CRIMINAL JOKERS/ L’indie rock che pensa al domani

- La Redazione

Il trio pisano è una delle realtà più interessanti della musica indipendente nazionale. GIUSEPPE CIOTTA li ha intervistati durante una delle loro esibizioni catanesi

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Quante band possono dire d’aver suonato su un palco nella sabbia, con alle spalle il Mar Ionio e di fronte l’Etna sfavillante di luci? Quelle che passano dal Barbara Beach di Catania, lungo i lidi della Playa. Come i pisani Criminal Jokers, rivelazione del Mi Ami2010: “Qui l’atmosfera è carica… E poi i ragazzi del posto sono gentili”.

Già, i deus ex machina del locale – Roy e Pucci Rosano – sono animati da sincera passione per la musica, come i loro collaboratori. Se oggi hanno l’attenzione che meritano è perché si sono gettati a capofitto in un’esperienza quasi suicida, qualche anno fa: dura competere coi live club consolidati della scena cittadina. I loro tentativi sono andati avanti fra mille difficoltà e con l’aiuto di amici e band che accettavano di suonare per poco, pur di aiutare questi trentenni a creare un luogo davvero per tutti.

Poi la svolta: con Adriano Patti (“Sir” quando mette i dischi come selezionatore, figura presente nella scena rock catanese dalla fine degli anni ’80) e Salvo Guarnaccia (alias Dr. Save in consolle) propongono Rock Therapy, evento del venerdì sera che accoppia live e dj set. Nulla di nuovo, se non nell’attitudine.

Adriano la spiega così: “Non ci siamo mai posti con la presunzione di farci portavoce di qualcosa d’inedito. Semplicemente, ci siamo resi conto che si stava facendo poco per un pubblico che non è nato o cresciuto con i nostri stessi modi di fruire la musica, né con la stessa qualità di proposte musicali. Come se le realtà storiche della città non avessero passato il testimone o non si fossero preoccupate di educare all’ascolto chi oggi ha un’età compresa fra i 18 e i 25 anni, che dovrebbe essere la fascia più numerosa a qualsiasi evento rock. Ci chiedevamo come mai – anni fa – i giovani che da Catania si recavano a Milano o Londra non patissero alcun gap musicale, mentre oggi questo scarto è evidente…

Così, abbiamo deciso di coinvolgere prima di tutto loro. È ovvio che, se si propongono sempre le stesse serate e non c’è soluzione di continuità fra quello che un ragazzo trova nei contenitori musicali ufficiali e ciò che s’aspetta di trovare in un club che dovrebbe sponsorizzare le novità, allora il rock resterà per la maggiore una musica per i trentenni o quarantenni odierni. Certo, educare all’ascolto significa passare i classici, ma anche il rock più recente o l’elettronica.

Bisogna sia accontentare con scelte “mainstream” che innovare con quelle più di nicchia. Non è vero che rischiare non paga: io stesso ho proposto roba sconosciutissima che, dopo qualche passaggio, è divenuta irrinunciabile – alla stregua di inni – per gli avventori del locale. Per me è gratificante quando un diciottenne viene a chiedermi da dove salta fuori il singolo che ho messo su o come consigliarlo riguardo alla musica che ha scoperto al Barbara”.

Uno sguardo obiettivo su quanto di buono quella che era La Seattle d’Italia abbia ancora da offrire: band talentuose e ricche d’abnegazione; club storici; nuove realtà – come questa – che s’affacciano con passione e coraggio, superando la diffidenza d’una città forse troppo innamorata dei sui trascorsi musicali per accorgersi che è necessario darsi un presente, per un futuro tutto da costruire.

C’è bisogno di tutti, a prescindere dalle nicchie – mentali o musicali – d’appartenenza: etica sposata alla perfezione da Roy e Pucci Rosano. Sempre pronti a offrire il palco a realtà anche sconosciute – locali, italiane e internazionali – ma animate da sincero trasporto: conta solo la qualità, come quella offerta dal club. Nella sua crew ci sono Alessandro Rondine (responsabile tecnico) e Fabio Trombetta (fonico), dotati di caratteristiche che fanno la gioia degli artisti: competenza e pazienza. E che dire del fotografo ufficiale del locale – Paolo Torrisi – che documenta magistralmente gli avvenimenti, attraverso scatti sudatissimi visibili sul sito del club? La stessa Nina Zilli ha scelto le sue foto, dopo essere passata di qua.

