PASQUA/ Morte e Resurrezione, l’itinerario del canto gregoriano

- Giacomo Baroffio

GIACOMO BAROFFIO ci avvicina al significato più profondo del canto gregoriano della Settimana Santa. La lode al Risorto non rappresenta “una commemorazione letteraria con eventuali riflessi emotivi”. Ci si trova davanti piuttosto all’evento pasquale, che ogni anno continua a destare stupore di fronte alla rivelazione dell’amore del Padre e all’immolazione del Figlio

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Il cuore dell’antico inno liturgico della lettera ai Filippesi (Fil 2, 8-9) fa da guida lungo tutta la Settimana Santa e introduce il credente nell’esperienza pasquale. «Cristo per noi si è fatto obbediente fino alla morte, addirittura la morte di croce. Perciò il Padre l’ha esaltato e gli ha conferito il nome che è al di sopra di ogni altro nome». Nucleo centrale del graduale gregoriano, il canto s’inabissa quando arriva alla parola “croce” e s’innalza ad altezze vertiginose per sottolineare l’esaltazione del Crocifisso alla destra del Padre.
Il canto echeggia già la domenica delle palme ed è ripetuto nella liturgia della Parola il Venerdì Santo. Una consuetudine diffusa in tutto il mondo latino faceva cantare il Christus factus est a ogni incontro comunitario nel triduo pasquale. L’insistenza con cui la Chiesa bussa al cuore del battezzato con le parole di san Paolo, ha una sua ragione. Vivere la Pasqua di Cristo significa con-morire e con-risorgere, partecipare all’esperienza totale di Colui che con la sua morte ha segnato la fine della morte.
Quando la sequenza di Pasqua Victimae paschali laudes invita a unirsi alle lodi del Risorto, sintetizza con poche rapide pennellate l’accaduto ed evidenzia un particolare: ciò che è in gioco non è una commemorazione letteraria con eventuali riflessi emotivi. L’evento pasquale ha una dimensione cosmica. È il conflitto finale e risolutivo tra la vita e la morte (“mors et vita conflixere …”). La vita che vive della morte, la morte che muore nella vita.
Il graduale pasquale (“Haec dies”) con espressioni del salmo 117 afferma che questo è il giorno fatto dal Signore, il termine ultimo di un disegno che trascende calcoli e aspettative umane. La pietra scartata dai costruttori, è divenuta la pietra angolare. Nella morte di Cristo non si dissolve la fede, bensì prende consistenza la Chiesa, suo mistico corpo, suggellata dal dono dello Spirito. È quindi ovvio cantare, rallegrarsi, partecipare agli altri la propria gioia.
Il canto invita a una riflessione sin dall’inizio della Messa di Pasqua. L’introito “Resurrexi” è scandito dall’acclamazione “Alleluia”. L’introito, tuttavia, non risuona quale inno gioioso; è piuttosto un invito alla meditazione, all’interiorizzazione di un evento che lascia attoniti, un episodio che ogni anno continua a destare stupore, smarrimento di fronte alla rivelazione dell’amore del Padre e all’immolazione del Figlio.
Celebrare la Pasqua significa trattenere il respiro per immergersi nel mistero di Cristo dalla cena del Giovedì Santo e riaffiorare in un mondo totalmente rinnovato la domenica di risurrezione. Il canto in questo tragitto è il filo conduttore che aiuta a non perdere le tracce impresse da Cristo nella storia. La morte – e si ritorna al Christus factus est – non è la conclusione di un cammino disperato che sbocca nell’abisso del nulla; la morte è la tappa ineludibile che tutti accomuna nel momento del passaggio (Pasqua!) alla vita senza fine. Morte quindi di dolore, sofferenza interiore che diviene lancinante quando non si ricevono risposte ai tanti “perché?”. Morte, la nostra personale, che dobbiamo imparare a conoscere per poterla incontrare senza illusioni e mascheramenti: alla scuola di Cristo per il quale il giardino del Gethsemani non è stato certo un luogo d’idillio. Morte di tenebre che l’amore del Padre riesce a dipanare, lasciandoci intravvedere le tracce lasciate da Cristo per poterlo seguire dalla nostra croce, nella nostra morte.
La mors crucis è la soglia che con Cristo varchiamo per lasciarci afferrare dal Padre che l’ha esaltato e, nel Risorto, esalta ciascuno di noi. Realtà inebriante che sembra giustificare una gioia incontenibile. È vero. La gioia cristiana tuttavia è fondamentalmente un dono del Paraclito. Nel cuore umano s’effonde la sobria ebbrezza dello Spirito, non qualsiasi forma anarchica di baldanzosa esultanza. Per un semplice motivo: la vita nuova nasce dalla morte di Cristo. Se il Venerdì Santo non trova uno sbarramento nelle tenebre mortali, ma si apre alla speranza della risurrezione; la domenica di Pasqua celebriamo la risurrezione del Crocifisso che ha patito ed è morte per la nostra salvezza. La gioia cristiana è illimitata e nello stesso tempo contenuta. La si vive nel momento in cui s’avverte di essere in cammino verso una nuova Patria, nella comunione dei santi tutti, a partire dai progenitori: come canta il carme pasquale Cum rex gloriae che per secoli ha accomunato in un’unica professione di fede le comunità cristiane.



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