RACCONTI A MILANO/ Ci si può candidare alle elezioni per curare un vaso di gerani?

- La Redazione

MARIA ROSA TOFFOLETTO, con il suo racconto Gerani contenuto in Vacanze Milane – La città della cura, cura della città, ci porta nel vero cuore di Milano e dei suoi abitanti

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Targhe alterne Palermo (Infophoto)

IlSussidiario.net pubblica tre racconti in tre puntate, tratti da Vacanze Milane  – La città della cura, cura della città, terzo volume del progetto “Le nuove meraviglie di Milano”, curato da Luca Doninelli per il Centro Culturale di Milano. “La rinascita delle città, la conservazione dei tesori della letteratura antica, il fiorire dei commerci, il sorgere di istituti di credito non si spiega solo con il calcolo degli interessi: solo la larghezza di un dono può produrre le premesse di un’esperienza umana collettiva come una civiltà. Le condizioni politiche, economiche e culturali del tempo presente ci obbligano, oggi, a tornare con rinnovato interesse all’alba dell’Occidente, e non più al suo tramonto. Su questa speranza, confortata da mille segnali positivi, si fonda lo sguardo, mio e dei miei compagni di cammino, sulla nostra amata città” (dall’introduzione di Luca Doninelli al volume). 

Dopo Il beige”, di Paola Caronni, e “S. Vito al Pasquirolo, Diocesi di Chersoneso, Largo Corsia dei Servi, Mosca, di Tatiana Piras, “Gerani”, di Maria Rosa Toffoletto, contiene la parola conclusiva di tutto il percorso del libro: gratuità. Non c’è città senza cura dell’uomo e non c’è cura dell’uomo (del suo corpo, delle sue relazioni umane, del suo lavoro e così via) senza l’esperienza del dono.

Avevo dei bei gerani, parigini. Dodici vasi lunghi 50 cm., con due piante ciascuno, appoggiati sul davanzale  del terrazzo. Ogni primavera li tiravo fuori dal loro rifugio invernale, rimuovevo la terra aggiungendone della nuova, sostituivo quelli morti con piantine vive. Li compravo da un venditore specializzato nei gerani. Andavo da lui perché nessuno ne aveva così tanti e così belli. A metà marzo la serra era già piena: una distesa di piante dalle foglie verdi, turgide, nuove. I gerani stanziali formavano grandi macchie di colore, rosa pallido, rosso più intenso, carminio, viola, bianco. I parigini no, erano tutti verdi. Bisognava carpirne il colore da qualche piccola striatura colorata racchiusa nei boccioli verdi come le foglie. Sì, questi sono rossi! Poi magari venivano fuori rosa.

Ogni anno pensavo: quest’anno li metto alternati, uno rosso, uno rosa. Poi finiva sempre che li compravo tutti rossi. Qualcuno rosa si intrufolava per sbaglio. Ma niente era più bello di quella massa di gerani rossi che si protendeva dal davanzale del terrazzo, ogni vaso  una nuvola rossa che si allargava allacciandosi a quelli vicini. Era la casa più bella proprio per via di quei gerani. Certo li curavo per tutta l’estate. Toglievo i secchi perché quelli nuovi potessero sbocciare indisturbati, li riparavo con la tenda nelle ore più calde perché il sole non li bruciasse, alla sera li bagnavo e li concimavo con cura. Mi ripagavano generosamente: ogni volta che tornavo a casa  un guizzo di bellezza gratuita mi accoglieva.

Quando ho traslocato li ho portati con me. I vasi li avevo fatti mettere nel preventivo del trasloco. Quando avevano già caricato tutto e io mi stavo allontanando in macchina verso la nuova casa, mi sono tornati alla mente i gerani. Ho girato la macchina e sono tornata subito indietro: i gerani! Così li hanno caricati per ultimi e scaricati per primi: i miei magnifici gerani splendenti nel rigoglio estivo salgono al secondo piano nel terrazzo del mio nuovo appartamento, la piattaforma trasformata in un’isola rossa che s’innalza verso il cielo. Sono i primi ad essere sistemati nella nuova casa. Dodici portavasi di metallo di ottima qualità e di prezzo adeguato li accolgono per tutta la lunghezza del balcone. Sembra così bella questa casa nuova da questo terrazzo abitato dai gerani! Posso starmene seduta a riposare mentre i traslocatori fanno il loro lavoro. I gerani festeggiano il germe di novità di un nuovo inizio nello strappo dal passato che fa soffrire. 

