PATTI SMITH/ “Banga”, il nuovo disco tra San Francesco, Tarkovsky e Bulgakov

- Paolo Vites

Nel nuovo disco di Patti Smith, lo scrittore Bulgakov, il regista Tarkovsky, il pittore Piero della Francesca e anche San Francesco. La recensione di PAOLO VITES

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Foto Sony-Columbia Records

“Volevo capire l’esperienza umana nella sua interezza”, disse una volta Patti Smith. Se l’abbia capita non lo sappiamo, bisognerebbe chiederlo a lei, certamente Patti Smith si è immersa fino in fondo nell’esperienza umana in modo tale da toccarne ogni aspetto, perdendosi e ritrovandosi, facendo cioè quello che ogni essere umano seriamente impegnato con il suo desiderio di felicità dovrebbe fare. Non si è fermata alle apparenze, come succede molto spesso nel mondo della musica rock o anche della poesia, i due ambiti espressivi dove da sempre l’artista si muove, dove l’inganno è sempre dietro l’angolo e cascarci è facilissimo.Non ha insomma ridotto l’esperienza a un particolare, e così facendo è stata testimome a se stessa e al suo pubblico di una grande verità spesso tralasciata: che l’esperienza umana va colta in tutti i fattori che la costituiscono.

“Sono un’artista americana e non ho colpe”, disse un’altra volta, sottolineando questo suo impegno con l’esistenza che non è sceso mai a patto con nulla, fossero l’ideologia di moda in quel momento o le esigenze assassine del mondo dello spettacolo. Questa sua voglia di capire l’esperienza umana l’ha portata talvolta in posti che solitamente sono off limits per una rock star. Qualche anno fa, invitata a esibirsi a Savona, Patti Smith, saputo dell’esistenza di un santuario dedicato alla Vergine Maria poco distante, chiede di poterlo visitare. Lì, il 18 marzo 1536 era apparsa, a un anziano pastore, Antonio Botta, la Madonna. Nella cappella del santuario che ricorda questa apparizione, Patti Smith si inginocchia, bacia il pavimento e prega a lungo. Alla sera, durante il concerto, più volte giunge le mani in preghiera e ringrazia Antonio, il pastore, “per essere stato tramite tra la Vergine e noi”. 

Sin dagli anni Settanta, quando era la regina della scena punk e infiammava la scena rock con le sue provocazioni soniche, Patti Smith andava oltre alle contingenze, incideva canzoni e poesie dedicate al Papa, ad esempio, oppure al mistero pasquale della Resurrezione del Cristo. In una intervista rilasciata nel corso degli anni Novanta, ci tenne a dire che “la crocefissione di Cristo, la sua trasfigurazione, è un atto che si può a malapena comprendere in questa epoca intrisa di scienza”. Patti Smith incarna una dimensione trascendentale nella musica rock che ha paragoni forse solo con colleghi come Bob Dylan, Leonard Cohen, Nick Cave e Van Morrison. Una religiosità forgiata nella sofferenza, per una donna che in tragica quanto subitanea sequenza perse il marito, il fratello, alcuni amici dei più cari come il fotografo Robert Mapplethorpe con cui era stata legata da profonda storia d’amore sin dai suoi esordi nella New York di fine anni Sessanta. “Lascia andare lo spirito dei morti e continua la tua celebrazione della vita” le disse Allen Ginsberg invitandola a riprendere il suo ruolo di poetessa, di cantante, di performer dopo lunghi anni di ritiro dalle scene. E’ così è stato.

“Banga” è un disco straordinario, di una intensità che appare sconvolgente, un perfetto ritratto della maturità raggiunta da questa donna che ha ormai superato i 60 anni di età, ma indaga ancora per capire l’esperienza umana nella sua interezza. La chiave del disco è la lunga Constantine’s Dream, un classico esempio della sua capacità improvvisativa in chiave spoken word su accompagnamento rock. Lei, che una volta disse di credere soltanto nel potere della parola fuso con tre accordi rock, sa fare benissimo questo genere di cose. Dentro al magma sonico di questo brano ipnotico,trascinante ed esaltante, c’è anche una voce in italiano che recita la “poesia semplice” di San Francesco: “Oh, Signore, fa’ di me lo strumento della Tua Pace; Là, dove è l’odio che io porti l’amore. Là, dove è l’offesa che io porti il Perdono. Là, dove è la discordia che io porti l’unione. Là, dove è il dubbio che io porti la Fede. Là, dove è l’errore che io porti la Verità. Là, dove è la disperazione che io porti la speranza. Là, dove è la tristezza, che io porti la Gioia. Là, dove sono le tenebre che io porti la Luce”. E’ solo rock’n’roll, e ci piace? Ovviamente ci piace, ma è molto, molto di più quello che passa in questo disco di Patti Smith. 

