ANALISI/ I testi di “Le parole non servono più” di Lorenzo Cilembrini, “Il Cile” e “Il postino (Amami uomo) di Renzo Rubino

- Fabrizio Sinisi

Entrambe le canzoni parlano d’amore: quala del Cile racconta la fine di una storia, con struggenti particolari, mentre il brano di Renzo Rubino descrive un amore omosessuale

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I testi musicali senza la musica sono un po’ come decifrare il labiale: mancano le ossa, il suono, il pavimento su cui quelle parole sono strutturalmente nate per camminare. E poco importa che si tratti di musica leggera e che le parole siano parole di canzonette. Tuttavia capita (ed è questo il caso) che leggendo i testi di una canzone certi versi brillino d’autonomia: che abbiano insomma quell’autoevidenza, quella minima vibrazione termica che rende, appunto, le parole non soltanto il palinsesto della musica, ma qualcosa di preesistente: qualcosa che sconfina in un altro campo – se non quello della poesia, se non altro in quello della significazione. È quello che mi è capitato leggendo il testo della canzone dell’aretino Lorenzo Cilembrini (in arte “Il Cile”), Le parole non servono più, lì dove dice, un po’ retoricamente, ma con forza: “Siamo solo destini impigliati / Siamo martiri del nostro vivere”: fotografa così in modo vivido il tema della sua (e di centinaia di migliaia d’altre prima durante e dopo di lui) canzone di un amore che finisce: quell’impigliarsi appunto, quel martirio che tante volte una relazione può diventare. Ma che sia un destino ad impigliarsi (e non un caso fra tanti, non un episodio fortuito), e che il vivere non sia una tortura (una sofferenza insensata) ma, appunto, un martirio (che è un morire per qualcosa di vero e presente): questo sì, che è interessante. Specie se è preceduto da immagini che, pur in loro oggettivo abuso, hanno anch’esse una loro forza: “Le tue lacrime lisce arrotate nei bagni / di locali alla moda dove perdi mutande” è qualcosa di più drammatico che un semplice cliché: si sente che qualcosa sanguina, che qualcosa nel cuore realmente fa male. Su tutt’altro tono la canzone del giovane pugliese Renzo Rubino (ventiquattro anni, di Martina Franca) che con la divertente Il postino (Amami uomo) racconta (con dolcezza e ironia) un amore omosessuale. L’ironia, visto il tema, è ovviamente tutta poggiata sull’uso disinvolto e divertente del cliché omoerotico: abbandonate le acredini pseudo-polemiche del Luca era gay di Povia, Rubino se la spassa a giocare con i luoghi comuni, ed è il primo a sorriderci su: “Bello di mamma / Tosto macio per papà / L’uomo senza curve un donnone sposerà”. La canzone ha una sua elementare e puerile delicatezza, data quasi esclusivamente dal suo presentarsi come poco più di una filastrocca.

Soltanto una raccomandazione, in tutto questo assai poco pretenzioso fraseggio puberale, può essere considerata polemica: “Se vuoi star con me ti prego diglielo”: ma bisognerà vedere come la canterà. Quando si legge il labiale è più facile che ci si sbagli.



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