LOMBARDIA/ Boscagli: il nuovo welfare aiuterà le donne che lavorano

- int. Giulio Boscagli

Viene riaffermata la necessità che gli interventi siano un mix di pubblico, privato e terzo settore, dice GIULIO BOSCAGLI, ed esce l’armonizzazione dei tempi lavorativi e familiari

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Continuano le consultazioni con le istituzioni locali, i sindacati, le associazioni imprenditoriali, le organizzazioni di categoria, gli enti non profit e del volontariato e le cooperative, attraverso cui l’assessorato al Welfare della Regione Lombardia vuole stabilire le linee guida per una riforma complessiva del sistema. E’ questo l’obiettivo del “Patto per il welfare”, un sistema innovativo varato dall’assessorato lombardo che coinvolga tutti gli attori presenti sul territorio: la strada è lunga e complessa ma la nuova carta costituente sarà partecipata e andrà a cogliere, nello specifico, i punti deboli del sistema. Un metodo, dunque, che connetta il sociale con il sanitario, metta al centro i bisogni delle famiglie valutandone i reali bisogni, riduca gli sprechi e metta in risalto i fondi disponibili dopo i tagli attuati dal governo nella spending review. “All’appello mancano solo le consultazioni con Brescia e Sondrio – dice Giulio Boscagli, assessore alla Famiglia e Solidarietà sociale della Regione Lombardia – e poi entro la metà di ottobre avremo una prima stesura del documento”.

Assessore Boscagli, se parliamo di un ripensamento del sistema sociale il punto della questione è prima politico o prima culturale? Come bisogna cambiare l’approccio sul tema?

Prima di tutto, occorre considerare che il sistema che ha abbiamo ereditato ha avuto moltissimi meriti, fra cui la creazione di una rete sociale diffusa e sufficientemente universalistica ed equa. Purtroppo, ora è sottoposto a parecchi fattori di cambiamento fra cui l’invecchiamento della popolazione. In Lombardia, gli over 65 sono 1.990.483, cioè il 20,1% della popolazione e ci risulta che è maggiore il numero delle famiglie che hanno un anziano in casa rispetto a quelle che hanno un minore. C’è poi un problema legato alle risorse generali del Paese che si ripercuote in modo molto pesante anche sul Welfare e che ha causato l’azzeramento dei fondi in quattro anni. Tutto questo va unito al desiderio di ridare spazio e centralità ai territori. Purtroppo, ho potuto notare che non c’è una consapevolezza della gravità dell’attuale situazione del settore. Occorre, quindi, metter in campo una ripresa culturale accompagnata da una forte iniziativa politica.

Alla luce delle consultazioni in corso a che punto è il Patto per il Welfare?

La prossima settimana finirò il giro di consultazioni delle dodici province e, in seguito, saremo in grado di stilare le linee guida per il nuovo documento condiviso.

 

Come sono stati gli incontri con le realtà locali? Qual è stata la sua impressione?

 

L’esperienza di consultazione è stata molto positiva. Sindaci, assessori, amministratori locali, sindacati e operatori del terzo settore che ho avuto modo di incontrare hanno la consapevolezza dei problemi del sistema del welfare lombardo, e sanno che, poiché le risorse non sono infinite, occorre darsi da fare per razionalizzare gli interventi.

 

Che cosa è emerso?

 

Innanzitutto, la centralità del territorio e la dimensione territoriale di una Regione molto estesa che è suddivisa in ben 98 distretti che a loro volta costruiscono un piano di zona individuale. Viene riaffermata la necessità che gli interventi siano un mix di pubblico, privato e terzo settore; esce con forza l’armonizzazione dei tempi e delle esigenze delle famiglie con quelle lavorative. Soprattutto, per le donne che prima badano ai figli e poi agli anziani, il prolungamento dell’età pensionistica crea la necessità di nuovi aiuti.

 

Ci sono stati dei punti di frizione?

 

Alcuni comuni hanno osservato che il voucher non si deve basare su un unico modello ma variare a seconda della tipologia dei servizi erogati e, su questo punto, non posso che essere d’accordo. Un’altra criticità emersa è il timore che si volesse scavalcare la programmazione territoriale e ribadisco con forza che non è assolutamente così. C’è stato, poi, un dibattito di carattere teorico se al centro della riforma dovesse essere messa la persona o la famiglia. Ritengo che la famiglia sia un luogo naturale in cui si sviluppano le relazioni dell’individuo e, in quanto tale, deve avere qualche beneficio in più.

 

Oggi avete incontrato la Provincia di Milano. Quali sono i punti di forza e quelli critici di un territorio così esteso?

La provincia di Milano è talmente estesa da comprendere ben tre Asl, ma è anche un territorio ricco di strutture socio sanitarie: si va dai centri ricreativi agli ospizi, passando per gli asili. Un territorio in cui si concentrano comuni di medio-grande dimensione, ricchi di esperienza che può essere messa a disposizione per le altre realtà territoriali. Del resto, penso che si impari anche ascoltando.

 

L’introduzione di nuovi meccanismi a favore di famiglie numerose riuscirà a sposarsi con il taglio delle risorse da parte dello Stato?

 

Le risorse scarseggiano ma noi abbiamo lanciato l’iniziativa del “Fattore famiglia” che stiamo sperimentando in quindici comuni lombardi e che si basa sostanzialmente sul numero dei componenti di ogni famiglia. E’ un indicatore più equo, che corregge le distorsioni dell’Isee.

 

Per potenziare le risorse per l’assistenza si parla spesso dello sviluppo di fondi integrativi ad hoc. E’ una strada percorribile?

 

E’ una soluzione interessante così come quella che valuta l’utilizzo dei fondi bilaterali, in carico alle aziende e ai sindacati e che, in un’ottica di intese a livello regionale, potrebbero dare una risposta ad alcuni bisogni particolari come la non autosufficienza degli anziani. Purtroppo, i fondi integrativi faticano a decollare per mancanza di risorse. Come Regione, potremmo solo collaborare con chi si facesse avanti ma, oggi come oggi, non potremmo esserne i promotori.

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