BRUCE SPRINGSTEEN/ “Wrecking Ball”, addio a Obama e al sogno americano

- Paolo Vites

L’ultimo album di Bruce Springsteen, “Wrecking Ball”, uscirà il prossimo 6 marzo. Un disco nelle intenzioni pieno di rabbia e di idee. La recensione a cura di PAOLO VITES

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Bruce Springsteen (Infophoto)

La popolarità di Bruce Springsteen, negli Stati Uniti, è talmente debordante che realmente se decidesse di presentarsi alla corsa per la Casa Bianca avrebbe serie probabilità di vittoria. Certamente potrebbe diventare Governatore del suo natio New Jersey senza neanche bisogno di fare campagna elettorale. Non ci sono casi analoghi nella storia della musica rock (a parte Elvis, ovviamente, ma il suo caso era idolatria pura) di un musicista che abbia saputo inserirsi dentro il tessuto sociale e popolare di una nazione. Non stiamo infatti parlando solo di riscontro commerciale (che Springsteen, seppure oggi meno di un tempo a livello di vendite discografiche – ma chi li vende oggi i dischi? –, è comunque capace di riempire anche per giorni consecutivi gli stadi di tutta America nello stesso tempo che io e voi ci beviamo un bicchiere di “all american Coca Cola”): stiamo parlando di capacità di interpretare il sentimento del suo popolo, ma anche di essere percepito dal suo popolo come il rappresentante del proprio sentimento.

È un caso che merita riflessioni sociologiche più che musicali. Basti pensare a un disco come “The Rising”, espressamente richiestogli per parlare alla nazione dopo la tragedia degli attentati dell’11 settembre 2001: gli americani infatti per placare il proprio dolore avevano bisogno della sua parola, non di quella di qualche politico o commentatore televisivo. Questa autorevolezza acquisita permette e giustifica Bruce Springsteen nel rilasciarsi a dischi che esprimono pareri, commenti, indicazioni, anche incazzature sulla vita politica e sociale del suo Paese: di fatto, è l’unico artista rock che può permettessi tale lusso, là dove chiunque altro verrebbe criticato da una parte piuttosto che da un’altra. Anzi: le diverse fazioni politiche, dai tempi di “Born in the Usa”, ma anche prima, da quelli di “Nebraska” se lo contendono a spron battuto perché capiscono quanto sia forte la sua influenza sugli elettori e quanto lui sappia esprimere meglio di loro un pensiero che colpisca la nazione.

Nel 2004 e nel 2008 ancora di più, poi, Springsteen si è impegnato in prima persona a sostenere le candidature degli esponenti democratici: ha fallito con John Kerry, ha dato un contributo non da poco all’elezione di Obama. E proprio da Obama riparte l’avventura musicale del musicista del New Jersey dopo un paio di dischi incolore e pericolosamente sbandanti verso il lato di un pop dai sapori ambiziosi, ma francamente fallimentari, specie “Working on a Dream”, probabilmente il disco peggio riuscito della sua intera carriera.

“Wrecking Ball” che esce il prossimo 6 marzo, è invece un disco focalizzato e che ha dentro di sé uno sforzo – per quanto non del tutto riuscito – di riportare alla luce quanto di meglio il Boss ha fatto nel corso della sua carriera. Per farlo, Springsteen riparte da una delle pagine più stupefacenti della sua carriera, il disco uscito nel 1982 “Nebraska” che fu un colpo allo stomaco dell’America reaganiana.
Oggi questo colpo, in modo sorprendente, è invece offerto all’America del suo amico Obama. Da sostenitore indefesso del presidente degli Stati Uniti, Springsteen si tira adesso da parte, complice una crisi economica che messo tutti insieme, buoni e cattivi, nel generale disastro del mondo occidentale.

Un disco furente e disperante, addirittura definito il più rabbioso della sua carriera, hanno detto gli uffici stampa dimenticandosi forse della rabbia distruttiva che si celava in lavori come “Darkness on the Edge of Town” o appunto “Nebraska”. Una rabbia che fa venire alla mente, vista l’abbondanza di linguaggio biblico che Springsteen ha sempre usato nelle sue canzoni e lo fa anche questa volta, un antico salmo del profeta Geremia: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo”. Springsteen, sembra dirci che non si fida più neanche di Obama. Dire che abbraccia la filosofia di Occupy Wall Street, movimento che lui stesso ha detto di apprezzare, sarebbe riduttivo, ma certamente è che quel “sogno” a cui invitava a lavorare in “Working on a Dream”, sembra ancora una volta aver ripetuto la profezia, anzi la maledizione, contenuta nella antica The River: “Is a dream a lie if it dont come true, or is it something worse” diceva allora e sembra ripeterlo oggi.

