NATALE 2020/ Scola: un Dio-bambino più grande di Covid e macerie

- int. Angelo Scola

Il male che ci circonda, il cambio d’epoca, il disorientamento, il lutto. Non c’è da aver paura, perché il Bambino che è nato ha vinto tutto questo

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Caravaggio, Natività di Palermo (1600), particolare

Una volta le macerie erano fuori di noi, ma adesso, nonostante le migliaia di morti per Covid, sono al nostro interno, osserva il cardinale Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano. Ma non cè da aver paura, nonostante tutto. Nel Natale Dio “diventa simile a ciascuno di noi per farsi compagnia ad ogni uomo” e per rispondere al grido incessante che sale dal cuore di uomini e donne storditi in un tempo e in un mondo nuovo, che il Covid sembra anticipare ma di cui non vediamo i contorni, se non quelli dell’incognita e del dramma.

Cristo viene e continua a fare oggi quello che ha fatto con i primi che lo hanno seguito: “l’incontro da persona a persona, puntando diritto al nostro bisogno-desiderio essenziale che è, alla radice, quello di essere guariti dal male e salvati dalla morte”. Non ci sono razze, storie, culture che tengano: “ognuno, se guarda con occhi semplici, Lo può riconoscere nei suoi testimoni”.

Natale è Dio con noi. Che cosa accade – nel senso vero del termine, che possiamo vedere e toccare oggi, che non sia già accaduto duemila anni fa – ammesso che sia accaduto?

Nessuno, che sia serio con la realtà, nega più il fatto storico di Gesù Cristo. Nel segno misterioso ma efficace del sacramento e della comunità cristiana, l’unico e singolare avvenimento di duemila anni fa raggiunge la libertà di ogni uomo in ogni tempo. Dio, infinito e ineffabile, Colui che “dà la vita a tutti e il respiro a ogni cosa”, si incarna, cioè entra nel tempo e nello spazio, qui ed ora. E lo fa anche in questo inedito e travagliato Natale 2020. Si fa bambino, un figlio partorito dal grembo di una donna, come tutti. Egli diventa simile a ciascuno di noi per farsi compagnia ad ogni uomo. Ogni persona di qualunque razza, storia, cultura e latitudine, se guarda con occhi semplici e sgombri dal pregiudizio, lo può riconoscere nei suoi testimoni e in ogni espressione umana autentica.

Benedetto XVI una volta ha detto: “Io non appartengo più al vecchio mondo, ma quello nuovo in realtà non è ancora cominciato …”. Oggi, dopo questo anno di pandemia, in che mondo siamo? Che cos’è questo nuovo mondo che deve iniziare?

Non è facile dire cosa sia questo nuovo mondo che deve iniziare. Forse un verso di Montale interpreta quello che sempre più sta diventando un sentire comune: “Questo soltanto oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Al passaggio dal vecchio al nuovo mondo la pandemia ha impresso un’accelerazione improvvisa quanto inarrestabile. Il clima nichilistico sembra aver perduto la sua maschera gaia, come la chiamava Del Noce. Così è anche per l’individualismo dal sapore autistico. Strade e piazze vuote, spettrali. Isolamento e distanziamento sociale. Dad. Morte e sepoltura in solitudine. Complicate regole per frenare il contagio…

È questa l’ultima parola?

No. Consapevolmente o, il più delle volte, inconsapevolmente – ma sempre dolorosamente – la struggente invocazione del Salmo, “Tutta la terra desidera il tuo volto”, abita il cuore di tutti. Cristo ci fa certi – ogni giorno lo riaffermiamo nel Credo – della promessa della vita eterna, di cui fin da quaggiù possiamo sperimentare l’aurora.

I gruppi giovanili si ridimensionano, le Messe sono frequentate per lo più da adulti o anziani, la Chiesa sembra sempre più distante dal cuore dei ragazzi. Che cosa può fare o dire la Chiesa per incontrare queste giovani vite, per parlare al loro cuore segnato dalla solitudine, dalle dipendenze, dal nichilismo?

Soprattutto con i giovani, il metodo è lo stesso vissuto da Gesù con i primi: l’incontro da persona a persona, puntando diritto al loro bisogno-desiderio essenziale che è, alla radice, quello di essere guariti dal male e salvati dalla morte, cioè di essere amati. Destando e facendo crescere la loro libertà dentro una compagnia umana, paziente e misericordiosa. Grazie a Dio tanti sacerdoti, consacrati e laici si stanno muovendo così, creando spazi di autentica rigenerazione per i giovani. Rispetto alle dimensioni e al clamore degli spazi virtuali questi sembrano più ristretti, ma sono ben più profondi.

Se Dio è Misericordia infinita, dove vedere le tracce della promessa di bene che si prepara per questo nostro popolo italiano, in questa situazione così tragica?

Mi viene subito in mente il sacrificio di quella suorina mortalmente travolta in bicicletta a Milano, qualche giorno fa, mentre svolgeva il suo tanto prezioso quanto oscuro quotidiano servizio ai più poveri. Altre numerosissime tracce brillano nell’inesauribile dedizione di medici, infermieri, volontari, familiari e sacerdoti. O ancora emergono nella riscoperta, anche tra i giovani, di valori e istituzioni che sembravano definitivamente perduti: penso all’educazione, con l’appartenenza alle relazioni e ai luoghi ad essa dedicati. Non è difficile vedere nei ragazzi un’inedita e sorprendente affezione alla scuola.

Milioni di persone perderanno il lavoro al termine di questa pandemia: a che cosa la Chiesa deve educare in questo frangente della storia?

La situazione è analoga a quella che noi più anziani abbiamo già visto nel dopoguerra. Ma oggi, più tragicamente di allora, bisogna ricostruire anzitutto sulle macerie dell’umano. Allora le macerie erano soprattutto esterne all’io. L’ho vissuto anche al mio paese: povertà dura, ma solidità dell’io. Non io isolato e competitivo, ma un io-in-relazione. E speranza certa. Da qui tenace coraggio e infaticabile energia di ricostruzione.

Cosa ha da dire il Natale ai credenti di altre fedi che sono intorno a noi e, prima ancora, alla folla di quanti sembrano insensibili alla prospettiva di qualunque tipo di fede o di ideale?

In questi giorni mi torna in mente il grido di San Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato: “Non abbiate paura! Cristo sa cosa c’è nel cuore dell’uomo. Lui lo sa”.

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