Woodstock, caccia alla mappa del festival / Perché è importante e cosa hanno trovato finora gli archeologi

- Paolo Vites

Un gruppo di archeologi sta scavando nel sito dove 49 anni fa si tenne il festival di Woodstock alla ricerca di reperti di allora, il tentativo di ricostruire una storia

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La copertina originale dell'album del festival di Woodstock

Agli americani manca essenzialmente una cosa: la storia. Il che è come voler dire tutto. Per un paese che come nazione nasce nel 1776, cioè circa 400 anni fa, manca tutto quello, nel bene e nel male,  ha creato un continente come l’Europa, cioè le radici. Il massimo che possono permettersi in un museo è una pistola e un cappello da cowboy. E’ per questo che quando vengono in paesi come l’Italia, cascano per terra, in ginocchio, davanti al patrimonio di cui noi, magari tenendolo malamente, disponiamo. Non avere storia vuol dire non avere neanche un pensiero culturale e politico, e anche questo lo si vede negli americani. Ma come disse una volta Keith Richards, chitarrista dei Rolling Stones, l’America ha prodotto due cose buone: “La Coca cola e il rock’n’roll”. La seconda di certo, è uno dei prodotti culturali più significativi e affascinanti del 900, benché sia ormai morto e sepolto. Ed è proprio sottoterra che alcuni americani si sono messi a cercare qualcosa del loro passato, fingendosi archeologi. Un gruppo di loro appartenenti alla Bingham University sta da alcuni giorni lavorando nei grandi prati di Bethel, vicino alla località di Woodstock, dove si tenne nell’agosto 1969 il festival più importante della storia del rock, non solo per i grandi artisti che vi esibirono, ma anche per l’importanza politica e culturale. Quel giorno, un milione di giovani si riunirono nel fango e nell’erba, testimoniando la nascita di una nazione alternativa alla nazione ufficiale, che invocava pace & amore. Quella nazione si disperse e finì alle prime luci fredde dell’alba dell’ultimo giorno, se ne andò a casa e si dimenticò di tutto. Molti di loro finirono nel buco della droga, gli altri finirono gli studi e divennero gli Steve Jobs del futuro, manager, politici, anche presidenti della Repubblica, oppure squali di Wall Street.

WOODSTOCK, CACCIA ALLA MAPPA DEL FESTIVAL

Il famoso festival si tenne nei campi che un simpatico contadino, Max Yasgur, aveva prestato loro e non era a Woodostock ma qualche chilometro distante, ma siccome a Woodstock ci viveva Bob Dylan, quello fu il nome che diventò simbolo dell’evento. Da allora a parte una lapide un po’ triste che si pensava piantata sul luogo dove c’era il palco, non ci si ricorda più di dove si tenne esattamente l’evento. E’ per questo che gli “archeologi” scavano per ritrovare dove venne montato il palco, dove i ragazzi durante il diluvio giocavano a scivolare nel fango, i resti del cibo utilizzato, i resti delle migliaia di spinelli fumati in quei tre giorni, magari un paio di scarpe. Vogliono ricostruire l’esatta mappatura dell’evento, dove c’erano le tende o atterrava l’elicottero che portava i musicisti. Alla fine, da bravi americani, faranno un tour a pagamento come si fa all’Acropoli di Atene o a Pompei. Potranno dire di avere una storia anche loro. Ma il rock’n’roll non si cattura, non deve diventare attrazione commerciale, non deve essere storia, tantomeno un museo. E’ un spirito, e sopravvive in chi ha un grande cuore (pochi ormai). Ricordiamolo in modo più degno, anche se l’agosto 2019 saranno 50 anni dall’evento e chissà che cosa si inventeranno, porteranno qualche reduce in sedia a rotelle come si fa con i reduci dello sbarco in Normandia.

No, il rock’n’roll non è un museo. Molto meglio la splendida fotografia di due arzilli 65enni apparsa qualche anno fa, nel 2009, in occasione del decimo anniversario del festival. Nick e Bobbie Ercoline, lui grasso e pelato, lei tonda e rubiconda. Nella foto si stringono dentro un sacco a pelo sorridenti. Chi sono? Sono i due ragazzi dai capelli lunghi, stretti in un sacco a pelo l’ultima mattina del festival di Woodstock nella luce livida che appaiono sulla celebre copertina del disco uscito nel 1970, contenente una parte del concerto di allora. Sono ancora insieme, sono ancora abbracciati, e hanno mantenuto quel sogno vivo dentro di loro:  solo due estati dopo il megaraduno, e precisamente nel 1971, i due decisero di sposarsi. Si erano conosciuti lì a Woodstock. “All’epoca non ci accorgemmo dello scatto e solo quando vidi la copertina dell’album Woodstock riconobbi prima la coperta e poi noi due”, raccontò Nick dieci anni fa Nick in occasione del 40esmo anniversario. “Sul momento non ci rendemmo conto della portata di quella foto – aggiunge Bobbie – e l’unico inconveniente fu che dovetti raccontare a mia madre, che non sapeva niente, che avevo preso parte al festival”. Dieci anni fa Bobbie lavorava nella scuola elementare di Pine Bush e Nick per la Contea di Orange. Vivevano ancora lì, a meno di un’ora da Bethel, e avevano due figli, Matthew e Luke, dieci anni fa rispettivamente di 30 e 27 anni. Oggi non sappiamo se i due siano ancora vivi.  “Credo che tra le migliaia di scatti di quei tre giorni questo sia stato scelto perché è pacifico, proprio come fu l’animo dell’evento – spiega Nick – è una rappresentazione onesta di una generazione. Quando guardo quella foto non vedo me e Bobbi. Vedo la nostra generazione”.



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