MONTAGNA/ Armando Aste, cercare se stessi (e Dio) nei “pilastri del cielo”

- Ruggero Bontempi

“Ho scalato un ideale” di Maurizio Gentilini è una guida a comprendere uno dei più grandi alpinisti italiani del secolo scorso, Armando Aste

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Armando Aste (1926-2017) (foto dal web)

Un libro da mettere nello zaino, e da portare in montagna per approfondire il profilo di un grande uomo e quelli di grandi pareti. Ho scalato un ideale. Armando Aste, uomo e alpinista è il titolo di un recente volume (Vita Trentina, 2021) che rimanda al nome di un celebre itinerario tracciato sulla parete sud della Marmolada. L’autore Maurizio Gentilini percorre la vita del trentino Armando Aste (1926-2017), accademico del Cai e tra i più importanti scalatori attivi nel secondo dopoguerra.

Aste ha sviluppato la sua passione realizzando impegnative nuove salite sulle più celebri pareti delle Dolomiti (Brenta, Civetta, Marmolada), e ha portato la sua firma anche sull’Eiger (prima salita italiana della parete nord) e sulle vette della Patagonia.

Tuttavia le sue ascensioni non sono frutto di una visione totalizzante dell’alpinismo, quanto piuttosto un itinerario di ascesi, l’opportunità per contemplare la bellezza della montagna, e per consolidare con i compagni di cordata grandi legami di amicizia.

In montagna Aste ha sempre sviluppato il suo rapporto con gli uomini e con il divino. Ha vissuto con pienezza l’amore per la scalata, e allo stesso tempo la consapevolezza che “l’alpinismo”, scriveva, “non è la sola cosa che conti, né la più importante”.

”Ideale” è il nome della via che ha salito sulla parete sud della Marmolada nel 1964 in cordata con Franco Solina. 1200 metri di sviluppo per un itinerario con difficoltà di sesto grado superiore che attraversa la “Parete d’argento”, che deve il suo nome alla vastità del mare di placche di calcare grigio più repulsive della Marmolada d’Ombretta. Reinhold Messner, primo a ripetere questa via, la definì “una delle più dure delle Dolomiti se non delle Alpi”.

Gentilini ci aiuta a presentare questa grande figura di uomo e di alpinista.

Nel grande lavoro di ricerca che ha svolto quali sono gli aspetti emersi che l’hanno maggiormente colpita?

La figura di Aste va letta e compresa muovendo da molteplici punti di vista. L’attività per la quale è diventato famoso era un aspetto complementare a tutte le altre sfere della sua esistenza e del suo vissuto personale, a cominciare dai rapporti umani e dal suo impegno sociale; era un’espressione (e una metafora) del suo carattere, della sua persona, del suo pensiero, della sua spiritualità; era una proiezione della sua personalità, trasferita in una pratica per la quale possedeva un immenso talento naturale.

L’alpinismo è un’attività pericolosa e affascinante, e i protagonisti delle salite più significative hanno acquisito notorietà anche fuori dalla cerchia degli appassionati. Armando Aste nel secondo dopoguerra è stato uno di questi, ma intendeva questa attività “non un fine ma un mezzo di promozione umana”.

È stato un alpinista poliedrico e dalle grandi intuizioni, che si impose nel panorama italiano e internazionale con il suo carisma e per il livello dei suoi exploit. Il suo alpinismo, oltre che prestazione tecnica e atletica, era espressione di ricerca interiore e “meta di ordine morale, per progredire e migliorarsi, un raggio di bellezza che aiuta ad andare avanti”. L’alpinismo rappresentava anche una forma di riscatto dalla povertà e dalle angustie della vita, un segno di speranza, un modo di guardare in alto, per dare alla propria esistenza un senso e traguardi che la mediocrità di quanto tutti i giorni ci circonda induce spesso a dimenticare. Soleva anche dire: “Quando mi presenterò a Dio, non mi chiederà quante montagne ho conquistato, ma cosa ho fatto per gli altri”.

Lei ha scritto che “Armando si definiva un cercatore dell’infinito, impegnato a riconoscere la mano del Creatore nell’ineffabile bellezza dei paesaggi dolomitici”. Aveva a cuore il tema della custodia della montagna e del creato?

Armando aveva molto a cuore il rispetto per la natura e per il creato. Già nel suo primo libro Pilastri del cielo (1975) stigmatizza l’impatto del turismo di massa e della meccanizzazione della montagna col suo stile: “Si tratta semplicemente di deturpare le facciate, le cattedrali, i colonnati inimitabili, come la Marmolada, tanto per intenderci, che la natura ha innalzato per aiutare, quasi costringere la razza umana a sollevarsi ed avanzare in posizione eretta. […] Avanti sempre più su con le ragnatele d’acciaio. Tutti hanno diritto di godere la bella vista. Con la trionfante stupidità della folla che può finalmente entrare da padrona nel palazzo del Re”.

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