I NUMERI/ La “grande fuga” che blocca il lavoro in Italia

- Gianni Zen

Un’indagine condotta sul Nord-Est rivela alcuni aspetti comuni a tutti l’Italia per quel che riguarda le prospettive dei giovani, specie in tema di lavoro. Ne parla GIANNI ZEN

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“Se tu fossi qui a Shanghai capiresti che noi veneti siamo alla decadenza. Qui si respira davvero aria di futuro. Se tu fossi qui non vorresti più tornare in Italia”. Queste brevi battute di un amico, esperto europeo dei sistemi di istruzione, al cellulare qualche mattina fa sono forse un po’ esagerate per la carica di emotività che trasudano. Ma dicono purtroppo il vero sul nostro sistema Paese, conservatore sino al midollo e incapace di pensieri lunghi in politica come nei diversi contesti di relazione.

Tutti stanno, in queste settimane, fermando l’attenzione su una disoccupazione giovanile che ha superato il 30%. Eppure non sempre è evidente la domanda: a fronte di questa corsa alla disoccupazione dei nostri giovani, causa l’allargamento globale del mercato del lavoro, che cosa noi possiamo offrire loro?  Quale speranza di futuro con competenze spendibili e adeguate?

Le idee non mancano nei dibattiti vari, ma vengono per lo più presentate in modo astratto, se non contraddittorio. Le riforme Gelmini della scuola e dell’università, per fare un esempio, risultato di vari tentativi degli ultimi 15 anni, forse sono nate già vecchie. Segnate, alla resa dei conti, non dalla domanda “quale migliore scuola e università per i giovani di oggi?”, ma dai compromessi sugli organici, da una logica dei tagli lineari che non ha rispettato la realtà effettuale. Sono nate già vecchie perché vincolate a indirizzi di studio che sono uno spezzatino di tante, troppe materie, per cui la preparazione finisce per essere superficiale e banalizzata.

Nei momenti di crisi ci vorrebbero scelte bipartisan, oltre destra e sinistra. Ma tant’è. Eppure, una domanda secca dovrebbe aiutare tutti a capire la gravità di un sempre meno latente “conflitto generazionale” che potrebbe sfociare, prima o poi, in un “nuovo ‘68”, questa volta meno ideologico: quanta attenzione noi adulti riserviamo ai nostri giovani, ai nostri figli, per il loro futuro?

Un’indagine condotta dall’Osservatorio del Nord-Est, curata da Ilvo Diamanti, uscita nei giorni scorsi, su un sondaggio del novembre scorso, offre dati e indicazioni che fanno meditare: nel 1998 il 28% degli intervistati riteneva che gli adulti, rispetto al passato, si preoccupavano meno del futuro dei loro figli, nel 2002 saliva al 31%, nel 2007 al 38% e oggi siamo al 44%. In 13 anni un aumento del 16%!

I giovani destinati dunque alla marginalità anche nel ricco Nord-Est? Si tratta di dati, tra l’altro, che confermano le recenti proiezioni dell’Istat sul “rischio povertà” dei ragazzi dai 18 ai 24 anni. Se noi poi ci concentriamo sui giovani che hanno meno di 34 anni, vediamo che la percentuale di adulti considerati indifferenti sale al 50%, mentre tra gli intervistati quarantenni la percentuale scende al 40%. Se invece ci concentriamo sul livello di istruzione degli intervistati abbiamo risposte diverse: per chi ha solo la licenza media la percezione di indifferenza verso i giovani si attesta sul 50%, mentre per i diplomati o laureati si ferma al 39%. Quindi nel ricco Nord-Est la situazione non è facile. Piena di nubi.

Una macro-regione, dunque, che in pochi decenni ha vissuto un passaggio straordinario, strabiliante, dalla povertà alla ricchezza, e che ora soffre la difficile transizione segnata da una internazionalizzazione dei rapporti non solo economici che rischia di svuotare la fitta rete di aziende, di capannoni, di distretti industriali, di esuberante imprenditorialità. Si tratta, è giusto sottolinearlo, di dati che indicano delle percezioni, cioè una sintomatologia che esprime ciò che sta avvenendo, a fronte di una situazione generale che è sotto gli occhi di tutti.

È finito il tempo del “piccolo è bello”, cioè del “modello veneto”? È finito il tempo del grande balzo di un boom economico sorretto e aiutato dalla solidarietà della famiglia, del tessuto finanziario (Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza e Belluno; Banca Cattolica del Veneto; Banche popolari; Casse Rurali), di un mondo politico allenato alla buona amministrazione di matrice austriaca e aperto alle esigenze socio-economiche? Grandi banche, è giusto ricordarlo, stesso destino delle nostro migliori aziende, che poi sono state usate per capitalizzare banche nazionali allora in crisi: Unicredit e Intesa. Nord-Est gigante economico, ma nano politico. Stesso destino prima della Dc, poi anche della Liga veneta nei confronti della Lega lombarda, oggi Lega Nord.

