FIRST AID KIT/ “The Lion’s Roar”, le ragazze della terra del Nord

- Paolo Vites

Johanna e Klara, 18 e 21 anni , nome d’arte “First Aid Kit” presentano il loro nuovo album “The Lion’s Roar”, sulla strada di Fleet Foxes e Mumford and Sons… L’intervista di PAOLO VITES

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First Aid Kit

La location dell’incontro non potrebbe essere più azzeccata, nel nome e nell’architettura. “Vinile”, un nuovo locale in zona Porta Venezia, a Milano. Solo il nome provoca sussulti in quanti sono cresciuti a dosi massicce di padelloni neri con i solchi, secoli prima che la musica diventasse “liquida”. Anche ciò che si scorge dalle vetrine provoca sussulti: autentici dischi in vinile, giradischi mai più rivisti da decenni di tutte le fogge. Varcare la soglia è come varcare la porta di un’altra dimensione, avvalorata dalle persone che il cronista deve incontrare.
In realtà, le persone in questione sono giovanissime, 18 e 21 anni rispettivamente, ma dal look (capelli lunghi hippy style, camiciole colorate, stivali cowboy style) si adattano perfettamente nell’ambientazione: invece di Milano, anno 2012, potrebbe essere Haight-Ashbury, San Francisco, anno 1967. Lo sottolineano loro stesse, Johanna e Klara, due ragazze svedesi che come ogni ragazza svedese superano il metro e 70 abbondante, quanto il locale sia adatto alla musica che fanno e alla musica che piace loro. Sono le sorelle Soderberg giunte fino a qui per presentare il loro secondo disco, ma in effetti il primo vero e proprio prodotto ufficiale, realizzato da una autentica casa discografica, “The Lion’s Roar” (pubblicato in Italia da Spin-go).

Il loro nome d’arte è First Aid Kit, quei contenitori di pronto soccorso immediato quando ci si fa male non gravemente: l’effetto della loro straordinaria musica è proprio quello di portare soccorso. Certo, non in caso di ferite mortali, ma di ferite abbastanza serie da necessitare lenimento.
Nelle loro canzoni, impreziosite da una vocalità purissima che si intreccia con risultati miracolosi, c’è tutto un mondo antico, anzi antichissimo che apre il cuore e cura l’anima. Un “first aid kit” perfetto. Niente a che vedere con astrazioni new age: i loro testi, nonostante la giovane età, sono di un realismo che appartiene a chi ha consapevolezza della realtà, tra la paura del crescere e l’inquietudine della vita da affrontare. In New Year’s Eve, ad esempio, una domanda precisa: «Ho ancora paura, ma se davvero c’è qualcosa, ecco cosa mi salverà: chi mi salverà?». Melodie struggente, rimandi alle folk ballad che hanno fatto la storia dell’uomo, echi della loro terra nordica misteriosa, e un’attitudine pop di primissima classe. «We only sing sad song», cantiamo solo canzoni tristi, dicono le due sorelline, ma ci tengono anche a specificare che non appartengono a coloro che dicono soltanto “la mia vita fa schifo e tutto è orribile”. No. Preferiscono “la mia vita fa schifo ma potrebbe essere meglio” come dicono scherzando e sorridendo.

Come molti altri giovani negli ultimi anni, le First Aid Kit hanno scelto la strada dei padri e dei nonni per trovare se stesse: Fleet Foxes, Mumford and Sons, il loro conterraneo Tallest Man on Earth, Felice Brothers (che appaiono pur e in questo disco), Avett Brothers, una generazione che cerca nella memoria, nei riflessi del cuore e nella tristezza sana il senso dell’esistenza.

Saltiamo la considerazione ovvia che siete giovanissime. Ci sono però un sacco di giovani artisti oggigiorno interessati in questo genere di musica… Perché in così tanti andate in quella direzione?

Quando si parla di musica si usano sempre terminologie eccessive. I creativi sono molto bravi a inventarsi etichette.  Quello che invece riguarda la nostra musica, pensiamo si tratti di un nuovo fenomeno. Oggi sempre più persone sono interessate a questa musica, soprattutto in questo momento, più che alla musica elettronica. Si distaccano dall’elettronica e vanno alla ricerca di qualcosa di nuovo che sia anche più vero, più onesto e puro.

Musica onesta è una bella espressione.

Credo sia per questo che noi amiamo la musica che va dagli anni Cinquanta ai Settanta perché era più onesta, reale e importante. Adesso la musica è ovunque, ne siamo sommersi: Internet, iTunes… A quei tempi era diverso: se ti piaceva un artista o una band ti sedevi e li ascoltavi. Adesso la musica viene data per scontata. Perciò molte persone guardano indietro con nostalgia al passato, a volte romanticizzando quei periodi, ma quel che è certo è che allora la musica era molto più importante.

Nelle vostre canzoni ci sono molte suggestioni, molti suggerimenti e immagini forti.

Crediamo di sì. La musica dovrebbe sempre portarti da qualche parte. C’è qualcosa di mistico in tutto questo.

Scrivete i vostri brani insieme? O mettete insieme le vostre idee?

No, non scriviamo tutte le canzoni insieme. Dipende dalle diverse canzoni. Di solito io inizio a scrivere  (Klara, ndr) e a volte mia sorella le finisce. Quando mi sento molto ispirata, suono una canzone e poi ci lavoriamo sopra insieme.

