenti finanziari si dirigono verso altri obiettivi e non privilegiano la famiglia in quanto tale e soprattutto sono confusi e tutti da gestire in capo a Inps. Abbiamo così interventi a favore dei soggetti non più autosufficienti, dei malati, degli invalidi, degli anziani, dei poveri, ma manca completamente una politica organica di sostegno alle famiglie.

Non esiste in Italia un genuino sistema di tassazione del reddito fondato su un’imposta progressiva (poiché molti redditi godono di un regime separato), è evidente come la famiglia finisce per ricevere un trattamento poco coerente con l’effettiva capacità contributiva dei suoi componenti, ove si tenga conto della porzione di reddito che viene assorbito dalla cura e dall’educazione dei figli o di un coniuge disoccupato.

Anche la spesa sociale ha bisogno di riordino, per evitare che si possa beneficiare contemporaneamente di più sostegni economici. E il Reddito di cittadinanza deve innestarsi sull’esigenza che il beneficio sia reso selettivo e controllato per scardinare i tanti abusi, sia nell’individuazione delle situazioni di effettivo bisogno personale e familiare, sia nella capacità di accompagnare misure economiche di sostegno, temporanee, con politiche e strumenti di effettiva “attivazione”, come in altri Stati, grazie a sistemi di collocamento e di politiche attive del lavoro assai più efficienti e professionalizzati dei nostri a oggi ancora confusi e incerti.

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