FINANZA/ Debito e derivati, l’Italia si ri-trova “serva” delle banche

- Gianfranco D'Atri

Si torna a parlare, anche sulla stampa tradizionale, dei derivati in capo al Tesoro italiano. Emergono dei particolari inquietanti. Ce ne parla GIANFRANCO D’ATRI

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Le critiche alla gestione del debito pubblico da noi avviate su queste pagine successivamente all’audizione del Direttore del dipartimento del Debito pubblico, Maria Cannata, iniziano a trovare riscontro nel dibattito che si sta aprendo su vari fronti, non escluso quello penale. Infatti, le indagini della procura di Roma sulla chiusura nel 2012 di un contratto derivato – alias “scommessa finanziaria” – sui titoli di stato con Morgan Stanley hanno costretto il Tesoro a fornire informazioni di contorno che squarciano veli impietosi sulla situazione di sudditanza dello Stato italiano verso i cosiddetti mercati – anche se i Pm di Roma vanno più semplicemente alla ricerca dei mercanti e dei loro servitori.

Nella ricostruzione de Il Sole 24 Ore, a firma Morya Longo, viene descritta l’attività di negoziazione fra gli uffici del Ministero e quelli delle grandi banche d’affari ai tempi del super-spread: sottoscrivere contratti capestro pur di garantirsi l’acquisto dei titoli di nuova emissione. L’articolo chiosa “vita tua, guadagno mio” per giungere alla conclusione che l’Italia è ostaggio della finanza e delle grandi banche.

Condividiamo questa analisi, e per questo riteniamo inutile il tentativo del Governo di lasciare la responsabilità di chiarire quanto avvenuto, e sta avvenendo oggi, nella gestione dei contratti derivati solo a un funzionario, seppur di prestigio.

Ad esempio, sempre Il Sole, altrove, riporta passi delle dichiarazioni rese ai magistrati «perché Morgan Stanley ci aveva assicurato che gestendo in questo modo la cosa si sarebbe mantenuta la massima riservatezza» e poi «il fatto che non abbiano tenuto fede all’impegno di riservatezza che si erano assunti nel procedere in questo modo, quello che secondo me ci ha creato un danno, e infatti Morgan Stanley non ha più preso un mandato finora».

Se questa è la gestione ordinaria del Debito pubblico, fatta di negoziazioni dietro il banco, promesse d’onore e ripicche, non è strano che esistano ampi margini di incertezza sulla correttezza di tutti i partecipanti. Se nel resto del mondo si è scoperto che le grandi banche hanno sistematicamente manipolato persino i tassi di cambio e le quotazioni dell’oro – pagando miliardi di multe per definire le loro posizioni con le autorità -, possiamo non nutrire il dubbio che siano in grado di influenzare i tassi del debito italiano? La dimensione del relativo mercato ne giustifica un presidio ed, eventualmente, l’attività di lobbying. E non è il caso che nel frattempo il Tesoro dia un esempio di trasparenza assoluta, fornendo almeno sui derivati la conoscenza completa dei contratti?

Certo, il tema è più ampio. Come e chi controlla la gestione di 1600 miliardi, chi fornisce un parere sull’opportunità o la congruenza di accordi che, a volte, valgono miliardi di perdita per lo Stato? Neanche il Parlamento sembra capace di rivendicare, in nome dei cittadini, il ruolo di controllo e di indirizzo. È ora che il Ministro , e non solo il direttore generale uscente del Tesoro Vincenzo Lavia, giustifichi cosa è accaduto in passato e cosa accade oggi. 

A proposito, come mai la cattiva Morgan Stanley, che non sarebbe più nel giro, si trova nell’elenco degli Specialisti in Titoli di Stato?

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