Dieselgate, l’Fbi arresta un manager Volkswagen

- Marina Marinetti

In manette Oliver Schmidt, ex responsabile di gestione delle conformità del marchio tedesco nel periodo precedente allo scandalo. In vista un nuovo accordo per chiudere il capitolo penale

Dieselgate
Arrestato un ex manager Volkswagen negli Usa

Oltreoceano ci vanno già pesanti con la gogna. Se la scorsa settimana in Corea del Sud ha condannato a un anno e sei mesi di carcere un quadro Volkswagen per aver mentito su emissioni e rumorosità dei veicoli d’importazione, negli Usa sabato mattina si è mossa nientemeno che l’FBI, il Federal Bureau of Investigation, arrestando un dirigente VW Oliver Schmidt, dal 2014 fino al marzo 2015 responsabile del reparto di gestione di conformità alle normative del marchio. L’hanno braccato nella sua casa in Florida, come un comune delinquente, accusandolo di complotto e cospirazione in frode degli Statio Uniti d’America. La sua colpa? Aver scelto tra la delazione e la propria poltrona… nascondendo ai controllori americani il reale livello di emissioni delle auto. Secondo i procuratori generali, Schmidt – che oggi sarà sentito dalla corte di Detroit per il mea culpa di rito – e gli altri funzionari Volkswagen avrebbero ripetutamente riportato spiegazioni tecniche false per gli elevati livelli di emissioni dei veicoli della casa automobilistica, che nel mese di settembre 2015 ha ammesso di aver installato dispositivi di disattivazione software a 475.000 vetture diesel 2.0 litri negli Usa per ingannare i test sulle emissioni di scarico e farli apparire più “puliti” in fase di test. In realtà, i veicoli emessi fino a 40 volte i livelli di inquinamento legalmente consentiti.

E se l’Fbi non ha commentato l’operazione, Volkswagen sottolinea che “continua a collaborare con il Dipartimento di Giustizia mentre lavoriamo per risolvere le rimanenti questioni negli Stati Uniti. Non sarebbe opportuno commentare eventuali indagini in corso o per discutere questioni relative al management”.
C’è da dire che, in quanto a tempestività, l’Fbi non la batte nessuno: l’arresto è arrivato proprio quando tutto il mondo ha gli occhi puntati su Detroit, dove è in corso il salone dell’auto… dal quale gli alti funzionari di Volkswagen, che pure partecipa all’evento con l’esordio della Tiguan Allspace, il SUV Atlas e il concept dell’Audi Q8, si stanno tenendo ben alla larga.

La casa automobilistica mira a chiudere il capitolo penale in Usa nei prossimi giorni. Il Wall Street Journal riporta che, dopo le dimissioni del direttore finanziario Pieter Griep, starebbe per essere firmato un patteggiamento miliardario. E, dato che i funzionari del Dipartimento di Giustizia sono di nomina politica, l’intenzione è di firmare prima che inizi il mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, per evitare il rischio di un eccessivo allungamento dei tempi a causa dell’insediamento del nuovo team, che, oltre a doversi studiare il dossier, potrebbe anche voler ridiscutere l’accordo… aggravandone il contenuto. Una prospettiva tutt’altro che rosea per il marchio tedesco, che ad ottobre aveva già capitolato sui 14,7 miliardi dollari dell’accordo che prevedeva, fra l’altro, anche il riacquisto dei 475mila veicoli non in regola con le emissioni. Perlomeno su quest’ultimo fronte, Volkswagen può tirare un sospiro di sollievo, seppur limitato: l’Agenzia per la Protezione Ambientale ha infatti dato il via libera alla soluzione alternativa, che prevede un intervento di aggiustamento delle emissioni sulle circa 70mila auto diesel a 2 litri (Maggiolini, Golf, Jetta e Passat) coinvolti nello scandalo.



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