CESARE CARUGI/ “Portchartrain”: se la Louisiana arriva fino alla Toscana

Il secondo disco di Cesare Carugi, talentuoso cantautore toscano che guarda all’America. Accompagnato dal meglio della musica roots italiana. La recensione de IL CALA

13.10.2013 - La Redazione
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Cesare Carugi

La seconda prova di Cesare Carugi, toscanaccio dall’ironia tagliente e dalla voce calda è un album intenso che parla di partenze, di abbandoni e di posti che costi quel costi bisogna raggiungere.

La passione con cui Cesare suona e scrive traspare pienamente in queste tracce, dove ci accompagna in un viaggio non solo geografico, ma anche temporale, lungo la spina dorsale della cultura americana, di cui lui è totalmente appassionato, con riferimenti chiari ma mai pedissequi e sempre colmi di sincero amore ed ammirazione, verso quegli artisti a cui Carugi guarda con enorme rispetto. Nessun plagio quindi, ma una rielaborazione attenta, fatta da chi dentro certi suoni e certe note è cresciuto e di cui si nutre quotidianamente, senza però rinunciare ad aggiungere alla ricetta diversi ingredienti personali ed originali.

Non bisogna dimenticarsi inoltre della qualità dei musicisti di cui Cesare si circonda, alcuni davvero indicati per ricreare certe atmosfere torride fatte di blues, chitarre slide e tanto sudore, come ad esempio i bluesmen Paolo Bonfanti, Francesco Piu e Marcello Milanese, senza dimenticare i Mojo Filter, eccellente band bergamasca che merita maggiore attenzione ed i preziosi interventi al violino di Chiara Giacobbe; notevolissimo però il nucleo fisso della band, che riesce ad assecondare Cesare nella ricerca di un suono che sia originale ma ricco di rimandi “nobili”.

Nelle canzoni dell’album è sempre presente una componente di movimento, che si sia alla ricerca di una destinazione definitiva o che solamente ci si cerchi di orientare nel buio dei nostri tempi.

Ed il lago Portchartrain rappresenta la meta ma anche uno strumento, l’acqua, per ripulirsi corpo ed anima e ripartire.

Album profondamente americano, già a partire dalla copertina, che riporta alla mente le baracche lungo i fiumi e le atmosfere di libri gialli intrisi di magia nera, che dentro queste shotgun shack solitamente hanno il climax delle loro pagine.

Il brano iniziale Troubled waters, zuppo di blues già dal titolo, narra di partenze e della necessità di allontanarsi da situazioni e problemi ormai insostenibili; è un pezzo notturno, che di notte si svolge e che alla notte guarda come momento ideale per partire, magari di soppiatto ed allontanarsi; nella successiva Carry the torch continua l’allontanamento, anche se si delinea già meglio una direzione e si intravedono all’orizzonti “new seas and new mountains”, mari e montagne nuovi dentro i quali perdersi e ripartire.

Il protagonista di questo viaggio sente forte la necessità di un cambiamento, sia intimo che generale (data la dichiarata ispirazione ricevuta per la stesura dei brani dalla tragedia dell’uragano Katrina), la sente al punto da non dormire, come canta in Long nights awake, pezzo che per testo e atmosfera rimanda ad un altro viaggio, quello cantato da Eddie Vedder in Into the wild; la chitarra e l’armonica fanno da voci aggiunte in questo pezzo, con i loro lamenti ed il loro pianto carico di sofferenza.

Una luce, uno spiraglio si inizia ad intravedere nella romantica Your memory shall drive me home, ennesima canzone del disco a svolgersi di notte, ma con la differenza che stavolta ad accompagnare Cesare c’è qualcuna che ha trovato un posto speciale nel suo cuore e il cui ricordo funziona meglio di una qualunque mappa; ballata affascinante che rimanda ad alcune cose dei Counting Crows, maestri nel cantare i chiaroscuri della vita.

Charley Varrick, che incontriamo nella canzone a lui dedicata, torna in scena dopo ben 40 anni dal film che narrava le sue gesta (Chi ucciderà Charley Varrick? Di Don Siegel, con Walter Matthau); la storia del film, della rapina e delle conseguenze, vengono riproposte fedelmente, grazie anche alla meravigliosa voce femminile che interpreta la moglie Nadine (Marialaura Specchia); una storia da brividi, una trama che sembra un incrocio tra un McCarthy meno psicopatico del solito ed un Lansdale molto ispirato, un messaggio che racconta di viaggi sbagliati, di dipendenze tossiche, di vizi e di come i tuoi desideri possano a volte portarti su strade pessime; argomenti attualissimi, che Cesare giustamente ripropone nonostante i 40 anni dalla prima visione.

Il Lago Portchartrain appare nella traccia successiva, perché a lui è dedicato uno shuffle travolgente guidato dalla chitarra e dalla grinta di Francesco Piu; il brano è un blues incalzante dai toni gospel, dove si manda un messaggio quasi religioso di ricostruzione e ripartenza (quasi evangelica è la frase “ricostruisci la mia casa”), il tutto lungo le sponde del Portchartrain, che purifica e dà la forza per andare avanti.

Dopo tanto buio ed una lunga, lunga notte, arriva il mattino anche dalle parti del nostro lago ed anche se è troppo presto per chi è abituato a muoversi dopo il tramonto, la luce dell’alba cambia la visione del mondo per il protagonista e gli fa apprezzare persino la fatica fatta per arrivare dove si trova ora e i ricordi delle nottate precedenti. Forse con l’arrivo del mattino avviene anche l’incontro con la persona speciale il cui ricordo ci guidava fino a casa, infatti in Drive the crows away la zingara diventa compagna di viaggio, l’agitare le mani diventa un modo per allontanare non tanto uccelli pericolosi quanto le nuvole che ogni giorno sembrano addossarsi intorno alle nostre vite ed ai nostri sogni; forse ora che sappiamo con chi andare, è il momento di mettersi davvero in viaggio.

Da un punto di vista musicale, gli ultimi pezzi dell’album si aprono a riferimenti molto diversi ed eterogenei tra loro, mentre la tematica del viaggio viene ancora analizzata.

Crack in the ground è una love story parecchio “nera”, con un suono che sembra provenire da qualche cantina dove prova una band di punk americano, primi tra tutti i Social Distortion; la successiva My drunken Valentine è invece simile a come potrebbe suonare una canzone di Tom Waits suonata da un gruppo soul come quello protagonista del film The Commitments, mentre When the silence break through ricorda il miglior Elton John.

Chiude il disco e il viaggio la evocativa We’ll meet again someday, con i Mojo Filter che accompagnano Cesare nei saluti finali; zaino in spalla il protagonista del disco prende la strada dei boschi rinfrancato, forse più sicuro di sé, ma convinto di aver trovato qualcosa e soprattutto qualcuno da rivedere, prima o poi.

Sicuramente lo stesso auspicio che rivolgiamo a Cesare, affinché continui a percorrere la sua strada, lungo la quale in molti lo stanno aspettando, per sostenerlo e accompagnarlo.

(Il Cala) 

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