RITRATTI/ Jean Guillou, alla conquista del Re di tutti gli strumenti musicali

ENRICO RAGGI descrive le quattrocento pagine scritte da Jean Guillou, “L’organo. Memoria e futuro”, in cui è lo strumento ad essere il protagonista e a prendere il sopravvento sull’esecutore

10.08.2011 - Enrico Raggi
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L'organista Jean Guillou

Il Re è vivo. Lunga vita al Re. Dopo aver letto le quattrocento pagine scritte da Jean Guillou, “L’organo. Memoria e futuro”, (Edizioni Carrara) il cantico di lode sorge spontaneo.
La fluida narrazione del musicista francese mescola storia, ricordi, visioni, sottili polemiche, ininterrotte fascinazioni, ardenti colloqui amorosi con quella sublime “macchina sonora” fatta di canne, registri, tastiere e pedali.
Libro insolito: non un trattato di organaria, né un manuale di tecnica costruttiva; nessuna nota a piè di pagina, mancano le solite fitte tabelle di dati tecnici tanto amate dai cultori della materia. Piuttosto un’amichevole chiacchierata, in cui il protagonista è l’organo, presenza reale, selvaggia, sensuale, ogni volta da addomesticare e da riconquistare, spesso dato per moribondo e invece, a dispetto dei bollettini medici, ancora in ottima salute.
E’ il racconto di una dolce ma inesorabile possessione. Dello strumento sull’esecutore, non viceversa. La grossa chiave, la porta che cigola, l’odore di vecchio legname e umidità, i passi verso il balconcino su scale strette e ripide. Trovarsi al cospetto di un animale sconosciuto, possente e smisurato. Toccarne la ringhiera come fosse il collo di un cavallo. Stringere nel palmo della mano un pomello di avorio quasi accarezzando un garretto.
Il soffio che si sprigiona: il canto della foresta, il sibilo del deserto, la forza della natura come doveva essere alle origini del mondo. Rumori, risonanze, una materia che vive, si anima, si trasforma. Note come canti, preghiere, grida, formule magiche, ruggiti, carezze.
Un corpo pulsante, una fisicità generosa e carnale. Non usa mezzi termini Guillou, nel raccontare la sua viscerale passione. L’organo può diventare qualsiasi cosa, quando i suoi mantici si gonfiano, i suoi somieri si preparano, legno e pelli attendono di vibrare, le dita (i piedi) dell’esecutore affondano nelle sue pieghe segrete: compagno di viaggio, amico, profeta, Sirena, eroe, crogiolo, mortaio, fucina, altoforno, alambicco.

“Animale ibrido” lo definisce Guillou, “ove si accumulano leone, capra e serpente. Ribollire senza pace, intimi fermenti, scosse, gorghi e tumulti. Chimera, emozione, febbre. Non lasciarmi!”.
Un delirante corteggiamento. C’è ancora molto da scoprire, avverte l’autore citando Baudelaire; le folgorazioni del Sovrano degli strumenti possono nuovamente farci innamorare: “Che tu provenga dal cielo o dall’inferno, cosa importa, mostro enorme, spaventoso, ingenuo!”.
Impressioni e suggerimenti progettuali si affiancano a paure, speranze mai sopite, struggenti nostalgie. Citazioni letterarie, Rimbaud, Diderot, Delacroix, Tertulliano, Platone, introducono i vari capitoli.
La scansione cronologica si allarga ad argomenti capricciosi: l’organo negli Stati Uniti e in altre nazioni, le parti che lo compongono, il suo futuro, l’arte della registrazione, canne diverse e nuovi registri, l’individualità e la massa del suono, consigli esecutivi, gran quantità di esempi musicali, acute riflessioni sulle problematiche del restauro, spunti per l’improvvisazione.
La conversazione è densa, ma scorrevole. L’ultraottantenne Guillou si fa leggere volentieri. Figura complessa, spettacolare organista, audace compositore, teorico ardito.
Ha conservato intatto l’occhio mobilissimo e vorace del bambino. Ha inventato nuovi strumenti, creato repertori ad hoc, sperimentato insolite modalità esecutive, inventato anomale occasioni concertistiche. Fuori dai perimetri stabiliti. Al di là dalle traiettorie già segnate. Meglio scegliere personalmente un destino e seguirlo, a costo di sbagliare, che seguire regole fissate da altri.
All’apparenza ci racconta una splendida favola, in realtà è la storia della cultura occidentale. Le corde degli strumenti legano, imprigionano, zavorrano alla terra. Le canne dell’organo puntano in alto, fiondano i suoni nel cielo, guardano lassù, dove Dio accoglie e sorride.



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