DA BALLA A DALLA/ Dario Ballantini e la “meraviglia” di Lucio Dalla

- Mariachiara Sacchetti

A Livorno il debutto dello spettacolo teatrale che il celebre imitatore di Striscia la notizia ha dedicato al suo amico scomparso Lucio Dalla. Lo ha visto per noi MARIA CHIARA SACCHETTI

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Dario Ballantini

29 novembre. Non si dovrebbe mai cominciare un articolo con una data, non si dovrebbe mai scrivere solo di empatia ed emozione, non si dovrebbe far parlare il cuore, solo il cuore, bisognerebbe usare tecnica, cronaca e dettagli, ma io, almeno oggi, metto nel cassetto tutto quello che ho imparato negli anni in cui scrivevo per descrivere, e lascio andare la penna solamente in base a quello che sabato scorso, e ancora oggi mi è rimasto nelle vene e sulla pelle.

“Da Balla a Dalla, storia di un’imitazione vissuta” non è solamente lo spettacolo della vita di Dario Ballantini, ma di tutti coloro che si sono seduti e si siederanno davanti al lui in teatro.

Ero in quarta fila, ero davanti ad un talento, ero davanti ad un uomo, e davanti all’unico uomo che sia stato davvero in grado di ripercorrere Lucio Dalla trasmettendoci la netta sensazione di essere davanti all’originale.

Iniziano i racconti e in teatro cala il silenzio, si percepiva la voglia di Dario di farsi sentire da Lucio oltre il tempo e le distanze, oltre la logica e la razionalità. Un ragazzo e il suo mito, dai tempi della scuola, per tutta la sua crescita è stato il suo punto di riferimento fino a diventare la sua guida ed un suo grande amico, Dario ci racconta di come lo seguiva, di come lo amava e alle sue spalle, i disegni lunghi un’intera esistenza, dai primi schizzi a penna, ai dipinti di una mano che ci sa fare guidata solo dalla stima.

Ripercorre Dalla cantando le canzoni che fanno la storia della musica, dalle più vecchie, alle meno conosciute fino ad arrivare a quelle che mi hanno commossa e ancor di più fatto crescere una stima smisurata per lui e per tutti coloro che lo accompagnavano.

La parola chiave dello spettacolo è: “mi basterà?”.

A Dario non bastava la conoscenza di Lucio, non bastavano i complimenti, e non bastava tenerlo lì come un mito irraggiungibile, voleva di più, voleva essere colui che marcava a fuoco le tappe importanti di Lucio, rendendole uniche ed inimitabili da chiunque altro.

Ci racconta un passaggio che ha fatto sorridere tutti noi, ma allo stesso tempo ci ha dato la conferma di quanto bello deve essere stato viverlo. Dario doveva mandare gli auguri di capodanno a Lucio, ed esordisce dicendo: “Come si fa a scrivere gli auguri d Capodanno a uno che ha scritto L’anno che verrà?”.

Geniale nella sua semplicità, Ballantini, un uomo che il successo ce l’ha tra le mani ma che ancora una volta voleva di più, voleva essere se stesso, e per esserlo doveva entrare a testa alto in questo suo spettacolo, vitale, vero, unico.

La prima parte dello spettacolo è Dario a trovarsi dinanzi a noi; andando avanti, sono iniziati i travestimenti, da solo, nessuna costumista, nessun truccatore, tutto a palco aperto, eri li davanti al suo separè e dopo pochi attimi, voltandosi, era Dalla, ed era davvero lui, questo ci fa capire, quanto poco importi passare le ore davanti ad uno specchio per cercare di essere qualcun’altro se quel qualcun’altro non lo hai dentro le ossa.

La musica accompagnava i suoi passaggi da Dario a Lucio, arrangiamenti impeccabili ed emozionanti, nessuna nota era scontata o uguale, nessun tocco sugli strumenti era fuori luogo, Stefano Cenci è riuscito a creare, ancora una volta, una musica degna del suo nome e del suo talento.

Chitarre pulite e limpide quelle di Claudio Trippa che hanno reso il tutto una delicatissima armonia. Batteria presente e mai eccessiva, tocco leggero e penetrante quello di Marco Cenci, il giusto ritmo degno del suo indiscusso talento, e della sua innata capacità alla perfezione.

Basso decisamente perfetto, il che è quasi se non del tutto impossibile da trovare, in un contesto del genere dove poco importa il saper essere perfetti, quanto il trasmettere tutto anche con poco grazie alle mani di Maurizio Meo. Sax intenso, fondamentale in uno spettacolo in cui la musica parla ancor più delle parole, Carlo Maria Micheli ha reso racconto quelle che sarebbero state, forse, semplici note.

E’ la prima volta in anni di scrittura che non mi pongo domande su cosa scrivere e come farlo, state leggendo solo quello che è stato provato, vissuto, quello che mi ha commosso a tal punto da far scivolare la penna sul foglio come foglie sull’acqua.

Il progetto di Massimio Licinio è il progetto più bello, più vero che io abbia mai guardato con occhi e anima.

Dopo lo spettacolo ho parlato con Dario e Massimo, forse sono stata l’unica giornalista presente in sala a non aver fatto alcun tipo di intervista. Diciamoci l’assoluta verità , quale intervista avrebbe mai potuto sostituire il reale entusiasmo di chi non deve rispondere a domande preparate?

E’ un professionista nella vita, ma è assolutamente se stesso in questo spettacolo, ed io volevo solo cogliere il suo aspetto più intimo e reale.

Lo spettatore più emozionato e fiero è stato senza alcun dubbio Lucio Dalla, l’ho immaginato in prima fila, in piedi, ad applaudire Dario con una lacrima ed un sospiro tipico di chi guarda quel ragazzo cresciuto e realizzato, ha creduto in lui, nelle sue capacità sicuro che un giorno sarebbe diventato qualcuno di importante, lo è diventato e glielo ha dimostrato.

Dario, tu devi tanto a lui più di chiunque altro perché non sei stato un fan, sei stato un suo amico e un suo allievo di vita, ma se oggi Dalla fosse qui, direbbe che il regalo più bello della sua vita gliel’avete fatto tu e Massimo.

Grazie per le emozioni, per la gioia, per la bellezza e per la tua bravura, degna di girare il mondo, “Da Balla a Dalla Storia di un’imitazione vissuta” per me e per tanti altri giornalisti, diventa oggi uno spettacolo per cui l’Italia può definirsi fiera dei suoi artisti.

La parola chiave dello spettacolo, come detto prima è stata mi basterà? La parola chiave di chi come me osserva e scrive è: meraviglia.

Nella convinzione che tutto questo sarà amato da chiunque, poso la penna e mi emoziono ancora una volta.

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