MANOVRA E LAVORO/ La formazione e i sostegni che ancora mancano

- Massimo Ferlini

Con la Legge di bilancio verranno affrontati temi importanti, ma per quel che riguarda il lavoro sembra mancare qualcosa

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Si è aperto il dibattito sulla Legge di bilancio con il Documento programmatico di bilancio approvato la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri. Per quanto riguarda il capitolo lavoro vi sono proposte che affrontano temi caldi, pensioni e Reddito di cittadinanza, e anche le previsioni legate alle valutazioni di impatto che le scelte fatte avranno sulle variabili macroeconomiche del sistema. Per quanto riguarda quelle legate all’occupazione, l’orizzonte non è dei migliori. Avremo sicuramente una ripresa di occupati e già alla fine dell’anno dovremmo tornare al livello pre-pandemia. Se però teniamo presente che il Paese ha necessità di incrementare sensibilmente il tasso di occupazione complessivo (entro cui pesano i forti deficit di donne e giovani) vediamo che i risultati saranno possibili solo con accompagnamento di riforme sul mercato del lavoro e a partire dal terzo anno del Pnrr.

È il tempo necessario al dispiegarsi degli effetti dei grandi investimenti programmati, ma legato anche alla necessità di superare strozzature che già oggi, all’inizio della ripresa della domanda di beni, frenano la capacità di aumentare la produzione al livello necessario. Si tratta di uno dei lasciti dell’asimmetria della crisi determinata dalla pandemia. Ha agito contemporaneamente azzerando la domanda di beni e servizi in alcuni settori mentre ha reso indispensabili altri. Nello stesso tempo, bloccando la mobilità, ha reso obsolete alcune catene di forniture. 

La domanda di beni e servizi ha toccato il minimo a settembre dell’anno passato ed è oggi tornata ai livelli più alti del periodo pre-crisi. La difficoltà a rispondere alla ripresa della domanda è dovuto soprattutto alla carenza di capacità produttiva, alla mancanza di materiali e componenti per la produzione. Ma a questi fattori si affianca una carenza di personale, il che ci indica una delle difficoltà che incontreremo per ottenere un deciso incremento dell’occupazione.

Questo risultato ha molte spiegazioni. La principale è quella legata al mismatching esistente fra competenze esistenti ed esigenze delle imprese. A questo però si sommano altri fattori che hanno trovato nel periodo di lockdown un’accelerazione. 

Per molti lavori è diventato più evidente lo scarto fra l’importanza sociale del ruolo giocato e la bassa considerazione salariale. Nello stesso tempo per alcune zone del Paese, con costo della vita particolarmente basso, una demagogica distribuzione di ristori e sostegni al reddito contro la povertà ha creato situazioni in cui lavorare rende meno che lasciarsi mantenere dai sussidi pubblici. Non va inoltre ignorato che il lockdown ha permesso ad alcuni di provare diverse attività autonome portando a scegliere di lasciare il lavoro tradizionale per provare a trasformare in attività quelli che prima rimanevano hobby marginali.

Le decisioni indicate al capitolo lavoro della proposta di scelte per il bilancio 2022 sono però lontane dall’affrontare questi nodi. Sono tre i temi principali delineati. In primo luogo, viene posto il tema delle pensioni. Dovendo affrontare entro fine anno la scadenza della normativa di Quota 100 si avanzano ipotesi per lasciare degli scivoli (Quota 102 e poi 104) ma più compatibili con l’equilibrio economico del sistema pensionistico complessivo. Viene poi delineato un percorso per superare il sistema di Cig motivata dal Covid per rientrare nel modello pre-pandemia e affrontare la riforma degli ammortizzatori sociali e dell’assegno di disoccupazione in un ridisegno organico di tutti gli strumenti collegati. Vi è infine il tema del Reddito di cittadinanza. Tutti dicono che va rivisto, ma sul come la discussione resta aperta.

Sono sicuramente i tre temi principali da affrontare per il peso economico che rivestono e perché a questo deve rispondere il bilancio per l’anno prossimo. Anche per liberare risorse e sostenere le riforme indispensabili affinché il Pnrr possa dare il massimo contributo sul fronte occupazionale. Se però teniamo presente lo scenario macroeconomico che accompagna il provvedimento possiamo mettere in rilievo tre osservazioni.

Abbiamo visto come già oggi vi sia un imbuto nel reclutamento della manodopera necessaria. Le trasformazioni indotte dalla digitalizzazione, dal passaggio a metodi di produzione sostenibile e all’economia circolare determineranno fasi di transizione nelle vite di lavoratori e imprese. Serviranno passaggi di formazione per mantenere le proprie capacità professionali e per acquisirne di nuove. La messa in moto del modello operativo con cui si vuole affrontare questo tema è urgente se non vogliamo aggravare le difficoltà del sistema produttivo.

In secondo luogo, servono servizi capaci di assicurare assistenza e supporto a chi vivrà le fasi di transizione. La riforma degli ammortizzatori sociali e dei sostegni al reddito per chi perde il lavoro è determinante se accompagnata da servizi al lavoro che si prendono in carico le persone per accompagnarle verso una nuova occupazione. Non si può rischiare di ripetere la fallimentare esperienza dei navigator altrimenti anche i nuovi ammortizzatori si ridurrebbero a sussidi.

Ultima osservazione è rivolta ai partiti che sostengono il Governo. È evidente che le scelte di riforme e risparmi necessari per affrontare la nuova fase portano a mettere in discussione anche scelte fatte dai partiti nella recente legislazione. Se ciascuno fa diventare questione identitaria e di bandiera ogni scelta, si tratti del Reddito di cittadinanza o di Quota 100 o dei bonus per le facciate dei palazzi, si tradisce lo spirito con cui il Paese ha indicato di voler affrontare la riuscita del Next Generation Eu. Si tratta per tutti di scegliere di stare dalla parte della responsabilità e della capacità di affrontare i problemi che oggi si pongono senza rimanere legati al passato.

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