Dopo qualche tempo si ammalano. Comincia una foglia. Ingiallisce in un momento in cui non dovrebbe ingiallire. La stacco cercando di non farci caso. Poi un’altra, un’altra ancora. Poi compare un buchino, un altro, un altro ancora: la coccinidia. Subito il trattamento. La pianta malata e quelle vicine, in via preventiva. Ma, ahimè, la malattia si estende senza che riesca a contrastarla efficacemente. I fiori ci sono ancora, ma più radi. Le foglie, bucate, ingialliscono. Sarà il caldo eccezionale. Rimedio drastico: potatura generosa delle foglie malate e disinfestazione massiva. Qualche debole segno di ripresa che inizialmente illude, poi il tracollo. L’estate sta finendo, le piante non si sono riprese. Tanto vale lasciarle fuori, anche se debolmente riparate per l’inverno. Per la prossima primavera non se ne salverà nessuna. Il balcone desolato è una sequenza di portavasi di ottimo metallo, vuoti.

Ma perché? Mio marito dice “Sarà l’inquinamento”. “Quale inquinamento?” “Ma sì, l’inquinamento delle macchine ferme al passaggio a livello”. Si, perché questa via in cui siamo venuti ad abitare, in centro, lunga circa 100 metri, da una parte conduce, attraverso una grande piazza, all’asilo, al comune e alla stazione e dall’altra prosegue attraversata da un passaggio a livello delle Ferrovie Nord Milano.

Questo passaggio a livello provoca degli ingorghi di traffico degni di una metropoli, bloccando molte volte in un’ora il flusso delle macchine, dal mattino alle 5,15 alla sera alle 24. Il traffico, placido e scorrevole,  davanti all’ostacolo si blocca, impennandosi, come la piena di un fiume che dilaga in tutti gli spazi che riesce a penetrare. Così le macchine, bloccate in lunghe code, rapidamente invadono e ostruiscono  anche le strade affluenti e tutti sono costretti a fare i conti con questo dannato passaggio a livello, anche quando non lo devono attraversare direttamente.

Gli autisti al volante, fermi nella coda sotto casa nostra, ne approfittano per sentire la radio, telefonare, leggere il giornale, guardare le vetrine dei negozi delle via, fino a quando, esasperati, si mettono a suonare il clacson all’impazzata, per fare pressione forse sul sindaco e sul capo-stazione, che fanno orecchio da mercante. Tutti questi rumori salgono e si infiltrano nella nostra casa. Ci deve essere un effetto acustico di amplificazione dovuto al rimbalzo delle onde sonore sulla parete della casa di fronte. Noi sentiamo tutto, come se qualcuno, senza gridare, parlasse in casa. Sembra di essere al teatro di Epidauro dove, seduti sui gradoni più alti, in un bellissimo tramonto estivo, sentivamo distintamente due persone che parlavano sul terreno, in fondo.

La faccenda del passaggio a livello, alle ultime elezioni, ha diviso il paese. So di alcune famiglie i cui componenti hanno ferocemente litigato per questo. Un candidato sindaco aveva fatto della questione del passaggio a livello il punto forte del suo programma elettorale: niente sottopassi, che tutti i paesi intorno si erano già affrettati a costruire per poter tornare a una vita normale, bensì l’interramento. Tutti hanno fatto i sottopassi. Noi no, noi, per il nostro breve tratto, l’interramento! Il candidato sindaco in questione non è stato eletto, ma la nuova giunta non ha fatto né l’interramento né il sottopasso, perdendo i fondi già stanziati dalla Regione. Risultato: ci teniamo il passaggio a livello oppure sfruttiamo i sottopassi dei paesi vicini, allungando  di molto i percorsi.

Tutti gli abitanti di questo paese conoscono gli orari dei treni, anche quelli che non prendono mai il treno per andare a Milano. Si attrezzano con giornali e libri da leggere, telefonate da fare o mail da spedire nel maledetto ma, ahimè, molto frequente caso in cui le sbarre si abbassino proprio poco prima che riescano a passare.

Non so come saranno i miei gerani alla prossima primavera comunque alle prossime elezioni voterò il candidato con un unico sicuro punto in programma: il sottopasso, subito, a tutti i costi. Altrimenti non voto e convinco tutti quelli che conosco a non votare. Oppure mi candido. Non posso vivere senza gerani.

 

(Maria Rosa Toffoletto)







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