MIO FRATELLO MINO/ 1. L’intervista a Gegè Reitano: quando i Beatles aprivano i nostri concerti

- Pier Angelo Cantù

Mino Reitano ha attraversato la storia della musica italiana e non solo: dai tempi dei Beatles  ai grandi festival della canzone. Ce ne parla il fratello Gegè. PIER ANGELO CANTU’

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Gegè e Mino Reitano insieme a Charles Aznavour

Esistono ancora, fortunatamente, testimoni preziosi del panorama della musica leggera italiana degli anni d’oro, diciamo quella dei ’60 e ’70: dei Cantagiro, Canzonissima, Festivalbar, Castrocaro, Sanremo e St. Vincent. Musicisti che ne hanno vissuto l’essenza e che sanno raccontare cos’era quell’ambiente competitivo in cui si era però tutti amici, e in cui una stretta di mano valeva più di una firma su un contratto. 

Uno di questi è Vincenzo Reitano, detto Gegè, batterista a fianco del fratello Mino (dei fratelli, perché il gruppo ne contava fino a sei) fin dai primi anni ’50, quando anche in Italia arriva l’ondata del rock and roll americano. Testimone sempre presente in tutti i principali avvenimenti di quegli anni, Gegè, che il 9 ottobre compie 78 anni, ci racconta tutto in modo lucido e preciso, con profondo amore per il fratello Mino, di cui è impegnato a farne memoria in tutti i modi, e per quegli anni pazzeschi. Il nostro compito è solo quello di mettere insieme i pezzi del puzzle e unire i puntini, tra i ricordi che si accavallano e che ne richiamano sempre altri. Pubblicheremo tutto in due articoli, oggi e domani, soffiando con lui su quelle 78 candeline. 

Tutto è partito verso la metà degli anni ’50… 

Sì, il nostro papà, Rocco che faceva il ferroviere e amava il clarinetto, ci aveva mandato tutti a studiare musica e almeno uno strumento. Avevamo messo in piedi un’orchestra familiare: io, Franco, Mino, Antonio e Giovanna, che però è venuta a mancare molto giovane con grande dolore di tutti. Anche la nostra mamma è morta presto, quando Mino aveva appena due anni; mio papà si è subito risposato con la sorella della mamma, perché eravamo tutti piccoli e c’era bisogno di farci crescere. Alla fine, siamo stati una famiglia di dieci fratelli, sei maschi e quattro femmine.

Qualche anno dopo, con il sogno di sfondare nella musica leggera, siete partiti da Reggio Calabria per suonare un po’ in tutta Italia… 

Sì, il primo nucleo comprendeva me alla batteria, Mino come cantante e al violino dato che aveva studiato al conservatorio, Franco suonava tastiere e fisarmonica, e fra tutti era il più musicista e Antonio la chitarra. Con noi c’era anche Franco Minniti, chitarrista e cantante. L’orchestra è cresciuta piano piano: prima in Sicilia alla “Silvanetta” di Milazzo poi altrove; venivano a sentirci Alberto Sordi e Silvana Mangano. Dino De Laurentis ci fece suonare a casa sua in Francia, poi una volta a Venezia ci avvicinò un pezzo grosso della BBC che ci portò a suonare a Londra, alla televisione inglese. All’epoca ci chiamavamo “Beniamino e i suoi fratelli”, subito ribattezzati come “Benjamin and his Brothers”. 

