MILANO & MEETING/ Il duomo, così l'”infinito” ha foggiato il marmo di Candoglia

- Martina Saltamacchia

Il grande cantiere dal quale sorse la cattedrale meneghina, spiega MARTINA SALTAMACCHIA presentando la mostra della Cdo, fu ben lungi dal rappresentare un’opera fine a se stessa

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Il Duomo di Milano (InfoPhoto)

A partire dalla fine del Trecento, grandi blocchi di marmo marchiati AUF (Ad Usum Fabricae) si potevano scorgere sulle acque dei navigli lombardi. Erano i blocchi condotti nel cuore di Milano da Candoglia, nei pressi del Lago Maggiore, dove il principe Gian Galeazzo Visconti aveva concesso l’usufrutto di una cava per la costruzione di una nuova, gigantesca cattedrale per la città con esenzione dai dazi di trasporto – come la sigla AUF segnalava. Da questa gratuità che fin dal principio contraddistinse la storia della costruzione del Duomo di Milano prende le mosse la mostra proposta al Meeting 2012 dalla Compagnia delle Opere.

L’idea delle mostre nel padiglione CdO nasce dal desiderio di esprimere la proposta associativa, umana e imprenditoriale, della Compagnia delle Opere attraverso il linguaggio suggestivo dell’arte, rintracciando nella tradizione un esempio significativo dei contenuti che stanno a cuore all’associazione. Quest’anno, la scelta di narrare la costruzione del Duomo di Milano è legata a filo doppio al titolo del Meeting: se c’è un’opera che nella storia esprime compiutamente la natura dell’uomo come rapporto con l’infinito, questa è la cattedrale.

Fin dall’inizio del Duomo, nel 1386, straordinaria fu la partecipazione di migliaia di cittadini di ogni mestiere e classe sociale con i più svariati doni, come narrato con straordinaria vivacità dai registri della Fabbrica, che meticolosamente tengono traccia, giorno dopo giorno, di tutte le offerte per la costruzione della cattedrale. Sfogliando le pagine del Liber dati et recepti 1387, un voluminoso registro esposto tra i pannelli della mostra, spuntano storie di uomini e donne che concorrono con quel che hanno alla costruzione: la “donazione portata all’altare da Donnola detta Raffalda, prostituta”, e poi, più sotto, la “donazione di Giovanni di San Gallo, che venne a lavorare gratis con 25 muratori e 50 operai”. E, tra cifre e somme di controllo, appaiono storie di straordinaria carità, come quella della lira ricevuta “da Manuel Zuponerio per il riscatto di una pelliccetta donata ieri all’altare maggiore da una certa Caterina de Abbiateguazzono, che Manuel ricomprò e ridiede indietro alla poverissima Caterina, poiché essa si trovava in grandissime strettezze”.

Uomini come Alessio della Tarchetta, il capitano delle armi albanese che finanzia la decorazione di un altare al centro della cattedrale in gratitudine alla “Vergene sacra fonte de pietade” che gli ha concesso “gran benefitii”, e come Marco Carelli, ricchissimo mercante milanese che nel suo testamento decreta che “tutti i miei beni mobili e le merci mobili i quali e le quali ho e il giorno della mia morte lascerò nelle città di Milano e Venezia e anche oltremare [a Bruges], e soprattutto tutto ciò che devo avere e dovrò avere al tempo del mio decesso” divengano al più presto di proprietà della Fabbrica del Duomo. 

A chi obietta che la costruzione delle grandi cattedrali medievali fu un enorme investimento improduttivo, la mostra risponde raccontando il rapporto del Duomo con la città e il suo popolo. Il cantiere milanese era una gigantesca impresa che impiegava stabilmente 4mila persone, con punte di 7mila. Le numerose maestranze straniere, che nei primi anni della costruzione rappresentavano il 20-25 per cento dei lavoratori, giungevano nella città lombarda portando nuove idee e strumentazioni. Per facilitare il trasporto dei marmi, furono realizzate infrastrutture grandiose, potenziando la rete dei navigli dal Lago Maggiore fin nel centro di Milano.  Nel cantiere si svilupparono innovazioni tecnologiche, si ardirono sperimentazioni architettoniche, si crearono macchine e strumenti e si formarono i giovani alla lavorazione dei marmi.

Ma forse – e soprattutto – il grande cantiere educò ad un atteggiamento umano e ad una concezione del lavoro mirabilmente espressa dal terminale di falcone di fine Trecento esposta in mostra. Topi e scimmiette sono scolpiti con straordinaria perfezione esecutiva su questa piccola guglietta marmorea che, posta ad altezze vertiginose, era distantissima da occhi umani. Chi contribuiva alla cattedrale aveva il gusto dell’opera perfetta, perché sapeva che il proprio lavoro era davanti a Dio, strada del proprio compimento, prima e più del riconoscimento degli uomini.

 

(La mostra è a cura di Cdo, Martina Saltamacchia, Mariella Carlotti e Marco Barbone)

 

 

 

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