IL CASO/ Tubercolosi: il rischio è reale, ma non parliamo di untori

Ha creato allarme la notizia di 13 bambini in una scuola milanese malati di Tbc. MARIA EVA VIRGA ha contattato Marino Faccini, responsabile malattie infettive Asl di Milano

04.03.2011 - Maria Eva Virga
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Foto: Imagoeconomica

La crescita dei flussi migratori ha riportato in Italia malattie che sembravano scomparse. Una di queste è la tubercolosi, per la quale nel nostro Paese non si effettua nemmeno più il test con regolarità da circa trent’anni. Ma che, invece, a livello mondiale, resta una delle malattie infettive più frequenti e più gravi, con 9,4 milioni di nuovi casi, secondo i dati del 2008 dell’Organizzazione mondiale della sanità. In realtà già a maggio dell’anno scorso il Ministero della Salute aveva diffuso a Regioni e Province Autonome le raccomandazioni per il controllo della tubercolosi tra gli immigrati tratte dal documento finale della “Consensus Conference su Tbc e immigrazione”, che era stata organizzata addirittura due anni prima, nel 2008, a Roma dalla Società italiana di medicina delle migrazioni (collegata alla Caritas).

Di recente la tubercolosi ha fatto notizia a Milano, perché non è stata riscontrata più solo in alcuni stranieri, ma si è manifestata in alcuni bambini frequentanti una scuola elementare. Una “novità” che ha ovviamente preoccupato molti. “La tbc è una malattia seria, ma dalla quale, almeno in Italia, si può guarire”. A dirlo è Marino Faccini, responsabile malattie infettive Asl di Milano, che spiega a IlSussidiario.net come la si può conoscere e combattere: “Innanzitutto, responsabile della tubercolosi è un batterio (non un virus) chiamato Mycobacterium tuberculosis (o bacillo di Koch, dal nome del medico tedesco che la scoprì nel 1882, ndr), che entra nel corpo dalle vie respiratore e di solito va nei polmoni. Gli anticorpi generalmente riescono a debellarlo. Se invece si sviluppa l’infezione, ciò accade in circa due mesi e durante questo periodo chi la contrae non è contagioso”. Ci possono essere poi due sviluppi: “Il bacillo rimane nel corpo anche tutta la vita, ma senza sintomi e senza essere contagiosi”, continua Faccini, “oppure si sviluppa la malattia, soprattutto quando le difese immunitarie si abbassano. A quel punto si diventa contagiosi”.

La tubercolosi può essere polmonare o extrapolmonare (colpire i reni o le ossa, ad esempio). “In quest’ultimo caso non è contagiosa”, precisa Faccini. Nonostante la malattia sia assente da parecchi anni dall’Italia, i sintomi sono ancora noti perché esiste ancora qualche “nonno” che l’ha contratta. All’inizio non si distinguono da quelli, ad esempio, di una normale influenza: tosse, febbre, inappetenza. “Il dubbio deve venire se non vanno via dopo parecchi giorni e nonostante l’assunzione di antipiretici o antibiotici”, spiega Faccini.

Come si “prende” la tbc? Dalle secrezioni respiratore (tosse, starnuti) o dalle goccioline di saliva infette di un malato. Il rischio di contagio è più elevato per chi sta vicino al malato per molto tempo. “In linea generale i bambini sono meno contagiosi rispetto agli adulti”, rassicura Faccini “e poiché i casi conclamati riguardano bambini piccoli, è evidente che sono stati contagiati di recente”.

L’obiettivo dei medici dell’Asl di Milano oggi è quello di trovare la fonte di contagio. “Dietro consenso dei genitori abbiamo innanzitutto effettuato il test tubercolinico (o Mantoux) nelle scuole interessate, che consiste in una piccola puntura sul braccio. I risultati, consegnati dopo 48-72 ore a ogni famiglia, hanno fatto riscontrare, in alcuni casi, delle positività”. Chi è risultato positivo al test è stato poi invitato, caso per caso, a effettuare una radiografia del torace a Villa Marelli (centro specializzato dell’Ospedale di Niguarda di Milano) e forse dovrà assumere, per qualche mese, un farmaco preventivo che verrà indicato, se necessario. Forse, perché, spiega ancora Faccini, “la tubercolosi è una malattia infettiva molto complessa e può svilupparsi in modo diverso da persona a persona. Il test, comunque, è innocuo e il farmaco è molto tollerato”.

 

Solitamente poi si effettua un richiamo del test dopo due mesi, cosa che è già avvenuta nella Scuola Leonardo da Vinci, dove sono partiti i primi casi. Dimentichiamoci però i sanatori di inizio ‘900. La terapia, per chi risulta malato, normalmente consiste nell’assunzione di un’associazione di farmaci: rifampicina, isoniazide, e pirazinamide per 6 mesi, in combinazione con etambutolo o streptomicina, che nei primi 2 mesi ha dimostrato di ottenere tassi di guarigione maggiori del 95%. Dunque un trattamento lungo, ma sicuro. E non è detto che sia necessario il ricovero. Anzi, dopo un primo ciclo è possibile anche tornare alle normali attività. Spaventarsi è lecito, ma guarire, nelle buone condizioni igienico-sanitarie italiane, è altrettanto certo. E perciò è anche inutile dare la caccia ad eventuali “untori”. “Dobbiamo sempre ricordarci”, sottolinea a proposito Faccini, “che la malattia non è un castigo e perciò nessuno ne ha colpa”.

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