Questo giovane e ferrato team – col suo modus operandi – ha fatto sì che anche i Criminal Jokers venissero a trovarci, dopo tanti illustri colleghi (Alex Kapranos dei Franz Ferdinand, Russell Lissack dei Bloc Party, Il Pan del Diavolo, Ministri…).

Della loro generazione (età media del gruppo 23 anni) il trio pisano è il meglio che la musica indipendente nazionale abbia da offrire. Dal vivo sono impagabili, tre invasati che arrivano dritti in faccia: un batterista/cantante che si esibisce in piedi – percuotendo un particolare drumkit – declamando testi in inglese feroci e immaginifici, con una splendida voce che suona come un milkshake alcolico fra un Mick Jagger punk, un Billy Corgan meno indolente e un Brian Molko meno effettato; un bassista elegante sia nel modo di suonare che nel tenere il palco; un chitarrista che pare la pallina impazzita d’un flipper, tale è il suo costante rimbalzare on stage – senza mancare un colpo – nel suo sound di matrice newyorchese.

Colpisce la freschezza con cui mischiano gli “ingredienti”: punk e new-wave, folk-rock “stradaiolo” e alternative ricercato. Nella title-track del loro debutto "This Was Supposed To Be The Future" suonano come i Television che si scontrano coi Cramps; nella successiva "This Song is Dead" rendono attuale la lezione dei Wire, con un saltellante solo di basso; in "Killer" prendono i Kinks e li spostano dalla Swinging London dei ’60 alla fumosa New York di fine ’70, piazzandoli sul palco del CBGB’S; My Mother Got… riesumerebbe i Minor Threat di Ian MacKaye.

Il resto sbanda fra il groove sincopato di "Gang of Four" e "Killing Joke" e certe stilettate degne di "Incesticide" dei Nirvana, ma ricondotto alla fumosissima scena no-wave newyorchese. Le sonorità sono personali ed efficaci – in un disco pronto per il mercato internazionale – che raramente una band di matrice italiana riesce a realizzare con così ampio respiro, tale da far sembrare il gruppo sbucato fuori da Detroit o Washington, piuttosto che dalla cittadina con la torre pendente…

La chiacchierata rivelerà una band alla mano e fieramente consapevole, che offre uno spaccato inedito e propositivo su una generazione ancora non adeguatamente sondata.

Andrea Appino (frontman degli Zen Circus) ha prodotto il vostro debutto e Manuele Fusaroli (in studio con Tre Allegri Ragazzi Morti, Le Luci della Centrale Elettrica…) l’ha mixato.
Com’è andata?

(Francesco Motta: voce, batteria, autore principale) Abbiamo fatto tutto in 10 giorni: significa che ogni cosa ha funzionato. Andrea lo conosciamo da tempo, è stata una presenza familiare in studio: quindi ci siam detti poco e lavorato molto. Secondo me, un bravo produttore riesce a potenziare ciò che un gruppo è già prima d’entrare in studio. Fusaroli ha capito subito da dove venivamo musicalmente. Hanno messo a fuoco il disco: era già dentro di noi, ma non era facile tirarlo fuori! Ci hanno aiutato anche con l’inglese e i suoni di chitarra. La composizione, invece, era già chiusa al momento dell’ingresso in studio.
(Simone Bettin: basso) Siamo felici d’aver lavorato proprio con loro.

Cosa ne pensate della musica indipendente italiana?

(F.M.) C’è tantissimo e molto è di valore. Purtroppo l’uso dell’italiano si è banalizzato: adesso molti adoperano alla leggera parole come “cuore” o “amore”. Farlo cambia anche l’audience, perché molta gente ama farsi confortare da parole come quelle, senza chiedersi se provengano davvero da un’ispirazione reale o da calcoli commerciali. Girando, vediamo che nell’80% dei casi è così e ciò penalizza chi – come noi – usa l’idioma straniero: ci chiediamo, quindi, quando andar via… La risposta è: presto! (risate, nda)

Credevo che la scelta dell’inglese fosse legata alla peculiarità della vostra proposta musicale…

 (F.M.) Mi spiace che in Italia la diffusione dell’inglese sia ancora in uno stadio molto arretrato.  Cantare in italiano qui – ovviamente – paga, ma abbiamo tanta voglia di vedere cosa c’è in giro: essenzialmente non si tratta di voler andare via da qua, ma di voler andare “là”, all’estero…
(S.B.) Sarebbe stato interessante far collimare suoni stranieri e testi italiani… Nel nostro caso, abbiamo optato per l’inglese in visione d’una futura e consapevole strada verso l’estero.

