CHIUSURA EXPO/ Sapelli: successo organizzativo ma un grande flop culturale

Per GIULIO SAPELLI, il successo di Expo sfata il mito che gli italiani non siano dei buoni organizzatori. Gli italiani sanno fare squadra molto meglio di tante altre scuole manageriali

01.11.2015 - int. Giulio Sapelli
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Ultimo giorno per l’Expo a 184 giorni dall’inaugurazione. Oltre 20 milioni i visitatori, ben oltre le aspettative. Ora però è tempo di bilanci sia sulla manifestazione sia su quello che verrà dopo. Si sa già che l’Albero della Vita resterà a Rho, mentre il 2 novembre si inizierà il lavoro di smantellamento dei 54 padiglioni. Alcuni saranno smontati e rimontati nei Paesi d’origine, altri saranno battuti all’asta e altri ancora saranno riutilizzati per finalità sociali. Nel frattempo Francesco Paolo Tronca, prefetto di Milano dal 2013, è stato nominato commissario di Roma a seguito della decadenza del sindaco Ignazio Marino. Ne abbiamo parlato con Giulio Sapelli, professore di Storia economica all’Università degli Studi di Milano.

Professore, qual è il bilancio dell’Expo che si è chiuso ieri?

Il bilancio di questo Expo è enormemente positivo. Gran parte di questo successo si deve a due personaggi. In primo luogo alla grandissima capacità manageriale di Giuseppe Sala, che documenta come l’impresa pubblica italiana ha creato dei validi dirigenti. Inoltre al prefetto di Milano, Francesco Tronca, che ha messo la sua esperienza di altissimo manager per fare sì che tutto avvenisse senza un intoppo.

Che cosa abbiamo da imparare dall’esperienza di Expo?

Il successo dell’Expo sfata il mito che gli italiani non siano dei buoni organizzatori. Gli italiani sanno fare squadra molto meglio di tante altre scuole manageriali di altri Paesi. Olivetti, Rinascente, Pirelli, Eni e Iri hanno creato l’humus perché gli italiani sviluppassero il talento di grandi organizzatori. Grazie all’Expo ne abbiamo dato prova davanti al mondo.

C’è qualcosa in cui l’Expo invece è stato al di sotto delle aspettative?

L’unica nota stonata è che, pur avendo propagandato idee che tra l’altro non condivido contro gli Ogm e a favore del chilometro zero, aveva come sponsor Coca Cola e McDonald’s. La Carta di Milano, l’eredità culturale dell’Expo, afferma inoltre che il problema è la scarsità di cibo. In realtà abbiamo abbondanza di cibo, il vero problema è la povertà delle persone che non riescono ad accedervi. La gente però non si è accorta di questi grandi dibattiti, anzi un dibattito vero non c’è stato.

A parte questa riserva è soddisfatto?

Sì. Mentre sono molto critico sull’asse culturale, a cominciare dal titolo scelto per Expo, sono ammirato dalla macchina organizzativa, manageriale e per il rispetto delle persone. Mi è sembrato molto positivo anche l’utilizzo dei volontari, cui si è data la prospettiva di inserirsi nel mondo del lavoro. L’Expo ha fatto capire che l’Italia è ancora una grande potenza industriale.

Come valuta l’operato del commissario Raffaele Cantone durante Expo?

Ritengo in primo luogo che sia stato un errore nominare un magistrato come commissario anti-corruzione, mentre sarebbe stato meglio scegliere un grande sociologo. La corruzione non si combatte con persone allevate a una cultura della repressione, bensì prevenendola attraverso strumenti che sono soprattutto di tipo sociologico e politologico. I magistrati sono gli ultimi a saper combattere la corruzione, semmai sanno amministrare le pene. Lo documentano anche le affermazioni di Cantone su Milano capitale morale e su Roma senza anticorpi: il commissario ha commesso un errore gravissimo, avrebbe fatto meglio a tacere.

Durante l’Expo c’è stata la moratoria delle indagini per corruzione. Che cosa accadrà ora?

Ormai parlare di corruzione è diventato uno sport nazionale. In realtà la corruzione in Italia è molto inferiore rispetto a quanto si afferma. Nel 1994 ho pubblicato un libro dal titolo “Cleptocrazia”, tradotto in tutto il mondo e mai ristampato in Italia perché contraddiceva i luoghi comuni.

 

Come vede il dopo Expo nelle aree dove ci sono i padiglioni?

Penso che la via intrapresa, con il progetto della “Città della Scienza”, sia quella giusta. Occorre costruire ex novo dei centri di ricerca d’eccellenza. Dalle nanotecnologie alle neuroscienze, alle nuove discipline umanistiche. Non bisogna farsi abbacinare solo dalla tecnologia, il mondo ha bisogno di nuovo umanesimo e l’Expo potrebbe diventare una grande cittadella della nuova unificazione tra le due culture. Farei inoltre un grande istituto per l’apprendistato manifatturiero.

 

Come commenta la nomina di Tronca a commissario di Roma?

Milano perde un’eccellenza straordinaria. Tronca è rimasto poco tempo, ma ha gestito il dramma dell’immigrazione e soprattutto l’evento di Expo con una straordinaria capacità tecnica. A caratterizzare la sua esperienza è un’umiltà straordinaria e nello stesso tempo una grandissima sapienza istituzionale e organizzativa. Lascerà a Milano un vuoto difficilmente colmabile.

 

Perché per il nuovo incarico è stato scelto proprio Tronca?

Perché è la persona più giusta per questo compito immane che lo attende a Roma. Sappiamo tutti in quale confusione istituzionale e in quale crisi organizzativa si trova Roma. Se c’è una persona in Italia che può affrontare questi problemi è proprio Tronca. Sono dunque contento perché va a svolgere un compito importantissimo nella capitale della Cristianità e in uno dei centri del mondo. Sono però molto preoccupato, perché ci sarebbe stato molto bisogno di lui proprio per gestire il dopo Expo, che sarà un’operazione molto delicata. Guai ad affrontarlo facendo prevalere il rumore delle manette.

 

(Pietro Vernizzi)

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