MUMFORD AND SONS/ Arena di Verona: la spinta in avanti e il ritorno a casa

- Walter Muto

Alla prova del live i Mumford and Sons dimostrano di essere sempre una grande band, anche se i pezzi vecchi suonano meglio di quelli nuovi. La recensione di WALTER MUTO

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Foto di Filippo De Orchi

L’Arena di Verona si riempie pian piano mentre suonano due band supporter, la prima un clone dei Pearl Jam fuori tempo massimo e la seconda scaraventata qui direttamente dall’electro-pop degli anni ’80, non chiedetemi i nomi, li leggeremo sulle recensioni dei super informati. In ogni caso verso le 21.30 l’anfiteatro romano è gremito, mica male per una band il cui ultimo lavoro è stato fortemente discusso, quando non giudicato un tradimento.

21.49 buio: le prime note sono un tappetone di tastiere, ma l’inizio è affidato agli strumenti acustici con Lover’s Eyes.

Tutta l’arena canta già, e subito si avverte quale sia la vera natura dei ragazzi, pur vestiti di nero e cattivissimi. 21,56 “Volliamo ballare” recita nel suo stentato italiano Marcus, e parte lo scoppio di I Will Wait. Subito dopo il set cambia, ed entrano gli strumenti elettrici. 

Abbiamo un nuovo album – annuncia sempre in italiano Marcus, e le prime note di Snake Eyes ci portano in un altro mondo; ci fidiamo e proviamo ad esplorarlo. La presa dal vivo è decisamente più accattivante del superprodotto album. Parte Wilder Mind, title track dell’album, un brano che a mio avviso non riesce ad alzarsi da un certo piattume, nemmeno quando la voce spinge un po’ di più o la chitarra elettrica di Winston cerca di ruggire. Rientrano gli strumenti acustici, l’impressione è proprio che ne abbiano bisogno per rialzare il tiro. Che infatti si rialza di brutto con l’inno assoluto di Awake My Soul. 

Ecco, Marcus si sposta alla seconda batteria presente sul palco per Lover of the Light. I pezzi veramente forti provengono dal passato, anche se non remoto. E si continua con Thistle and weeds e il suo grido prorompente. Ghosts that we knew è assolutamente magica. Ma continuiamo a parlare di repertorio, e non di novità… Ed eccoci al tanto vituperato singolo Believe che forse, confermo, è una delle cose migliori dell’ultimo album, e dal vivo è un brano dal suono possente e di grande comunicativa. Tompkins Square Park continua la sequenza dei singoli dall’ultimo lavoro, ed anche se la gente segue, l’impatto è decisamente inferiore rispetto ai brani ‘storici’. Il ping-pong elettrico acustico infatti continua, e parte The Cave. L’Arena salta all’unisono, qualcosa vorrà pur dire. Vuol dire che questa grammatica e questa sintassi, questo cuore e questa originalità fanno risuonare il cuore della gente più di una trasformazione che ha sorpreso tutti. Se ce ne fosse bisogno, Roll Away Your Stone è un tripudio assoluto.

Un po’ di tempo per l’ennesimo cambio strumenti, e si torna al nuovo album. Monster e Only Love raffreddano un po’ il clima, la terza, Ditmas, è decisamente meglio; presenta un suono molto lavorato, il ritornello è possente e molto riuscito. Tuttavia ritengo non siano queste le canzoni che li distinguono dal non essere una band come un’altra. Il concerto sta per finire, ma la convinzione resta forte e ben piantata: le caratteristiche distintive dei Mumford & Sons sono da cercare altrove. Per esempio nella violenza sonora – ma assolutamente acustica, con pianoforte e contrabbasso – di Dust Bow Dance con cui chiudono ufficialmente il concerto prima dei bis.

Come avevano già fatto qualche anno fa al Teatro Romano, sempre qui a Verona, si spostano su un palchetto opposto al palco centrale, e tutti intorno ad un microfono eseguono Sister, seguita da Cold Arms, che dichiarano non aver mai eseguito dal vivo. È l’unico brano tratto dall’ultimo LP che sul cd Marcus suona accompagnandosi esclusivamente con la chitarra. Gli altri tre armonizzano le voci, mentre Marcus sbaglia senza ritegno qualche accordo, sostituendo senza senso un Do minore con un Si 7.  Passando in mezzo alla gente tornano sul palco centrale per ‘a couple more’. Per par condicio, la prima è Hot Gates, da Wilder Mind, e la seconda non può essere altro che Little Lion Man. La convinzione è definitivamente confermata. Anche se a concludere è The Wolf con la sua potenza assoluta che fa ancora sobbalzare sulle sedie e sui gradoni di pietra.

Concludendo: ogni artista o gruppo che dal vivo presenta materiale nuovo aggiunge alla scaletta anche brani dei precedenti album. È così da che mondo è mondo e concerto è concerto. Eppure stasera si è assistito ad una singolare dicotomia: la proposta di due mondi diversi, senza nessun contatto reciproco; nessun punto di unione fra i due repertori, batterista aggiunto a suonare solo i pezzi nuovi, tutto come già avvenuto in passato per quelli vecchi. Nessuna variazione di arrangiamento per i brani del passato, riproposti pedissequamente con gli arrangiamenti – e i cori – originali. Una separazione di campi che non può non essere voluta. Ci si chiede dove porterà per la prossima mossa.

Tirando davvero le somme finali, i Mumford & Sons hanno avuto bisogno di tanto passato per far saltare veramente l’Arena, ma non tutto del recente repertorio è da buttare, anzi dal vivo qualcosa è stato anche più convincente che su disco. Ma in due scatole distinte, che alternativamente si aprivano e si chiudevano, offrendo due mondi distinti e non comunicanti. Il futuro ci dirà di più.

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