Il video per la canzone che dà il titolo al disco, “The Lion’s Road”, è davvero affascinante. Cosa significano quelle immagini, quelle ragazze in marcia nel bosco?

Pensiamo che la foresta svedese contenga molto folklore, vecchie storie di trolls, tante tradizioni, sono posti di streghe… Volevamo catturare quell’atmosfera, il passato, le storia di magia e di fate.  Non credo che dovremmo nemmeno parlarne per non sciupare il mistero. È meglio non dare troppe spiegazioni.

Quanto ci è voluto per completare l’album?

Abbiamo scritto le canzoni e registrato in un anno di tempo circa. Diciamo che il tempo non l’abbiamo mai considerato. In studio di registrazione ci siamo state un mese.

Come è stato il processo di lavorazione per il disco, impegnativo?

È stato fantastico. Non avevamo mai lavorato in uno studio così bello prima di allora. Il primo album, lo abbiamo registrato in modo rudimentale, in stanze adiacenti. Trovarci in questo studio bellissimo nel Nebraska con persone bravissime è stato meraviglioso. Anche il nostro produttore Mike ha fatto un ottimo lavoro: riuscire a lavorare con lui è stato entusiasmante. Da adesso iniziamo veramente a fare musica, si può dire.

C’è un brano fantastico fra i tanti che si intitola Emmylou, dedicato a compagne importanti di grandi artisti country, Emmylou Harris e June Carter Cash. Sapete se la Harris lo abbia ascoltato?

No, non credo ci siano possibilità che lo abbia fatto… Sia la figlia di Johnny Cash, Rosanne, sia la figlia di Gram Parsons, Paulie, ci hanno però scritto per dirci che la canzone gli è piaciuta molto. Questo è già moltissimo per noi.

Nel vostro disco appare un musicista molto noto, Conor Oberst. Come vi siete conosciuti? Come è stato lavorare con lui?

Molto divertente. Fondamentalmente abbiamo cominciato a scrivere musica dopo aver ascoltato i Bright Eyes, il gruppo di Conor, da lì è cominciato tutto. Quando abbiamo lavorato con lui, per noi è stato un sogno che diventava realtà. Abbiamo la stessa casa discografica dei Bright Eyes, per cui gli abbiamo fatto avere il nostro disco. Eravamo molto nervose pensando se lui lo avrebbe ascoltato, ma non abbiamo detto niente. Un anno più tardi Conor è venuto a uno dei nostri show, ci ha detto che amava il nostro disco e quella stessa sera abbiamo conosciuto Mike, il nostro produttore. Lo studio di Mike era accanto alla casa di Conor e Conor era sempre là, per cui noi continuavamo a chiedergli del nostro disco, se voleva cantare con noi.
Lui rispondeva “ma certo che si fa!”, ma noi eravamo convinte che stesse scherzando. Poi alla fine saltò fuori che voleva produrlo veramente e scrisse l’ultimo verso di King of the World.

In futuro con chi altri vi piacerebbe lavorare?

Ci sono molti produttori con cui ci piacerebbe lavorare, per esempio vorremmo fare qualcos’altro con Jack White (ex leader dei White Stripes, ndr), una persona speciale. Ci ha viste in concerto e ci ha chiesto di registrare per lui. Otto ore dopo eravamo insieme e abbiamo registrato due canzoni. È stato pazzesco.

Siete riuscite a commuovere Patti Smith fino alle lacrime (durante la consegna del Polar Music Prize  a Stoccolma, nda), non credo ci siano riusciti in molti. Raccontateci quell’episodio. L’avevate già incontrata?

No, non l’avevamo incontrata prima della performance. Mentre cantavamo non la guardavamo nemmeno perché eravamo troppo emozionate. Avevamo paura! Siamo cresciute ascoltando i suoi dischi, i nostri genitori erano grandissimi fan di Patti Smith. Quindi è stato un evento favoloso per tutta la famiglia, i nostri genitori  erano tra il pubblico. Dancing Barefoot è stata proprio la canzone che avremmo voluto fare perché la amiamo tantissimo. Siamo salite sul palco. Io mi sono detta: ok, sono qui, facciamo come se lei non ci fosse e cantiamo la canzone. Ero spaventatissima. Volevo fuggire via. Il pubblico era in delirio. Quando sono tornata a casa ho riguardato la registrazione ed era veramente una cosa emozionante.

Dopo la performance vi siete parlate?

Sì, è stato bello vedere Patti quella sera perché è una persona molto forte, con molto carisma. Era molto entusiasta e amichevole, alla mano. E gli artisti che si esibivano quella sera erano tanti, non c’eravamo solo noi.

C’è una tristezza profonda nelle vostre canzoni, ma non è una tristezza negativa, anzi il contrario. Una sorta di malinconia molto bella.

La maggior parte delle nostre canzoni sono tristi. Ma penso che nelle nostre canzoni ci sia sempre speranza. Non sono della serie “la mia vita fa schifo e tutto è orribile”. No. Sono più della serie “la mia vita fa schifo, ma potrebbe essere meglio”…
Mettiamo la tristezza nelle nostre canzoni per incitare a fare cose positive. C’è una tristezza nella vita di tutti i giorni che molti avvertono, confusione… L’importante è trarne qualcosa, leggerla in modo positivo.

(Paolo Vites)

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