ANTONELLO VENDITTI/ L’intervista: oggi più che mai bisogna ripartire dal cuore

- Paolo Vites

In vista di due concerti milanesi (il 29 e il 31 gennaio) Antonello Venditti si racconta a PAOLO VITES: la sua musica, la voglia di suonare dal vivo e l’esigenza di ripartire dal cuore 

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Antonello Venditti (Fonte Infophoto)

Dove batte oggi il “cuore” di Antonello Venditti? Per un artista che ha fatto di questa parola un grande uso, quasi il centro della sua poetica, è difficile dare una risposta: “Sinceramente non lo so” dice durante una conversazione con ilsussidiario.net. “Il mondo oggi è sempre più frammentato, la delusione e l’illusione sono dietro l’angolo, soprattutto per la mia generazione che ha vissuto e ancora per certi versi vive certi grandi ideali. Io ad esempio a questi ideali non rinuncio, ma bisognerebbe essere capaci di seminarli di nuovo, nelle giovani generazioni”.
Antonello Venditti sta per arrivare a Milano, dove si esibirà per due concerti esclusivi nella bella cornice del Teatro Arcimboldi i prossimi 29 e 31 gennaio, due dei tanti concerti cominciati al momento dell’uscita del suo ultimo disco, “Unica”, e che proseguono senza sosta, segno di un passione per la musica live che ha pochi paragoni fra gli artisti della sua generazione. “Il cuore di tutti noi” dice ancora “risente di questa sottile angoscia che si è insinuata in tutti: bisognerebbe ricominciare tutto da capo, averne il coraggio”.   

Una volta hai detto che le canzoni eseguite dal vivo mostrano tutta la loro sacralità: cosa significa pensando ai tanti anni di carriera che hai dietro le spalle?

Il concerto è la massima espressione di un discorso di livello. Il concerto invece che essere qualcosa di più scarno e meno da vivere di quanto sia un disco, dimostra e fa scoprire la grandezza dei pezzi. E’ il concerto che determina la canzone: le canzoni nascono dal vivo e poi vanno in studio per farsi incidere. Lo studio a volte è molto riduttivo, ma è qualcosa che succede a tutti coloro che fanno musica e che vogliono lasciare un segno nel suono che fanno.  Springsteen o gli U2 dal vivo sono molto meglio del disco, il disco è sempre in qualche modo un mezzuccio.

Nel senso che la canzone è difficile che abbia una forma permanente, è destinata a essere ripensata e rivissuta ogni volta che la esegui?

Dal vivo hai meno condizionamenti, hai solo quello del posto dove suoni ma è un condizionamento molto minore di quello dello studio.

Si può dire che la tua, come quella di alcuni altri tuoi colleghi, sia una dedizione alla canzone, che travalica il mestiere?

Sì sembra essere la mia vocazione. Ce ne avevo tante altre ma questa è la più stabile sicuramente. La musica intesa come tante cose diverse non solo espressione ma anche come spazio, tempo. La musica viene vissuta dal vivo e io tento di farlo anche nei dischi anche a livello spaziale, come se il disco fosse un film. Intendo l’ampiezza dei suoni, la profondità e questo mi piace. Il suono, scoprirne di nuovi, fare suoni che sono alla base dell’identificazione delle mie canzoni.

Un marchio di fabbrica, insomma.

La cosa straordinaria è che, io che sono sempre stato identificato come un pianista,  ma se anche un mio pezzo parte invece con due chitarre, tu puoi già dire che è mio. Questo vuol dire che al di là degli strumenti che utilizzo c’è un segno dell’autore.

Un segno che si traduce in suoni. Come ti suonano le nuove canzoni, quelle di “Unica” dal vivo?

Ci sono canzoni che capisci proprio dal vivo perché nel disco non riesci a contenerle tanto sono grandi. Quando le suoni la gente si chiede cosa accade, è un modo anche avanzato di fare musica. Mi trovo benissimo a fare questi pezzi e non so nemmeno quando finirà questa lunga tournée che sembra non finisca mai. Ma è giusto così perché se una cosa è bella trova la sua forza, ha una sua storia. “Unica” è come un’opera teatrale con un inizio e una fine, ho scelto quelle canzoni perché è “unica”, è questo.

