MORTI SUL LAVORO/ La piaga che il Recovery deve aiutare a far scomparire

- Angelo Colombini

Ieri un nuovo caso di morte bianca. In pochi giorni le cronache ci hanno ricordato l’importanza della sicurezza sui luoghi di lavoro

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Lapresse

C’è un impegno forte da parte del Governo e dei sindacati nel preparare il tessuto produttivo al contenimento dei licenziamenti, quando si arriverà alla scadenza definitiva della deroga. Ma questo sforzo non può trovare una contraddizione nei fatti che vede promuovere una garanzia di futuro per le lavoratrici e i lavoratori come questa e al contempo registrare ancora morti sul lavoro a causa della non priorità delle tutele sul fronte della salute e sicurezza. 

Non si può garantire un posto di lavoro per poi metterlo a rischio sul fronte della mancata prevenzione e protezione. È di questi giorni l’ennesimo accadimento mortale sul lavoro, che segue altri fatti verificatisi nei giorni scorsi, che ripropone il tema delle garanzie di tutela per gli occupati, ma soprattutto per tutti gli occupati, in tutti i posti di lavoro, a partire dalle piccole realtà lavorative, dove ancora è l’inadeguata, mancata, organizzazione del lavoro a fare la differenza. 

Perché se occorrono più investimenti sulle nuove tecnologie da applicare alle macchine da lavoro, ai dispositivi di protezione individuale e collettiva, nell’addestramento, tali interventi tutti assieme riguardano una percentuale minima delle cause alla base della gran parte degli accadimenti infortunistici a esito mortale o grave, senza trascurare anche il fenomeno delle malattie professionali. Sono le modalità di lavoro, i tempi di lavoro i ritmi di lavoro che rappresentano il reale punto debole, il tutto riconducibile a un’organizzazione del lavoro che non è attenta alla tutela della salute e sicurezza sul lavoro. 

Non si conoscono per adesso le cause che hanno determinato l’infortunio mortale che ha tolto la vita a Luana giovanissima mamma e lavoratrice tessile di Montemurlo. Sarà la magistratura ad accertare le cause e le relative responsabilità, ma l’informazione che già è stata diffusa sugli importanti investimenti che nella piccola azienda erano stati fatti sul livello tecnologico e sull’ammodernamento di molti sistemi di tutela non ci confortano, anzi, consolidano il trend ormai consolidato che sono altre le cause che determinano la piaga ricorrente delle morti sul lavoro (che a oggi, facendo le dovute proporzioni nel periodo di pandemia, si attestano su circa 3 decessi al giorno). 

Per svolgere più velocemente le lavorazioni si ripete l’abitudine di disattivare le protezioni di sicurezza, saltando alcune fasi delle procedure di lavorazione che garantirebbero la protezione necessaria, del non fare la formazione adeguata e ancor più l’addestramento sulle macchine, adibendo spesso i giovani a lavorazioni delle quali non conoscono tutti i risvolti di pericolo e di rischio.

È in questo senso che nei Protocolli siglati il 6 aprile scorso dalle Parti sociali, organizzazioni sindacali e datori di lavoro, sotto l’egida dei ministeri competenti (lavoro e salute) con il supporto tecnico-scientifico dell’Inail, si è tornati a consolidare, oltre alle disposizioni tecniche di contrasto e contenimento della diffusione del Covid-19 negli ambienti di lavoro, l’istituzione in ogni ambiente di lavoro del Comitato per l’applicazione e la verifica delle misure di tutela, basato su di un modello partecipativo, che vede la piena collaborazione e confronto tra datore di lavoro e rappresentanze sindacali, finalizzata proprio a disporre interventi che siano efficaci, di tutela, ma concretamente adottati nei diversi posti di lavoro, tenendo conto della popolazione lavorativa impegnata. 

Perché se questa pandemia che ha messo a dura prova il nostro Paese, ha costretto tanti lavoratori a non lavorare per mesi o a doverlo fare in modalità remota, con disagi e complicanze anche con riflesso familiare (compresi i problemi di DAD da parte dei figli), sono molte le lavoratrici e i lavoratori, non solo del settore della sanità e dell’assistenza e cura, che hanno continuato a garantire la prosecuzione della produzione dei beni necessari, lavorando in condizioni di esposizione a rischio alta con, specie all’inizio, scarse disponibilità di protezioni adeguate. A queste lavoratrici e lavoratori non solo deve andare il ringraziamento di tutta la nazione, ma deve andare il sostegno concreto affinché nessuno debba più passare un periodo come quello trascorso, non tanto per colpa della pandemia che, pur auspicando non si ripeta più, è un evento imprevedibile, ma per quanto riguarda l’essere vulnerabili sul fronte delle tutele e dell’organizzazione del lavoro.

In questo senso, forte è la pressione che come Cisl porteremo avanti sul fronte degli investimenti che mediante il Piano nazionale di ripresa e resilienza dovranno essere fatti su più fronti, compreso quello relativo alle ricadute in materia di tutela della salute e sicurezza sul lavoro. A partire dagli appalti, dall’aumento degli organici tra gli organi di vigilanza, al rinnovo delle attrezzature di lavoro a più alta tecnologia, ai dispositivi di protezione “intelligenti”.

Lo dobbiamo a chi oggi sta lavorando in condizioni non adeguate, lo dobbiamo ai giovani che sono i nuovi lavoratori di oggi e di domani, lo dobbiamo a tutte e tutti coloro che hanno dato la loro vita, come la giovane mamma Luana a Montemurlo, per colpa di troppe mancanze o sottovalutazioni.

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