HERBIE HANCOCK & LANG LANG/ Quando l’unione non fa la forza

- La Redazione

L’idea è accattivante: un monumento del pianoforte jazz come Herbie Hancock  in duo con il concertista classico Lang Lang. La tastiera di un pianoforte da due punti di vista opposti e allo stesso tempo complementari. Nonostante il coraggio non sempre l’unione fa la forza e sul risultato si può discutere. Il concerto conclusivo del “Ravenna Festival”

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L’idea è accattivante: un monumento del pianoforte jazz come Herbie Hancock (classe 1940, carriera e discografia da sogno) in duo con il concertista classico Lang Lang (classe 1982, astro nascente “made in China”, dov’è una vera e propria star). La tastiera di un pianoforte da due punti di vista opposti e allo stesso tempo complementari. Un tour mondiale da “tutto esaurito” con tre tappe in Italia: Arena di Verona, Milano Jazzin’ Festival (poi annullata) e concerto conclusivo del “Ravenna Festival”.

Prendendo posto sotto la cupola bianca del moderno “Palazzo De Andrè” di Ravenna e osservando i due imponenti pianoforti (uno Steinway & Sons per Lang, un italianissimo e irrinunciabile Fazioli per Hancock) la curiosità è palpabile e il programma tutto da pregustare: Mozart, ma anche Ralph Vaughan Williams, Ravel, Bernstein, Gershwin… questi ultimi i compositori ideali per trovare un punto di contatto tra la musica cosiddetta classica e il jazz. In più, spazio alle improvvisazioni…
Mentre vengono posizionati libroni gialli colmi di pentagrammi viene spontaneo chiedersi: come se la caverà Hancock nei panni dell’interprete, dopo una vita a improvvisare e comporre? e cosa inventerà Lang quando il leggio si abbasserà per entrare nel mondo della creazione istantanea? Siamo nella capitale mondiale del mosaico, chissà che da tessere tanto diverse non esca anche questa volta un capolavoro…

I giovani maestri dell’Orchestra Cherubini e il direttore americano John Axelrod fanno il loro ingresso per l’Ouverture da Le nozze di Figaro di Mozart. Il gesto chiaro e scattante di Axelrod catalizza l’attenzione degli orchestrali e del pubblico. Dopo l’annuncio che Ma Mère l’Oye di Ravel non verrà eseguita per lasciare spazio a ulteriori improvvisazioni ecco finalmente Lang Lang (vestito di nero con brillantini alla Michael Jackson) e Herbie Hancock (abito e cravatta viola su camicia arancione) per il Concerto in do maggiore per due pianoforti e orchestra di Ralph Vaughan Williams, che chiude la prima parte. Buona l’intesa nei dialoghi tra i due, soprattutto su sonorità pacate e meditabonde, anche se entrambi sembrano molto legati alla lettura.

Dopo l’abbondante mezz’ora di intervallo si riparte alla grande, di nuovo con la Cherubini. Da “West Side Story” di Bernstein una stupenda e coinvolgente pagina come Mambo (urlato da orchestra e pubblico a ogni segnale di uno scatenato Axelrod, che poi ne ordina l’immediato bis).
Siamo giunti al cuore del concerto, nonostante lunghe pause per applausi, abbracci, inchini e contro inchini. Tocca a Lang Lang: a sorpresa lo Studio op. 10 n. 3 di Chopin, a seguire la prima improvvisazione a due su una specie di tango che però rivela come i due parlino due lingue diverse. Agli spunti di Hancock, Lang risponde con del virtuosismo fine a se stesso, le idee si sovrappongono in cascate di note che colpiscono solo per quantità e velocità. Manca dialogo, respiro, telepatia (quella che pochi giorni prima si era vista a Umbria Jazz tra Stefano Bollani e Chick Corea).

La scena purtroppo si ripete anche in Rhapsody in Blue di Gershwin, che viene però snaturata. Quando la palla passa a loro due il discorso si ferma. Lang sembra divertito e ormai nei panni della caricatura del jazzista, non disdegna pugni alla tastiera e percussioni sul coperchio. Axelrod sta al gioco e finge entusiastici sorrisi a ogni errore e trovata, girandosi verso uno e l’altro come quando si assiste a una partita di tennis. Suo l’onere di condurre solisti e orchestra agli applausi finali.

Il bis è l’ennesima abbuffata di suoni. Commento a parte merita l’improvvisazione di Herbie Hancock, forse in soggezione in un contesto classico, che in poco più di dieci minuti espone e collega alla sua maniera tre “cavalli di battaglia” come Cantaloupe Island, Maiden Voyage e Dolphin Dance.

Con musicisti di questo tipo, nonostante il coraggio, rimane l’impressione che l’occasione sia andata sprecata. Forse un tempo a testa avrebbe mostrato il lato migliore di entrambi e preparato l’incontro finale in Gershwin (magari tirato a lucido per l’occasione).

(Carlo Melato)


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