I NUMERI/ È proprio vero che l’Italia è la terra del precariato?

- Mario Mezzanzanica

Il lavoro precario in Italia è più basso che nel resto d’Europa. In ogni caso, spiega MARIO MEZZANZANICA vi sono strumenti per contrastarlo

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Foto Ansa

Il mercato del lavoro, a livello nazionale, si attesta a 22.882 mila occupati (valore medio dei primi due trimestri del 2010). Il 74,5% è costituito da occupati dipendenti e il restante 25,5%da indipendenti (tra questi vi sono i lavoratori autonomi e parasubordinati – Co.Co.Pro).

 

La crisi economica, nel 2009, ha colpito entrambe le tipologie di lavoratori, mentre nel 2010 si assiste a un’ulteriore diminuzione dei lavoratori dipendenti e, a una tendenza in crescita rispetto al 2009 dei lavoratori indipendenti che mediamente, nei primi due trimestri dell’anno, aumentano di 13 mila unità rispetto allo stesso periodo del 2009.

Questo dato è riconducibile in buona parte al ricorso al lavoro autonomo (liberi professionisti con partita Iva) per molti lavoratori esclusi dal lavoro dipendente o per persone che, non riuscendo a entrare nel mercato del lavoro (giovani in particolare) tramite contratti di lavoro dipendente, si “attrezzano” diversamente.

È interessante approfondire anche alcuni elementi quantitativi relativi al lavoro dipendente, che come sappiamo può essere suddiviso in due macro-tipologie: gli occupati dipendenti a tempo permanente (con contratti a tempo indeterminato) e quelli con contratti temporanei (i cosiddetti lavoratori flessibili). La tendenza generale in atto mostra una riduzione della quota dei contratti permanenti e una crescita dei contratti flessibili.

In Italia, negli ultimi dieci anni (2000-2009) la percentuale di contratti flessibili è aumentata del 23,8%, attestandosi al 12,5% del totale. Tali valori, spesso considerati negativi in quanto fonte di “precarietà”, rappresentano, se confrontati con i dati europei, il “sostanziale” raggiungimento di livelli che in molti paesi erano presenti da anni. Germania, Francia e Spagna hanno una quota percentuale di contratti temporanei superiore a quella italiana, essendo rispettivamente al 14,5%, al 13,5% e al 25,4% (dati riferiti al 2009). L’Eurozona complessivamente, sempre nel 2009, è posizionata mediamente al 15%.

Come riportato anche in altri articoli su ilsussidiario.net, l’introduzione di contratti temporanei e la loro crescita rappresentano una risposta alle mutate esigenze delle aziende che si trovano a vivere in un’economia profondamente trasformata rispetto a pochi decenni fa e nel contempo costituiscono un contributo, specie negli anni precedenti la crisi, alla crescita dell’occupazione complessiva. È pur vero, però, che della totalità di persone che prestano attività lavorativa tramite contratti di lavoro temporaneo una parte, certamente la più significativa, passa dal lavoro temporaneo per poi transitare verso tipologie contrattuali permanenti, e una parte, possiamo dire, vi rimane “intrappolata” con rischi elevati di esclusione dal mercato del lavoro e più in generale di esclusione sociale.

I dati relativi all’occupazione degli anni 2008 e 2009 sono estremamente significativi rispetto alle affermazioni appena fatte. In valore assoluto, infatti, la variazione del valore medio dello stock degli occupati dipendenti tra il 2008 e il 2009 è pari a meno 169 mila unità, di cui i permanenti aumentano di circa mille unità, mentre i temporanei diminuiscono di circa 170 mila unità.

 

Risulta evidente quanto sia urgente l’obiettivo di rendere strutturali una serie di interventi volti a supportare e sostenere le persone in difficoltà, soprattutto le più deboli e meno tutelate dagli assetti normativi in vigore. Nell’intervista a ilsussidiario.net dello scorso 5 novembre, il Ministro Sacconi sosteneva da una parte che il governo ha reperito le risorse economiche, per il 2011, necessarie per il sostegno al reddito delle persone in difficoltà (obiettivo primario) e dall’altra che occorre “integrare le forme di protezione del reddito con l’accompagnamento della persona a una forma di attività o formativa o lavorativa”. Tale direzione è certamente una priorità e un’urgenza nell’ambito delle politiche pubbliche, che devono con maggiore rapidità e tempestività essere sviluppate e rafforzate, valorizzando l’apporto sussidiario di soggetti privati, profit e non profit.

 

Nel contempo anche le imprese e gli imprenditori possono e devono fare la loro parte riscoprendo, come è avvenuto in molte esperienze testimoniate da imprenditori duranti la crisi, tra gli scopi primari che originano il “fare impresa” quello della contribuzione allo sviluppo economico e sociale del territorio, o meglio della società.

 

Ed è questa direzione che implica non necessariamente il ricorso alla flessibilità o “precariato”, anzi si può benissimo coniugare con la ricerca di un’occupazione stabile o permanente, in quanto il bisogno di un’azienda non è quello di avere alti tassi di turnover delle persone che vi lavorano, visto che il suo principale valore, in particolare nel medio e lungo periodo, è costituito dal suo capitale umano.

 

(Le fonti dati utilizzate sono Istat ed Eurostat, rielaborazione dati Crisp – Centro di ricerca interuniversitario per i servizi di pubblica utilità, Università di Milano Bicocca)

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