I NUMERI/ I dati che sfidano il governo Monti sul lavoro

Il numero dei disoccupati in Italia, come spiega MARIO MEZZANZANICA non accenna a diminuire, specialmente tra i giovani: una sfida importante per il nuovo Governo

23.11.2011 - Mario Mezzanzanica
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A settembre 2011, il numero dei disoccupati, pari a 2.080.000, ha registrato una crescita su base annua del 3,5% (71.000 unità) e il tasso di disoccupazione si è attestato all’8,3%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A livello europeo, la media Ue-27 è pari al 9,7%; la Spagna ha il tasso di disoccupazione più elevato, che a settembre 2011 si attesta al 22,6%, la Francia è al 9,9%, l’Inghilterra all’8,1% (dato di luglio) e la Germania al 5,9% (dato di agosto). Il dato certamente più critico riguarda i giovani: infatti, il tasso di disoccupazione giovanile nel secondo trimestre del 2011, in Italia, è stato pari al 27,7%, contro una media Ue-27 del 21%; anche qui i principali paesi dell’Unione hanno valori differenti: la Spagna arriva al 45%, la Francia al 23,3%, l’Inghilterra al 20,4% e la Germania all’8,9%. Nel nostro Paese, in settembre il valore è salito al 29,3% con un aumento congiunturale, cioè rispetto al mese precedente, di 1,3 punti percentuali (fonte Eurostat e Istat).

La situazione, quindi, è critica in tutta l’Europa e se possiamo considerare “stagnazione” lo stato complessivo rispetto al 2010, alcuni segnali di forte preoccupazione sono evidenti per il nostro Paese, in particolare per quanto riguarda la disoccupazione giovanile. La recente crisi sui debiti sovrani, apertasi nello scorso mese di agosto, tocca profondamente il nostro Paese e rischia non solo di arrestare una timida ripresa che nei diversi settori economici, soprattutto in quello manifatturiero, era iniziata nel 2010, ma di farci ricadere in uno stato di profonda recessione con incalcolabili danni per l’economia, il lavoro e più in generale l’intero sistema-Paese.

I temi del dibattito che si è aperto sono numerosi e certamente riguardano la riduzione del debito pubblico e l’avvio di politiche che ridiano slancio alla crescita economica. Anche in materia di lavoro l’attenzione è posta nella direzione di migliorare l’occupabilità e aumentare l’occupazione. Il nuovo governo dovrà proporre interventi in questa direzione muovendosi tra alti tassi di disoccupazione giovanile, flessibilità contrattuale che la crisi economica ha enfatizzato e a volte esasperato, un settore pubblico “bloccato” da anni dove i nuovi ingressi sono sostanzialmente solo temporanei e con termine improrogabile, un settore privato in cui la flessibilità è prevalentemente concentrata sui giovani e che, soprattutto nelle aziende multinazionali, “promuove” l’uscita verso i 50-55 anni.

Un compito certamente non facile e, come i problemi evidenziati mostrano, pur nella loro sintesi, non riconducibile a soli tecnicismi. Nel mercato del lavoro odierno, una migliore occupabilità è certamente raggiungibile attraverso la trasparenza della domanda (opportunità lavorative), ma nel contempo, siccome i mestieri si evolvono e mutano e le nuove tecnologie cambiano le tecniche di produzione di beni e servizi, sempre più le persone necessitano di un moderno sistema di formazione che sappia coniugare metodologie e tecniche con competenza specifica. Formazione e servizi per il lavoro rappresentano un punto centrale per lo sviluppo di un mercato del lavoro capace di sostenere le persone nel loro percorso professionale, certi che la professionalità oggi rappresenta uno degli elementi principali per la continuità dell’esperienza lavorativa.

Aumentare l’occupazione significa creare nuove opportunità e questo è certamente legato al tema della crescita economica o ancor meglio dello sviluppo. Nel dibattito apertosi poco dopo la crisi economica del 2009, con i primi accenni della ripresa, si sollevò il tema del rischio della crescita senza occupazione. Un problema ancora molto attuale e che sottende la concezione che si ha di sviluppo economico. Molti e autorevoli interventi hanno evidenziato che i modelli economici degli ultimi anni sono stati incentrati su un’idea di lavoro sostanzialmente legata all’arricchimento personale con evidenti spostamenti verso i “facili” guadagni finanziari. Si è persa, in molti contesti, l’idea di lavoro, di fare impresa come elemento di creatività e ingegno volto al miglioramento del benessere personale, della propria famiglia della comunità e del territorio in cui si vive. Una concezione del lavoro e del fare impresa che muove nel continuo reinvestire in azienda e nel creare occupazione.

Per intervenire nel contesto attuale del mercato del lavoro del nostro Paese e creare occupazione occorre certamente ripartire da una nuova idea di sviluppo, da una nuova concezione del mercato. In un passaggio della Caritas in veritate, spesso dimenticata, si afferma: «Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave».

È in questo scenario che investire sui giovani significa da una parte essere lungimiranti nello sviluppo di un’impresa e dall’altra fare la “fatica” di formare le persone; di correre il rischio delle innumerevoli novità che i giovani, se valorizzati, possono apportare a un sistema che per sua natura deve evolvere, deve svilupparsi e per questo ha bisogno di forze e idee sempre nuove.

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