IGNAZIO OKAMOTO, MORTO DOPO 31 ANNI IN COMA/ Papà “mai pensato ad eutanasia”

- Niccolò Magnani

Ignazio Okamoto, morto dopo 31 anni di coma in stato vegetativo: la storia e la sofferenza di Cito e l’amore di papà e mamma “mai pensato all’eutanasia”

flebo_ospedale_suicidio_web_2017
Ospedale (Pixabay)

In 31 anni gli è stato vicino, lo ha accudito, lo ha lavato, servito, nutrito e sostanzialmente gli ha fatto compagnia: il tutto, mentre quel suo “Cito” era in coma e non vi era alcuna “certezza” che potesse sentire o cogliere quell’amore infinito riversato su di sé. Eppure quanto ha fatto Hector Okamoto ha qualcosa non di “straordinario”, ma di “ordinariamente” umano, in quanto ha amato suo figlio nella condizione in cui si trovava. “Semplice” e schietto, come racconta lui stesso al Quotidiano.net questa mattina: «A volte, non so se fosse una nostra suggestione, lo vedevamo seguirci con lo sguardo quando ci spostavamo nella stanza. Chissà, forse capiva. Solo ipotesi, nessuno potrà mai saperlo davvero». La domanda è inevitabile e il pensiero va subito al caso di Eluana Englaro: «ma avete mai pensato di staccare la spina?», ecco come risponde il papà di Cito «Eluana era in una struttura, è diverso. Noi comunque non abbiamo mai pensato all’idea di staccare la spina. Ignazio ci dava la sensazione di percepire qualcosa. Abbiamo sperato fino all’ultimo. E invece… D’altronde la vita è così. Va vissuta, non ragionata».

MORTO DOPO 31 ANNI DI COMA VEGETATIVO

L’incredibile e sofferta esistenza di “Cito”, nome con cui era chiamato Ignazio Okamoto, è giunta alla sua ultima stazione della vita: è morto quel ragazzo, oggi 54enne, che 22 anni fa dopo un gravissimo incidente sull’A22 del Brennero rimase in coma e stato vegetativo di fatto fino ad oggi. Un lunghissimo addio per quel ragazzo figlio di mamma italiana (Marina) e papà Hector, messicano ma dalle origini giapponesi: due genitori che con amore infinito e instancabile dedizione ormai da 31 anni si prendevano cura di quel figlio malato e senza più la parola e i movimenti addirittura in casa propria, a Collebeato (Brescia). Nella notte tra il 19 e il 20 marzo 1988, Ignazio era in compagnia di altri 4 amici sull’Autostrada del Brennero, all’altezza di Nogarole Rocca: un gesto improvviso e l’auto esce di strada, con tre compagni che si salvano, uno che muore sul colpo (Nogarole Rocca) e l’altro, proprio Cito, che rimane ricoverato in coma. Da quel giorno di fatto non è mai più rimasto cosciente, come raccontano oggi diversi approfondimenti sul Giornale di Brescia.

ADDIO A “CITO”, 31 ANNI IN COMA E ACCUDITO DAI GENITORI

«Mio marito ha lasciato il lavoro e per 31 anni ha seguito in casa mostro figlio» spiega mamma Marina ai colleghi bresciani raccontando questi 31 anni di sofferenza ma anche di amorevole condizione di “servizio” a cui la sua famiglia è stata “sottoposta” in tutti questi anni. Hanno sperato che Cito si potesse svegliare in tutti questi anni ma nello stesso tempo hanno asciugato ogni lacrima, lavato ogni parte del corpo e sorretto l’un l’altro nel fare compagnia a quel figlio così sfortunato eppure così tanto amato. «Per 31 anni – ha aggiunto la donna – ci siamo isolati dal mondo», quando poi venerdì scorso di colpo Ignazio ha smesso di respirare ponendo fine alla sua condizione di stato vegetativo per oltre un trentennio. Dopo due anni di ricovero in una struttura sanitaria i genitori avevano deciso di riportare Ignazio a casa, a Collebeato e proprio lì, venerdì scorso, l’ultimo addio e il ritorno al cielo di un “angelo” che così tanto ha sofferto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA