Miocardite e vaccino Covid, studio Israele/ Incidenza più alta per uomini 16-29 anni

- Silvana Palazzo

Miocardite dopo vaccino Covid, studio Israele mostra che per uomini tra 16 e 29 anni l’incidenza di casi è più alta: arriva a 10,69 per 100mila

Moderna e Pfizer
Vaccini anti-Covid: Pfizer e Moderna (LaPresse, 2021)

La Svezia sospende l’uso del vaccino Moderna per gli under 30, la Danimarca per gli under 18. Il sospetto dei Paesi scandinavi è che il rischio di infiammazione cardiaca, cioè di miocardite, sia più alto dopo la vaccinazione anti Covid a mRna, anche se il numero di casi resta molto ridotto. In ogni caso, i dati dello studio sono stati inviati all’Ema. Ma questo stop arriva in contemporanea alla pubblicazione di altre ricerche. Una su Jama, di cui vi abbiamo parlato ieri, l’altra sul The New England of Medicine, in cui si analizzano dati e si sottolinea la rarità dei casi. In quest’ultimo caso vengono esaminati i dati israeliani che ha usato il vaccino Pfizer. La ricerca, guidata da Guy Witberg del Rabin Medical Center del Beilinson Hospital, ha esaminato il database Clalit Health Services, che fornisce assistenza al 52% della popolazione israeliana, alla ricerca di casi di miocardite tra oltre 2,5 milioni di persone di almeno 16 anni che hanno ricevuto almeno una dose di vaccino fino al 24 maggio 2021.

Nel complesso, sono stati trovati 54 casi che hanno soddisfatto i criteri per la miocardite dopo la revisione delle cartelle cliniche. Rispetto all’intera coorte, i pazienti affetti da miocardite erano più giovani (in media 27 anni) e maschi. La maggior parte dei casi, cioè il 69%, sono emersi dopo il richiamo.

MIOCARDITE DOPO VACCINO COVID: DATI SU INCIDENZA

Nella maggior parte di quei casi il sintomo principale era dolore al petto, ma i segni vitali erano generalmente normali. Solo poco più della metà ha mostrato una crescita del segmento ST su ECG, mentre i livelli di troponina T cardiaca erano elevati in tutti i casi. Dei pazienti sottoposti a ecocardiogramma, il 29% aveva una disfunzione LV durante il ricovero, 10 anche alla dimissione, di cui cinque con funzione cardiaca normale. Dunque, circa tre quarti dei casi di miocardite sono stati considerati lievi, un altro 22% intermedio. Solo un giovane tra i 16 e i 29 anni ha sviluppato una miocardite fulminante associata a schock cardiogeno: trattato con ossigenazione extracorporea a membrana, si è poi ripreso. La durata media della degenza è stata di 3 giorni, con il 65% dei pazienti dimessi senza alcuna terapia. Il follow-up ha evidenziato un caso di pericardite che è stato trattato e la morte per causa sconosciuta di una persona affetta da malattia cardiaca preesistente. Dunque, i ricercatori hanno calcolato un’incidenza complessiva di 2,13 casi di miocardite per 100mila vaccinati, con un’incidenza maggiore negli uomini rispetto alle donne: 4,12 contro 0,23 per 100mila persone. Inoltre, è maggiore negli under 30: 5,49 contro 1,13 per 100mila per over 30. L’incidenza più alta è stata osservata negli uomini dai 16 ai 29 anni: 10,69 per 100mila.

RAPPORTO RISCHIO-BENEFICI

Per Guy Witberg però i risultati di questo studio sono rassicuranti perché mostrano che la maggior parte dei pazienti che hanno sviluppato miocardite hanno una malattia lieve e un rapido recupero. «Quindi non ci aspettiamo che ci siano conseguenze a lungo termine in termini di salute cardiovascolare o salute generale», ha dichiarato a TCTMD, prodotto da Cardiovascular Research Foundation (CRF). Per quanto riguarda il rapporto rischi-benefici, ritiene che «i nostri risultati sono sicuramente molto rassicuranti, le persone hanno molto più da guadagnare dall’essere vaccinati, riducendo significativamente il loro rischio di infezione COVID, rispetto al rischio che prendono in termini di miocardite dopo il vaccino». Ma i risultati di questo studio sembrano convergere con quelli di Jama riguardo la necessità di indagare ulteriormente sulla questione.



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