MES/ L’Italia può bloccare una riforma che non ha niente di “europeo”

- int. Agustín José Menéndez

Se passa la riforma del Mes, si rischia che la ristrutturazione del debito italiano diventi una profezia autoavverata

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Olaf Scholz, Christine Lagarde, Paolo Gentiloni e Bruno Le Maire (LAPresse)

La ristrutturazione del debito italiano se passa la riforma del Mes? Una profezia che si autoavvera, spiega al Sussidiario Agustín José Menéndez, docente di diritto pubblico e comparato nell’Università Autonoma di Madrid. Il vincolo esterno non è mai stato così pervasivo e obbligante. “Prima o poi, la Bce smetterà di fare acquisti, quando meno di farlo ai livelli attuali – dice Menéndez –. In quel momento, o i conti di tutti gli Stati saranno in ordine o non lo saranno. Nel secondo caso, molto più probabile, il Mes sarà l’unica via di uscita per gli Stati ancora in forte disavanzo”. Una riforma contraria all’interesse di tutti e ad ogni presunta “solidarietà” europea, visto che è destinata ad indebolire chi è o sarà più debole.

Per capire meglio, siamo partiti dall’esito dell’ultimo Eurogruppo, che ha dato il via libera alla riforma del Fondo salva-Stati. La prossima tappa è fissata per il 9 dicembre, quando il parlamento si pronuncerà sulla comunicazione del premier Conte in vista del Consiglio europeo del 10-11 dicembre.

Il ministro Gualtieri ha detto che l’introduzione delle clausole di azione collettiva single limb (una novità della riforma) non implica nessun rischio di ristrutturazione del debito nell’area euro. È vero? O piuttosto è vero il contrario?

Mi sembra che il problema delle clausole di azione collettiva, doppie o singole, non risieda tanto in ciò che prevedono, ma in ciò che segnalano o accennano. Vale a dire: di fronte a un’ipotesi di ristrutturazione del debito, si devono stabilire le modalità di tale operazione. In altri termini, il fatto che uno Stato ritenga, anche solo come ipotesi, di poter essere inadempiente e si prepari a tale eventualità, può essere preso come prova che tale possibilità non è affatto da escludere.

Le ricadute?

Immediate. Gli inglesi parlano dei “self-fulfilling prophecies”. Meglio evitarle. Certo, in determinate condizioni, per esempio una storia fiscale travagliata, le Cac possono ridurre i costi dei prestiti. Ci sono, tuttavia, buone ragioni per credere che nell’Eurozona possano avere l’effetto contrario, date le sue asimmetrie e complessità.

Le clausole si possono considerare il cuore della riforma del trattato?

Va ricordato che già nel 2011 si era deciso che tutte le emissioni di debito dell’Eurozona avrebbero incluso Cacs dal 2013. Quello che ora potrebbe cambiare è la maggioranza dei debitori necessaria per avviare una ristrutturazione del debito.

In che cosa consisterebbe la novità?

Con la riforma sarà sufficiente la maggioranza dei detentori del debito nel suo insieme, senza che sia necessaria una maggioranza dei detentori nelle sottocategorie di ogni emissione (diverse scadenze, interessi, ecc., ndr). Se ristrutturare diventa più facile, si rischia di far impensierire i cosiddetti mercati finanziari. Fino a quando la Bce compra debito a destra e a manca, poco importa. Ma in uno scenario diverso, il messaggio è quanto meno ambivalente.

In che modo la riforma del trattato cambia la sorveglianza e l’iniziativa sul debito pubblico?

Formalmente, non cambia nulla. Sostanzialmente, cambia tutto. Per due ragioni. La prima sono i nuovi poteri che si conferiscono al Mes, che, per essere pronto ad intervenire a sostegno della stabilità dell’Eurozona, può controllare in maniera sistematica e continua la situazione macroeconomica e finanziaria degli Stati. Una Commissione-bis, insomma.

La seconda ragione?

È la limitazione del sostengo precauzionale agli Stati con finanze pubbliche “solide”, secondo quanto descritto nell’allegato III al trattato. Ovvero le solite regole fiscali di Maastricht, riviste nelle riforme degli ultimi anni.

Risultato?

Il risultato è un “ranking” degli stati, classificati in serie A, serie B e serie C. Tutto nelle mani del Mes, definito esplicitamente come una istituzione “che effettua l’analisi e la valutazione dalla prospettiva del prestatore”.