Immagino che non sarà facile però decidere quali canzoni fare, magari i tuoi fan storici si aspettano certe canzoni e tu preferisci farne altre. 

 

Sono talmente tante le canzoni che faccio e quelle che non faccio che alla fine ecco perché la definisco un’opera teatrale rock. Alla fine del concerto sai che ti mancano anche grandi capisaldi del mio repertorio però in realtà non ti sono mancati perché il concerto è costruito secondo una storia, un racconto non necessariamente cronologico. Se ad esempio faccio Non ci sono anime dopo Sotto il segno dei pesci lo spettatore capisce perché.

 

Cioè?

 

E’ lo sviluppo di quella canzone molti anni dopo. I pubblico questo lo capisce, le canzoni sono collegate come se fosse una unica grande canzone.

 

Nell’ultimo disco c’è un brano particolarmente bello, Cecilia, nella grande tradizione dei tuoi ritratti di donne.

 

Cecilia è Santa Cecilia, è una delle tante donne al mondo che hanno detto di no senza rinnegare fede e amore. Donne che si sono fatte violentare, martirizzare pur di mantenere fede ai loro ideali. Nel disco è collegata aRagazze del lunedì che invece parla di donne che non hanno avuto la stessa forza interiore di dire no. Oggi il mondo avrebbe bisogno non soltanto di Cecilia ma che non ci fosse il fatto di fare una scelta tremenda, quella del vendersi che obbliga anche i ragazzi a fare scelte non libere. E’ difficile oggi far capire appieno le proprie idee anche attraverso le canzoni perché manca la comunicazione. Il concerto vorrebbe essere una di queste occasioni di comunicazione. Ma per raggiungere davvero lo scopo dovrei fare qualcosa dedicata solo alle donne, il potere, il lavoro, la maternità, il sesso.

 

Donne a cui però hai sempre dedicato molto spazio.

 

Per raggiungere quel livello di comunicazione che ti dicevo, parto con Sara, la canzone, e la cosa pazzesca è che è la più attuale di tutte. Una ragazza che ha la forza di dire no all’aborto e tiene il bambino anche contro la volontà dei genitori e senza un marito. Si riparte da lì: se non ci fosse la forza delle donne non ci sarebbe futuro anche per l’umanità. Pensiamo ai sacrifici inenarrabili che fanno le donne per difendere la maternità.

 

Dove batte oggi il cuore di Antonello Venditti, un cuore di cui hai sempre grandemente cantato?

 

Non lo so neanche io dove batte. Il mondo esterno si è ancora più frammentato, bisogna ritrovare il proprio cuore il che vuole dire l’ideale. E’ sempre più difficile: la delusione, l’illusione sono dietro l’angolo soprattutto per la mia generazione che ha vissuto e ancora vive grandi ideali. Io ad esempio non ci rinuncio a quegli ideali.

Cosa uccide questi ideali?

 

Una condizione sempre più di estraneità dalla vita politica ad esempio che è  diventata piccola, rozza e corrotta. Bisogna recuperare quegli ideali cercando di seminarli affinché tu che li hai trovati e ci credi possano dare anche piccoli riscontri ma forti e veri. Individuo sempre nei ragazzi quelli che continueranno a portare dentro questi ideali.

 

Forse tutto questo succede perché anche la politica si è dimenticata del proprio cuore.

 

Oggi la politica è difficile anche definirla così, quando l’abbiamo vissuta noi anche fino a poco tempo fa era una cosa alta, voleva dire mettersi a disposizione degli altri. Oggi è una cosa brutta. Certo, la politica ha perso il cuore, ma è difficile smontare tutto. Bisognerebbe ricominciare da capo ma non ne hai il tempo. Quello che è successo dopo il 2008 in Italia e nel mondo avrebbe bisogno di una riflessione enorme per uscire con soluzioni vere, che abbiano radici, fondamenta solide. Invece andiamo avanti senza che sia cambiato nulla con gli stessi errori di prima. Per andare alle elezioni ci voleva una maggiore maturazione sociale o ripensare un altro modo per governare. Questi invece non sono riusciti neanche a fare la legge elettorale… C’è una generazione che se non la si aiuta a ridarle l’ideale del lavoro non è persa, ma è organica a quello che c’è stato prima e così si aggrava la situazione.

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