“Banga” (che è il nome del cane di Ponzio Pilato nel libro “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, un’altra connessione importante per capire in quali ambientazioni ci muoviamo dentro a questo disco) è uno dei suoi dischi più intensamente religiosi e fortemente legato all’Italia, Paese a cui l’artista è profondamente affezionata. Qui, nel 1979, tenne il suo ultimo concerto per molti anni a venire. Qui torna con assidua regolarità. Basti poi dire – che incredibile connessione – che il disco ha preso forma durante un viaggio che Patti e il suo chitarrista Lenny Kaye fecero alcuni anni fa attraverso il Mediterraneo sulla nave Costa Concordia. Già, proprio “quella” Costa Concordia. Ed ecco in questo disco le presenze di San Francesco, di Amerigo Vespucci, di Piero della Francesca. Ma c’è anche il grande regista russo Tarkovsky a cui dedica il brano musicalmente (si ispira infatti a una composzione del grande jazzista scomparso Sun Ra) forse più riuscito dell’intero lavoro. “Banga” è anche il suo primo disco di canzoni inedite dopo otto anni di silenzio, interrotti da un album poco riuscito interamente composto di cover di grandi colleghi del rock. E’ anche il disco meno rock e meno arrabbiato della sua carriera, dove alle lunghe improvvisazioni a base di chitarre distorte e furenti si alternano commosse e intime riflessioni guidate dal pianoforte. 

Lo spirito del rock aleggia sempre ovviamente, presente in modo ineludibile, e sarebbe impossibile non ci fosse quando hai a disposizione alcuni dei più grandi musicisti di questa storia. E cioè il chitarrista Lenny Kaye che è capace di racchiudere ogni segreto e ogni immaginazione della chitarra rock nei suoi riff e nelle sue svisate, e il batterista Jay Dee Daugherty, entrambi con lei dai giorni del debutto formidabile di “Horses”. Era il 1975. Ma lo spirito del rock lo evoca lei ogni volta che si avvicina al microfono per declamarne la sua intensa visione. C’è anche un pezzo dedicato a Amy Winehouse, qua dentro, il brano This Girl, una delicata dedica d’amore che sembra quasi un rock’n’roll degli anni Cinquanta, per una cantante morta troppo presto e nel modo sbagliato. C’è Fuji-san, dedicata alle vittime dello tsunami che si abbattè sul Giappone, e c’è Maria, dedicata all’attrice tormentata Maria Schneider che la Smith frequentò brevemente nel 1976, canzone scritta in occasione della sua scomparsa. C’è Nine, dedicata all’attore Johnny Depp che vi suona pure chitarra e batteria.  E c’è Amerigo, in cui ricorda l’esploratore Vespucci, l’uomo che diede il nome alla sua nazione, l’America. 

C’è così tanto dentro questo disco che si può restarne storditi, abbagliati, inquieti. Tutte quelle cose che solo i grandi dischi rock sanno fare: porre domande, non rispondere necessariamente, lasciare che gli interrogativi proseguano per mesi e anni di ascolti. Il disco si conclude con una cover, After the Goldrush di Neil Young. Volevo un pezzo finale, ha spiegato Patti Smith, che desse la sensazione di trovarsi davanti all’esplodere dell’alba, quando dopo una notte di pensieri ti trovi davanti alla luce del sole. “Mi trovavo in un caffè e sentii dalla radio After the Goldrush. Ecco la canzone che cercavo, non c’è bisogno che ne scriva una nuova”. Perché la musica rock è come la vita: un viaggio verso la fonte del mistero, non la risposta.

Si può finire però nello stesso modo con cui Patti Smith chiudeva il suo bellissimo libro “Just Kids” di un paio di anni fa in cui raccontava la storia sua e dell’amato amico morto Mapplethorpe: “Finalmente al cospetto del mare, dove Dio è tutto, riuscii a calmarmi”. Con ancora la certezza che, come ha detto lei, “Questa ricerca è ciò che brucia più nel profondo”. Per meno di questo non vale la pena ascoltare un disco rock, tantomeno vivere.

“Banga” esce anche in una bellissima confezione deluxe con un brano in più, Just Kids, ma soprattutto una elegante confezione a libro che contiene tutti i testi, tante bellissime fotografie di lei, dei musicisti, dei personaggi suggeriti dalle canzoni e una introduzione scritta dalla stessa Patti Smith in cui spiega la genesi di questa raccolta di canzoni.

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