NICCOLO’ FABI/ Il concerto: canzoni che parlano all’anima e diventano di tutti

- Walter Muto

Il cantautore romano incanta il Teatro Arcimboldi di Milano nella seconda data del suo Tour. Il nuovo album Tradizione e tradimento ed una corona di perle dal passato

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Niccolò Fabi

Ho conosciuto Niccolò personalmente, l’ho incontrato alcune volte, l’ultima per la conferenza stampa del suo ultimo album, Tradizione e tradimento, qualche mese fa. La più bella quando, insieme alla mia figlia più grande, che ha scritto la sua prima tesi su alcune sue canzoni, gliela abbiamo portata, negli studi della Radiotelevisione Svizzera Italiana,  passando insieme alcune ore. Siamo seduti vicini stasera, la mamma è nella poltrona ancora di fianco. Gli altri due figli non sono qui, e pur prediligendo altri generi, ascoltano molte delle canzoni di Fabi e lo apprezzano. Potremmo dire che Niccolò per noi è diventato uno di famiglia. Come per molti altri, a giudicare dall’affetto che percepiremo per lui in sala.

Ma allora, che cosa siamo venuti a vedere? Un uomo che comunica il suo mondo, che condivide la sua anima con un Teatro degli Arcimboldi strapieno ed attentissimo (biglietti esauriti pochi giorni dopo l’emissione, come pure è sold out la quasi totalità degli altri concerti della tournée). Il concerto inizia pochi minuti dopo le 21 con cinque pezzi in fila, continuum senza interruzione, tutti provenienti dal suo lavoro più recente. Io e figlia numero 1 lo avevamo visto fare pochi mesi prima in concerto a Bon Iver, il cantautore statunitense riconosciuto apertamente da Fabi come uno dei suoi punti di riferimento. Anche l’attenzione all’aspetto visual, molto presente attraverso alcuni schermi disseminati geometricamente per il palcoscenico, è un aspetto comune ad entrambi gli artisti. Io e mia figlia ce lo diciamo avendolo pensato quasi all’unissono, appena finita la scarica iniziale dei brani che comprende, nell’ordine, A prescindere da me, Amori con le ali, Io sono l’altro, I giorni dello smarrimento e Nel blu. Impossibile descrivere, sono pezzi da ascoltare, fatelo. Le canzoni sono tutte molto intense, il suono è perfetto, gli elementi visivi aiutano e non disturbano, ottimo anche il light show. Niccolò sa bene –  e lo ha detto spesso negli ultimi tempi – che questo album paga lo scotto di essere venuto dopo quella che lui ritiene (secondo noi a ragione) la cima assoluta della sua produzione, il precedente Una somma di piccole cose, disco uscito tre anni e mezzo fa e registrato in perfetta solitudine (ed ecco che torna Bon Iver, e il suo capanno in Wisconsin…). Proprio lì Fabi ritorna con una triade altissimo livello, la title track, Una somma di piccole cose, per l’appunto e poi la commovente Facciamo finta – che coraggio tornare al dramma della perdita della piccola Lulù e raccontarlo con quella intensità, che altezza d’animo non volerne fuggire -; chiude il terzetto Filosofia agricola, con la sua apertura armonica a metà canzone che ogni volta, anche al centesimo ascolto, toglie il fiato e ti fa piegare la testa per seguirla.

E si gira nuovamente pagina. Un salto ancora più indietro (a circa 16 anni fa, ci suggerisce introducendo), ci porta poi alla strepitosa È  non è, riflessione su per che cosa vale la pena (o non vale la pena) vivere. Ci ritroviamo a cantare a voce piena con tutti “non è invecchiare cambiando canale/non è un dovere dover invecchiare” e poi “Non è la vittoria l’applauso del mondo/di ciò che succede il senso profondo”, ma è tentare di essere degno del mestiere che faccio, e cioè appendere emozioni ad un foglio di carta e delle note. Il lungo finale su un giro di accordi reiterato fa emergere la solidità della band ed in particolare le visioni della lapsteel di Roberto Angelini, amico di sempre e collaboratore insostituibile, che nell’arco della serata colora i brani con una quantità incredibile di chitarre. Altro partner di lunga data è il polistrumentista Pier Cortese, e poi Alberto Bianco (basso e chitarre), Daniele ‘mr. Coffee’ Rossi (tastiere) e Filippo Cornaglia (batteria).

Dall’album di 10 anni fa Solo un uomo vengono estratte e presentate La promessa e Solo un uomo, segno che la scaletta è stata pensata ed allestita un po’ a blocchi (di tempo e di memoria, evidentemente). Ed infatti il capitolo successivo sono tre brani da Ecco, il lavoro uscito nel 2012. Una buona idea, che permette alla band di spingere un pochino sull’acceleratore (o meglio sul pedale del volume) e la coda di Indipendente, legata alla precedente e presa al contrario, resa un po’ più laid-down e facile approdo per il singalong del pubblico, a cui va una menzione speciale per attenzione rigorosissima e partecipazione solo se invitato e nei momenti giusti. Chapeau! Chiude questo blocco a tre Ecco, altra esperienza di arte come medicina e catarsi, nel racconto drammatico di chi vorrebbe far tornare le cose al loro posto quando è impossibile. Molto coinvolgenti le immagini di esplosioni, catastrofi e torri gemelle proiettate al contrario, come per l’appunto a voler restaurare una perduta integrità.

Il lunghissimo applauso dopo Ecco dà modo all’artista di riprendersi un attimo e presentare la successiva Vince chi molla come la conclusione di quel percorso – in qualche modo – di purificazione, il riuscire finalmente a lasciare andare le cose (e le persone) dove debbono andare. Eseguita in perfetta solitudine al pianoforte, è come sempre uno dei punti più alti dello show. La band rientra poi per l’altro capolavoro Una mano sugli occhi, seguita da Costruire, due tributi all’amore e alle sue diverse stagioni. Il finale ufficiale del concerto è affidato con un gioco chiastico al brano che invece apre l’ultimo album, Scotta, introdotta citando un verso della medesima canzone, “la potenza dell’eterno dentro il quotidiano”.

L’immancabile encore inizia con Tradizione e tradimento da solo alla chitarra acustica, segno indelebile di un mondo di appartenenza preciso; poi una lunga serie di ringraziamenti alla band e allo staff tecnico audio e video (ricordiamo almeno il fonico, il grande Ricky Parravicini). Un ringraziamento particolare va a Bob Angelini e Pier Cortese, con i quali resuscita una Vento d’estate in chiave acustica, due chitarre ed ukulele; chiudono infine i due super classici Il negozio di antiquariato e Lasciarsi un giorno a Roma. Diversi minuti di applausi salutano un Niccolò Fabi contento e commosso. Come pieni di tanta bella musica e tanta intensità sono i 2300 che sciamano fuori dal teatro commentando una bella serata. Se ve ne fosse stato bisogno, la conferma di una delle voci più autentiche e corpose della canzone d’autore italiana.

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