I NUMERI/ C’è una strada per cancellare la disoccupazione dei giovani

- Mario Mezzanzanica

In Italia la disoccupazione giovanile a novembre è salita al 28,9%. MARIO MEZZANZANICA ci spiega dove bisognerebbe intervenire per diminuirla

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Come è stato riportato anche in recenti articoli su ilsussidiario.net, il tasso di disoccupazione (valori provvisori Istat) a novembre è sostanzialmente stabile all’8,7%. Non è così per una parte della popolazione lavorativa che certamente è stata tra le più colpite dalla crisi economica: i giovani. I dati, infatti, mostrano un aumento della disoccupazione giovanile (età 15-24 anni) che nel mese di novembre, nel nostro paese si attesta al 28,9%. È il valore più alto raggiunto dal 2004.

La situazione è critica in tutti i paesi europei, ma le differenze sono marcate: la Germania nei primi undici mesi del 2010 si attesta mediamente al 9% (tasso di disoccupazione giovanile), scendendo di circa un punto percentuale rispetto al 2009; la Francia e l’Inghilterra si attestano come nel 2009 rispettivamente nell’intorno del 23% e del 19%; la Spagna sale al 41,5% e l’Italia, riferendosi al valore medio degli ultimi undici mesi 2010, cresce di due punti percentuali rispetto al 2009.

La situazione nel nostro paese è particolarmente critica nel Mezzogiorno, dove il tasso di disoccupazione per i giovani raggiunge, nel terzo trimestre 2010, il 35,2%, aumentando di circa tre punti rispetto allo stesso periodo del 2009. Nel Centro e nel Nord il valore del terzo trimestre 2010 è pari rispettivamente al 22,1% e al 18%, sostanzialmente invariato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ai segnali di ripresa del mercato, pur se tra chiaroscuri, sembra non corrispondere, soprattutto per i giovani, la possibilità di partecipare al mercato del lavoro.

È uno scenario che chiede urgenti e immediati interventi sia perchè il fenomeno sta assumendo dimensioni sociali sempre più rilevanti, sia perchè la mancanza di investimenti sui giovani è un segnale di arretratezza culturale e strategica inaccettabile per un Paese moderno. Nel nostro Paese, come i numeri dimostrano, i problemi sono diversi. Certamente occorre ridurre la distanza esistente tra il sistema dell’istruzione e il mondo del lavoro, aumentare la trasparenza della domanda e dell’offerta, sviluppare servizi e politiche che favoriscano i giovani nell’ingresso nel mercato.

Ma questo da solo non è sufficiente. Occorre rafforzare la consapevolezza anche delle imprese sull’opportunità rappresentata dalla forza lavoro dei giovani. Una consapevolezza che fino a non molti anni fa era visibile nella capacità di accompagnare i giovani nella crescita di un percorso professionale. Siamo in un periodo in cui emerge con forza l’esigenza di un patto tra imprese, istituzioni e organizzazioni sindacali finalizzato a favorire la valorizzazione dei giovani e quindi il loro inserimento nel mercato.

 

Una strada possibile con l’impegno di tutti, rivolta a creare esperienza lavorativa e nel contempo a far crescere le competenze necessarie per un corretto sviluppo professionale. Si tratta di puntare sull’alternanza tra scuola e lavoro, per i più giovani e, sull’accompagnamento nel percorso per coloro che possiedono la laurea.

 

Il problema non è innanzitutto di carattere normativo, dato che oggi la flessibilità contrattuale è garantita e le regole pur modificabili e migliorabili ci sono. Ciò di cui si sente la maggior necessità è di investire sui giovani affinché possano imparare un mestiere in un contesto lavorativo che sappia valorizzare le loro abilità, competenze e attese. È una sfida prima di tutto culturale e per lo sviluppo, certi che il bene primario oggi è rappresentato dal capitale umano: il primario fattore di competitività di un’impresa.

 

(I dati esposti sono di fonte Istat ed Eurostat, elaborazione dati CRISP-Centro di ricerca interuniversitario per i servizi di pubblica utilità – Università di Milano Bicocca)

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