La Bce potrebbe diminuire gli acquisti con l’obiettivo di attivare il Mes?

Prima o poi, la Bce smetterà di fare acquisti, quando meno di farlo ai livelli attuali, pari al 75% del debito pubblico emesso in questi ultimi mesi. In quel momento, o i conti di tutti gli Stati saranno in ordine o non lo saranno. Nel secondo caso, molto più probabile, il Mes sarà l’unica via di uscita per gli Stati ancora in forte disavanzo. Per determinare quali potrebbero essere tali paesi, basta dare un’occhiata alle previsioni economiche per i prossimi cinque anni.

Ma allora qual è l’obiettivo politico della riforma?

Direi che fino a un certo punto si tratta di una questione secondaria. Quello che ci deve preoccupare sono le conseguenze, indipendentemente della volontà dei negoziatori. Un anno fa, questa riforma creava un fortissimo rischio di aumentare le divergenze all’interno dell’Eurozona, “giuridificando” ancora di più la distinzione fra categorie di paesi.  Adesso si aggiunge la reintroduzione delle “condizionalità” nell’accesso al finanziamento del disavanzo pubblico, in sospeso dalla fine di marzo di questo anno con il Pepp (Pandemic Emergency Purchase Programme). Insomma, una mutazione in più del vincolo esterno, ogni volta più asimmetrico.

È una riforma che dopo la pandemia di Covid-19 ha ancora senso?

L’Eurozona ha due grossi problemi davanti a sé: come evitare che la diversa forza economica degli Stati porti alla disintegrazione dell’Eurozona, e cosa fare con un settore finanziario che potrebbe entrare in profonda sofferenza nei prossimi mesi. Invece, eccoci qui a parlare di una riforma del Mes che era già profondamente disfunzionale un anno fa. Adesso lo è ancor di più.

Che rapporto c’è tra Mes riformato e sistema bancario nazionale?

Questo è l’altro grande nodo della riforma, nella misura in cui si vuol fare del Mes il backstop del Single Resolution Fund. Alcuni vedono in questa mossa un intento di “mutualizzazione” delle colossali perdite di certe grosse banche europee.

E lei cosa vi vede?

A me sembra molto più preoccupante che, di fronte alle indicazioni ripetute delle banche centrali nazionali sul grande rischio di sofferenze bancarie nei prossimi mesi, l’unica risposta sia riscaldare la riforma di uno strumento inadeguato.

L’Italia va incontro alla ristrutturazione del debito?

Non ho la sfera di cristallo. Posso soltanto dire che se non fosse per le assurde regole ancora vigenti nell’Eurozona, in particolare il divieto di monetizzazione del debito pubblico, nessuno si porrebbe il problema, come nessuno si chiede se il Giappone ristrutturerà il suo debito. Questo non vuole dire, però, che sia una buona idea spendere male i soldi pubblici, né che invece di riscuotere le tasse basti emettere debito pubblico. Le disuguaglianze sono un problema fondamentale che richiede più solidarietà, e quindi un sistema tributario veramente progressivo. Per ragioni anche funzionali.

Qual è secondo lei l’obiettivo dell’attuale governo italiano?

Non lo so, e forse non è neanche così importante saperlo. Il dato di fatto è che tutti i governi dei paesi della periferia dell’Eurozona – Francia inclusa – sbagliano ad accettare una riforma che certamente è contraria all’interesse di tutti, ma che indebolisce ancora di più quelli che erano già deboli. In più si sommano altri fattori.

Ad esempio?

Non aiuta la valutazione, entusiastica senza fondamento, del Recovery Plan, manifestamente insufficiente per fare fronte alle sfide dei prossimi mesi e troppo legato al paradigma della condizionalità. Purtroppo i governi del sud dell’Europa sono deboli e forse tanti consiglieri sono culturalmente subalterni.

Si può ancora fermare tutto questo?

Basterebbe che un parlamento nazionale dicesse di no. Ma va detto che in nessun altro paese dell’Eurozona eccetto l’Italia la questione viene discussa. Soffriamo un tremendo deficit d’attenzione paneuropeo. Il Mes viene considerato una questione tecnica, dimenticando che questa riforma ha fortissime implicazioni politiche.

(Federico Ferraù)

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