I NUMERI/ C’è un investimento che può far ripartire il lavoro

- Mario Mezzanzanica

La crisi economica ha messo in risalto anche problemi del mercato del lavoro sia nei paesi emergenti che in quelli più sviluppati. L’analisi di MARIO MEZZANZANICA

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Foto Imagoeconomica

Nei paesi emergenti (Cina, India e Brasile in primis), meno toccati dalla crisi internazionale, agli alti tassi di crescita economica degli ultimi anni non corrispondono equivalenti tassi di crescita occupazionale, e nelle economie più sviluppate (Europa, Stati Uniti, Giappone, ecc.), maggiormente colpiti dalla crisi, alla ripresa economica in corso non corrisponde una netta ripresa dell’occupazione.

Il 2010 segna certamente l’avvio della ripresa economica a livello mondiale, ma nel contempo mostra, con evidente chiarezza, che la ripresa del mercato del lavoro è più lenta e che i contraccolpi della crisi sull’occupazione sono ancora forti e saldamente presenti: i disoccupati nel 2010 erano 205 milioni a livello mondiale, oltre 27 milioni in più rispetto a prima della crisi e il 55% dell’aumento della disoccupazione, tra il 2007 e il 2010, si è verificato nelle economie sviluppate e nell’Unione europea in particolare (Rapporto Ilo 2010).

I differenti sentieri di crescita dell’economia e dell’occupazione hanno imposto una riflessione generalizzata sui modelli di sviluppo che hanno caratterizzato le principali economie avanzate e non, e che hanno condotto alla costruzione degli attuali assetti socioeconomici internazionali e dei singoli paesi. Il tema del lavoro si ripropone dunque oggi come centrale per delineare le strade necessarie per l’uscita dalla congiuntura negativa creata dalla crisi e più in generale gli scenari di sviluppo del prossimo futuro.

La situazione del mercato del lavoro ha subito forte trasformazioni negli ultimi decenni e la crisi ha enfatizzato alcuni elementi, stressandone gli aspetti critici. Nei paesi emergenti e in via di sviluppo (cfr. la rivista Atlantide, maggio 2011) si assiste a una ripresa dei valori quantitativi dell’occupazione che già nel 2010 si riportano sostanzialmente a quelli pre-crisi, ma persistono problemi legati alle forme occupazionali “vulnerabili” e informali e, nel contempo, le difficoltà nel trovare risorse adeguatamente preparate a rispondere alle esigenze delle imprese. Si pone quindi un problema sostanziale di “qualità” del lavoro.

Nelle economie sviluppate, e in Europa in particolare, il problema occupazionale si manifesta, pur con diversi gradi di differenziazione locale, su due aspetti principali: difficoltà nel ridurre gli alti tassi di disoccupazione che la crisi ha introdotto; cambiamenti strutturali del mercato che già prima della crisi stanno trasformando sia nella forma, sia nel contenuto l’attività lavorativa.

Il punto comune a livello internazionale risulta identificabile sinteticamente con il termine “qualità del lavoro”. Da una parte connessa alle problematiche inerenti la frammentazione dello stesso che nelle forme di occupazione cosiddette vulnerabili ha insito il rischio continuo di esclusione dal mercato e più in generale di esclusione sociale e, dall’altra, si manifesta come esigenza di crescita continua (nell’arco della vita lavorativa) di competenze e applicazione delle stesse per far fronte alle evoluzioni di processi produttivi.

Nella crisi e nella fase di ripresa le difficoltà maggiori si manifestano per i giovani e per la popolazione di genere femminile. In generale, il problema si può ricondurre a una mancanza di attrattività del mercato, osservabile attraverso i bassi tassi di partecipazione e, soprattutto per i giovani, a “resistenze” che non ne favoriscono l’accesso. Sono circa 78 milioni i giovani disoccupati nella fascia di età tra i 15 e 24 anni a livello mondiale e il tasso di disoccupazione è pari, nel 2010, al 12,6% ovvero 2,6 volte quello degli adulti (Rapporto Ilo 2010).

In Europa la disoccupazione giovanile nel 2010 raggiunge mediamente il 19,9% (Ue a 15) ,con un tasso di crescita rispetto al 2007 pari al 34,5%. Un valore differenziato che va dal 9,1% della Germania al 27,8% dell’Italia, per arrivare al valore massimo del 41,6% della Spagna. Una situazione certamente critica che può avere forti contraccolpi negativi sulle prospettive di vita dei giovani, sullo sviluppo e sulla società, portando con se elevati rischi di tensioni sociali.

Uno degli elementi principali su cui porre l’attenzione per lo sviluppo di un moderno mercato è certamente quello relativo al capitale umano, recuperando la centralità del lavoro nel processo produttivo e nello sviluppo economico. Elemento che diventa fattore strategico per delineare e perseguire operativamente i processi di riforma ormai sempre più urgenti. Occorre innovare i sistemi dell’istruzione e della formazione, non più separabili aprioristicamente dagli scenari evolutivi del mercato del lavoro; favorire lo sviluppo organico di un sistema basato sulla fexicurity al fine di aiutare e sostenere i percorsi lavorativi, in particolare dei giovani, in un mercato flessibile; rendere strutturale un sistema di formazione continua per le persone che sempre più hanno l’esigenza di aggiornarsi, acquisire nuove conoscenze e competenze.

L’investimento primario che anche la crisi ha reso evidente e necessario è quello relativo al “capitale umano”, fattore che consente, tra l’altro, nell’intero arco della vita delle persone, di incrementare la propria “appetibilità” nei confronti delle imprese, aumentare il proprio potere contrattuale sul mercato e allo stesso tempo aumentare le probabilità di trovare occasioni di lavoro, garantendosi così maggiore stabilità occupazionale.

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