Come vedete la situazione dei giovani italiani, almeno di quelli che incontrate dopo i concerti?

(F.M.) L’atmosfera gioiosa che s’instaura nei live più affollati suggerisce l’idea che pare vada tutto bene, invece – secondo me – bisognerebbe manifestare meglio il proprio scontento per ciò che non funziona. Quando nessuno ti ascolta bisogna urlare, ma in modo costruttivo: è quello che cerchiamo di fare noi, nel nostro piccolo, dal vivo. Ci sono gruppi della nostra età che pare abbiano ottant’anni: noto che – a volte – manca ai giovani proprio la consapevolezza d’essere giovani, che è una spinta vitale a prendere in mano le proprie vite.
(S.B.) Servirebbe più naturalezza: essere attivi e coinvolgenti, evitando le pose.

(Francesco Pellegrini: chitarra) Bisognerebbe dare più spazio alle nuove leve: chi fa cultura avrebbe bisogno di grande aiuto, ma è dura. L’importante è che questo sentimento venga esternato, che ognuno prenda parte attiva in una volontà di cambiamento. Nell’ultimo anno, ho come la sensazione di vivere una realtà ovattata: non conosco la situazione della mia generazione perché sto frequentando – attraverso la musica – gente più grande, con cui abbiamo in comune questa passione totale. Quand’ero più piccolo, crescendo nel mio quartiere, forse riuscivo ad avere più una visione d’insieme. Comunque è evidente che, ad alcuni nostri coetanei, manchi la consapevolezza di poter decidere per sé. Dentro sentiamo tutti le stesse cose, ma metterle in pratica non è facile: tu sei quello che fai, ma dipende anche dall’educazione. Mi reputo fortunatissimo per la famiglia che ho, ma capisco anche che – in modo subdolo – a volte ti viene inculcato che più d’un po’ non potrai avere, che più di ciò che sei non riuscirai ad essere… Credo che questa forma mentis sia il male peggiore e tagli completamente le gambe ai ragazzi in età vulnerabile.
(F.M.) I miei, pur facendo altro, capiscono la strada che ho scelto e mi sostengono: questo è un privilegio, oggigiorno.

In quale album, della storia della musica che amate, avreste voluto suonare o scrivere qualcosa?

(F.M.) Bella questa domanda! Velvet Underground & Nico, direi, ma senza toccare una virgola… Poi, Dolittle dei Pixies: anche quello è perfetto così!
(S.B.) London Calling dei Clash: a 14 anni mi ha segnato ed è il motivo per cui ho iniziato a suonare.
(F.P.) Mi sarebbe piaciuto registrare qualcosa nei Television di Tom Verlaine e suonare dal vivo coi Sonic Youth: spero un giorno…
(F.M.) Io avrei voluto suonare dal vivo coi Ramones! Anche se, pur avendo molti meno anni, non avrei retto i loro ritmi… 

Per concludere, un gioco: L’Arca di Noè della musica d’ogni tempo. Chi salvate e chi lasciate a terra?

(F.M.) Posto che è un gioco: salvo assolutamente Syd Barrett e non l’ultimo Battiato. Poi… Kim Deal dei Pixies e Piero Ciampi. Morgan non si salva: prima deve salire e distribuire un po’ di soldi, poi tuffarsi e buttarsi a pesce su Battiato! (risate, nda) Jack White (leader dei White Stripes, nda) lo salviamo tutti, piuttosto mi butto io! (ancora risate, nda) E poi Chopin, i Blues Brothers…
(S.B.) Salvo Rino Gaetano…
(F.P.) Salvo Dylan… I Buzz Aldrin (band emergente toscana, tanto Ipecac Rec. quanto Liars più fracassoni, nda)… E Il Cielo in una Stanza di Gino Paoli!

(Giuseppe Ciotta)


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