Poi c’è questa cosa pazzesca che ad Amburgo, nei primi anni ’60, avete suonato per quasi due anni sullo stesso palco in cui suonavano i Beatles… 

E’ successo allo Star Club, sulla Reeperbahnn la strada del quartiere a luci rosse che all’epoca era il centro di una delinquenza molto pericolosa. Il titolare era molto pignolo, pretendeva bravi strumentisti e ci aveva scritturato. Con tutti i musicisti che si avvicendavano sul palco con noi, si cercava di uscire insieme in gruppo, per curiosare un po’ tra le vetrine ma soprattutto per nutrirci, con panini e wurstel. Stando insieme si evitavano i pericoli di essere derubati o ammazzati in una rissa. Si dormiva poche ore tutti insieme, in pensioni di terz’ordine. All’epoca John, Paul e George, con il batterista Stu Sutcliffe, si chiamavano Silver. Con l’aggiunta dell’altro nostro fratello Domenico noi suonavamo qualche cover rock ‘n roll, soprattutto brani di Roy Orbison. “It’s Over” era il cavallo di battaglia di Mino. I quattro ragazzi rimanevano sempre a sentirci e noi a sentire loro. Mino aveva legato molto con John Lennon perché erano i due tipi più calmi, in una situazione in cui tutti eravamo parecchio scapestrati, anche se loro erano sempre molto educati. A Lennon piaceva molto la voce di Mino. Suonare in quel locale era massacrante: in pratica si cominciava il pomeriggio e non si smetteva quasi mai, finché l’ultimo cliente non lasciava il locale, spesso alle 5 di mattina. Mino era perciò molto utile: come polistrumentista poteva sostituire chi di noi avesse voluto prendersi una pausa di tanto in tanto. 

Con i Beatles non siete rimasti in contatto? 

Purtroppo non è capitato, le nostre strade si sono divise e loro sono diventati i più grandi di tutti. A Mino sarebbe piaciuto essere il quinto Beatles, ricordava spesso quelle fantastiche serate ad Amburgo. Quando però Paul McCartney è venuto a Sanremo alla fine degli anni ’80, ha chiesto a tutti dove fossero e che fine avessero fatto Beniamino e i suoi fratelli. 

Dopo la Germania tornate in Italia e il vostro percorso si incrocia con quelli di Lucio Battisti…

Ci siamo frequentati molto. Noi stavamo cercando un contratto e speravamo di avere maggiore successo nella musica leggera italiana; ma le case discografiche non erano pronte ad accogliere le canzoni di Franco e di Mino e così ci presentavano altri autori da interpretare. Uno di questi è stato Battisti, compagno di scuderia alla Ricordi. Il primo Sanremo fatto da Mino, in coppia con gli Hollies, fu proprio con un brano di Mogol/Battisti dal titolo “Non prego per me”. Purtroppo, siamo stati eliminati. In seguito incidemmo anche “Prendi fra le mani la testa”. 

 Era nata comunque una bella amicizia con Battisti, so che vi frequentavate spesso quando voi vi siete trasferiti tutti quanti ad Agrate Brianza mentre Lucio abitava poco distante…

Sì è vero, ci siamo frequentati spesso, ma dal punto di vista artistico non c’è stato molto scambio. Battisti ci accompagnava nei posti dove andavamo a suonare, c’era anche Ricky Maiocchi dei Camaleonti;  Mogol ha dato una mano a Mino scrivendo i testi delle sue prime canzoni.

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Le prime canzoni scritte da Mino e Franco Reitano vengono finalmente accolte dalla Ariston: al musicista e patron Carlo Alberto Rossi Mino piaceva tantissimo. Una sera, dopo un’esibizione della band al Gallery Club di Piazza San Babila a Milano, Rossi fa firmare il contratto a Reitano, accollandosi per intero la penale per la rescissione con la Ricordi. Tra il pubblico quella sera c’è anche Febo Conti, noto presentatore televisivo, che resta stregato e porta i ragazzi come ospiti fissi di “Chissà chi lo sa”. Le cose stanno per cambiare per Mino e i suoi fratelli: la Ariston lancia il primo hit, “Avevo un cuore (che ti amava tanto)” che vince un premio della critica a Rieti. Seguono “Una chitarra, cento illusioni” e “Una ragione di più”. Siamo alla fine degli anni ’60 e qui inizia un’altra storia, che vi raccontiamo nel prossimo articolo.  

(1. Continua)

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