NAUFRAGIO MIGRANTI/ Nuove leggi, Ue e guerra ai trafficanti: dove passa la via stretta del Governo

- int. Mauro Indelicato

Esplode la polemica politica sul naufragio di Cutro: Schlein chiede le dimissioni di Piantedosi. Ma Frontex non ha lanciato l'operazione Sar

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Esplode la polemica politica sul naufragio di Cutro. Ed Elly Schlein inaugura la sua leadership alla guida del Pd chiedendo a Piantedosi di dimettersi perché la guardia costiera non è intervenuta in soccorso del barcone “Summer Love”, che si è schiantato alle 4 di domenica mattina a cento metri dalla costa.

Oggi Mattarella sarà a Crotone, in visita alle 66 vittime accertate del naufragio. A innescare lo scontro sono state soprattutto le parole del ministro dell’Interno pronunciate dopo il disastro (“la disperazione non giustifica viaggi che mettono in pericolo i figli”). Piantedosi in seguito ha precisato (“il senso delle mie parole era: fermatevi, verremo noi a prendervi”) e ieri, in commissione Affari istituzionali, presentando le linee guida del suo dicastero, ha difeso il decreto Ong dall’accusa di impedire i soccorsi e ribadito l’intenzione del Governo di affrontare con nuove norme “i rimpatri, il sistema di accoglienza, la protezione internazionale e i procedimenti per l’ingresso regolare degli stranieri”.

Molti gli aspetti sui quali dovrà fare luce l’inchiesta della magistratura: l’esatta dinamica degli eventi che hanno preceduto il naufragio e indotto la guardia di finanza ad intervenire al posto della guardia costiera, l’ordine di salvataggio non partito, la segnalazione di Frontex e altro ancora. Ne abbiamo parlato con Mauro Indelicato, giornalista de Il Giornale e di InsideOver.

Perché la guardia costiera non è intervenuta?

In una sua nota, Frontex dice di avere avvisato l’Italia e precisa che la guardia costiera italiana era effettivamente uscita dal porto, ma per condizioni meteo avverse era dovuta rientrare.

Frontex ha avvistato l’imbarcazione, e l’ha segnalata al Comando generale delle capitanerie di porto ma non l’ha dichiarata in pericolo, ha spiegato il ministro dell’Interno. 

Esatto. Frontex ha solo fatto presente che le termocamere a infrarossi autorizzavano a supporre che ci fossero molte persone sottocoperta. Una segnalazione di sospetto, non di pericolo. Forse anche per questo Frontex non ha lanciato l’operazione di ricerca e soccorso. Le motovedette sono comunque uscite e poi rientrate a causa delle condizioni del mare, e prima che avvenisse il naufragio.

Pare che gli scafisti avessero sequestrato i telefoni cellulari, o disponessero di apparecchi tipo Jammer per impedirne l’utilizzo. Questo può avere avuto un ruolo nella tragedia?

Sì, potrebbe essere un elemento chiave. Nella rotta libica sono gli stessi trafficanti di solito a dare un telefono ai migranti. Non per buon cuore, ma per facilitare il contatto con le navi Ong e il recupero. Nella rotta turca invece avviene il contrario, i trafficanti schermano il natante per far sì che risulti difficile individuarlo.

Per quale motivo?

Perché quando si parte dalla Turchia si entra quasi subito in acque greche e Atene fa i respingimenti. Di conseguenza l’obiettivo diventa quello di raggiungere l’Italia eludendo i controlli della guardia costiera greca. Questo complica tutto. Quando i migranti chiamano dei barconi, mettono i soccorritori in condizione di capire la situazione, ma se mancano informazioni, per la guardia costiera intervenire diventa più difficile.

Il naufragio di Cutro è diventato un caso politico, quello delle responsabilità di Piantedosi e Salvini. E si tenta di capire se c’è omissione di soccorso o negligenza. Qual è la tua opinione?

Una premessa: la guardia costiera italiana opera da anni con grande solerzia e professionalità sul fronte migratorio, salvando vite. Le autorità italiane hanno accumulato molta esperienza sul campo, e dunque non credo alla possibilità di una sottovalutazione dell’accaduto. Non è una difesa d’ufficio, che non è competenza mia, ma una realtà.

E nel merito dei fatti?

Alla luce di quello che sappiamo, credo che le avversità meteo e le comunicazioni tra Frontex e le autorità italiane, alle quali non è stato segnalato un pericolo imminente, abbiano fatto perdere del tempo prezioso al tentativo di salvare i naufraghi.

Questa tragedia, per come è avvenuta e per il suo bilancio (66 vittime, 42 identificate) può cambiare la partita dell’Italia sul fronte migratorio? 

Lo sdegno potrebbe inasprire lo scontro politico, ma non penso che ci saranno novità sul piano della gestione.

Nella sua lettera alle autorità europee la Meloni ha chiesto all’Europa di accelerare. Cosa farà Bruxelles?

Molto probabilmente risponderà che il tema migratorio è già sul tavolo europeo. In più, Frontex in qualche modo ha già rimpallato le proprie responsabilità. Proprio per questo il rischio molto forte è che si arrivi, almeno nella fase immediata, ad un muro contro muro che non facilita l’arrivo di nuove soluzioni. C’è poi da aggiungere il fattore Turchia.

Ovvero?

Con la Turchia adesso non si può affrontare il nodo migranti perché è impegnata sul fronte del terremoto. Dunque è fuori gioco. Insomma nell’immediato non cambierà molto.

Il presidente del Consiglio ha invitato l’Ue ad applicare le misure di cui si è parlato nell’ultimo Consiglio europeo, proprio perché “vanno nella giusta direzione”. Sono davvero adeguate?

Il concetto di fondo messo nero su bianco nel comunicato finale del Consiglio Ue è molto chiaro: meno partenze uguale meno morti. Se i Paesi europei attuano quanto stabilito, rafforzando la cornice legale dell’immigrazione e il contrasto ai trafficanti, sulla carta l’equazione può funzionare, perché o si arriva in Europa per le vie legali oppure non si parte.

Aladdin Mohibzada, afghano, ha perso i suoi cari nel naufragio, una zia e 4 nipoti. A Repubblica ha detto che per il viaggio avevano pagato in tutto 30mila dollari. Per morire in mare.

Il muro giuridico innalzato dall’Europa fin dagli anni 90 tra l’Ue i Paesi dell’Africa e del Medio oriente a vantaggio di quelli dell’Est Europa – Ucraina, Moldavia, Romania e altri – ha consegnato alle rotte illegali diversi Paesi di partenza. Di conseguenza non si prende più l’aereo per venire in Italia, con il rischio di vedersi negare le motivazioni per l’asilo o la protezione internazionale, e ci si affida alle vie illegali a rischio della vita. Il resto lo fa il business dei trafficanti.

In che modo?

I trafficanti vendono un prodotto: presentano il viaggio come assolutamente sicuro. Una falsa promessa, che sembra vera perché commisurata al sacrificio economico.

(Federico Ferraù)

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