Cosa resta allora? Prendersi cura di noi stessi, come dice nel brano che apre il disco stesso, Take care of our own, che è comunque un ottimo consiglio da prendere sul serio, in tempi in cui diventa difficile fidarsi non solo dei banchieri, ma anche del vicino di casa. Musicalmente invece il disco lascia perplessi. Non c’è la E Street Band o c’è solo in parte, impiegata parzialmente, o quello che ne resta dopo la morte di Danny Federici qualche anno fa e recentemente del “colosso” spirituale e musicale Clarence Clemons. Probabilmente per questo Bruce ha preferito fare da sé, con qualche ospite di lusso ad esempio il chitarrista Tom Morello, ex Rage Against the Machine, il gruppo rock più politicamente schierato (a sinistra) dai tempi degli MC5, che a dire il vero non dà questo apporto così fondamentale.

Il disco infatti a dispetto della rabbia delle liriche non ha la stessa rabbia musicale perdendosi in un manierismo estetico troppo fine a se stesso. I brani sono tutti o quasi rimasticature dei suoi temi più classici, a partire da quelli contenuti in “Nebraska”, in chiave modernista: da una parte i suoni tipici del folk irlandese patrimonio della cultura musicale americana, dall’altra loop, synth, batterie fin troppo in evidenza e sinceramente fastidiose a scandire dei quattro quarti che poco ci azzeccano con l’immagine che si voleva dare alle canzoni.

In questo senso Rocky Ground con un intervento rappato a metà canzone sembra talmente assurda nell’accozzaglia di cori finto gospel, di melodie folk e di hip-hop da suonare involontariamente umoristica. Forse le sole Jack of all Trades, You’ve Got It (con quella innocenza rockabilly che la sottintende) e la sontuosa Easy Money che sarebbe un gran pezzo se non fosse stato aggiunto quel fastidioso coretto femminile che non c’entra un granché tengono alte la barra del timone.
Piace anche la title-track, con quell’arrangiamento fiatistico che entra nel finale colorandola di una grandeur degna di Elvis Presley a Las Vegas (che per la cronaca faceva musica di altissimo livello anche in quel periodo storico della sua carriera, checché ne pensino alcuni buontemponi).

Il tentativo è costruire un collegamento con le radici americane, quelle di quando questo Paese veniva costruito nel bene e nel male e che pur tra guerre civili e genocidio della razza pellerossa aveva dentro una promessa, quella grande promessa americana a cui Springsteen non sembra credere più (in This Depression canta “Mi è già successo di sentirmi giù e perso, ma mai così; la mia fede aveva già vacillato, ma non mi ero mai sentito senza speranze; in questa depressione ho bisogno del tuo cuore”). In questo senso non tragga in inganno la positiva Land of Hope and Dreams, brano vecchio già  diversi anni e qui incluso unicamente per rendere omaggio all’amico scomparso Clarence Clemons, essendo la sua ultima registrazione in studio prima della morte.

Alla fine il tanto deprecato singolo che aveva annunciato “Wrecking Ball” già da qualche tempo, e cioè il brano We Take Care of Our Own sembra essere il pezzo migliore del disco, con la sua genuina carica springsteeniana dei tempi d’oro (quelli di fine anni 70, inizio anni 80 per intenderci) e il suo testo che citando This Land is our Land e America the Beautiful lascia una pur vaga speranza nell’ascoltatore citando il cuore di un’America a cui dare ancora una chance.

In molti si domandano come mai Springsteen invece di un qualunque Ron Aniello non si sia fatto produrre da personaggi come T-Bone Burnett e Rick Rubin, i due migliori produttori americani viventi, capaci sì di valorizzare l’anima e il cuore della più pura e vera musica americana. La domanda è la stessa a cui si può rispondere chiedendosi perché Bob Dylan non faccia lo stesso: troppo grande è infatti l’ego di musicisti planetari di queste dimensioni per permettere di essere corretti, guidati e valorizzati da gente che imporrebbe loro scelte più difficoltose da accettare. Un peccato.

Per Springsteen vale poi sempre anche la dannosa presenza di Jon Landau che dai tempi di Born in the Usa ha fatto sì che l’autentico spirito springsteeniano concedesse sempre di più a suoni che permettano di scalare le classifiche. Un po’ come dire: va bne il rock’n’roll, ma non vorrai mica che le tue canzoni non passino alla radio o su Mtv?

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