Siamo a questa situazione: se negli anni Novanta era prevalsa, in alcune aree, la pratica della delocalizzazione verso l’Est europeo, oggi ci troviamo di fronte a una situazione nuova, con i concorrenti in casa. E non solo cinesi. Per cui i nostri imprenditori, segnati da una sotto-capitalizzazione costante e dalla necessità dell’innovazione continua, stanno tentando di non scomparire offrendo a mezzo mondo prodotti di nicchia e originali. Figli comunque di un tessuto economico fatto di piccole aziende, con poche eccezioni. Quindi più in balia del soffio del vento.

Se l’Italia è il secondo Paese manifatturiero dell’Unione europea dopo la Germania, se il Veneto conta nelle province di Vicenza e Treviso la seconda e terza provincia industriale italiana per Pil, mantenere una certa presenza nei mercati è sempre più difficile. Per carenze di logica di sistema. Un imprenditore dell’area pedemontana veneta, nei giorni scorsi, mi raccontava, ad esempio, la sua decisione di trasferirsi in Serbia, vista la differenza del costo del lavoro e una fiscalità fissa del 23%. Come dargli torto? Eppure, questa non può essere la soluzione. Altri invece stanno “rischiando” una internazionalizzazione mantenendo la “testa” però in Italia. Un altro imprenditore mi confermava, sconsolato, di essere stato svegliato alle 5 di mattina dalla Guardia di finanza per un’ispezione rivelatasi poi di routine. Non come in Austria, sono le sue parole, dove lo Stato cerca il dialogo con le aziende, tanto che le ispezioni vengono concordate (giorno e ora).

Se negli anni Sessanta “i cinesi eravamo noi”, come ho sentito ripetere in più occasioni, per la grande capacità di lavoro unita a una favorevole svalutazione della lira, oggi invece il differenziale è dato dalla continua innovazione, dal connubio con la ricerca avanzata, dalla facilità o meno di reperire competenze adeguate nelle giovani generazioni. Cosa non facile, quest’ultima, perché non sempre domanda e offerta di lavoro si incontrano. Le terre venete, ad esempio, chiedono ancora oggi tecnici specializzati in campo meccatronico, elettrotecnico, meno in quello elettronico e informatico. Eppure non ci sono abbastanza diplomati e laureati “sfornati”, per così dire, dalla scuola e dall’università.

È giusto ricordare, su questo punto, il grande lavoro di Confindustria sugli Istituti tecnici industriali, come stimolo a una riforma che ha migliorato i percorsi di studio, ma che ancora fa fatica a essere letta dalla scuola e dai docenti in termini di “pari dignità” con i percorsi liceali. Una riforma degli Istituti tecnici e professionali che ha visto il ruolo centrale di due figure importanti della cultura del Nord-Est: il prof. Alberto Felice De Toni, Preside della Facoltà di Ingegneria di Udine, Presidente della Commissione che ne ha scritto i programmi (su indicazione del ministro Fioroni e confermata dal ministro Gelmini) e il prof. Arduino Salatin, Direttore dell’Iprase di Trento. Senza dimenticare un (quasi) veronese d’azione, Claudio Gentili, responsabile Education di Confindustria nazionale.

I dati, a questo punto, offerti dall’Osservatorio diretto da Diamanti ci dicono due sentieri da percorrere con determinazione, se si vuole davvero dare una mano ai giovani d’oggi, non solo veneti o del Nord-Est: da un lato riformare il mercato del lavoro, rendendolo appetibile come opportunità di scelta di vita, oltre i vecchi conservatorismi da anni Settanta; dall’altro offrendo stimoli e opportunità ai giovani in gamba, e percorsi di continua riqualificazione a tutti.

E qui emerge una situazione che non può non far pensare: il sistema formativo del Nord-Est, come si è visto anche dagli ultimi dati Invalsi, offre importanti opportunità di maturazione culturale e specialistica. Ma una parte notevole dei nostri giovani è costretta a cercar fortuna all’estero, offrendosi alla meglio alle diverse occasioni di lavoro.

La mia scuola, la più grande del Veneto (Liceo Brocchi), lo scorso giugno ha promosso una serie di iniziative, con cadenza quasi mensile, per mettere in contatto i nostri giovani, che si trovano per lavoro o per studio  nei diversi paesi, con gli studenti delle classi quarte e quinte. E con i giovani del comprensorio. Un modo per ribadire ancora una volta che la scuola e l’università sono davvero la golden share del loro futuro. Se noi riuscissimo a offrire a questi giovani analoghe opportunità di sviluppo delle loro idee innovative nel nostro tessuto socio-economico, potremmo comunicare a tutti una maggiore fiducia verso se stessi e il loro futuro. Oltre i corporativismi e i conservatorismi imperanti. Ad esempio, valgono i titoli di studio cioè i pezzi di carta o la certificazione delle reali competenze spendibili? 

Resta, sullo sfondo, una domanda sinora inespressa: essendo il Nord-Est passato in pochi decenni dalla povertà al benessere diffuso, l’indagine di Diamanti ci dice forse dell’altro. Mi riferisco al fatto, più volte rilevato da altre indagini, sul mancato e parallelo accompagnamento del crescente benessere economico con la consapevolezza del valore di stili di vita adeguati a una complessità che non può limitarsi ai soli dati econometrici. In poche parole: la sfiducia verso i giovani è l’esatto contrario delle preoccupazioni che stavano alla base dei nostri vecchi, poveri ma saggi. I quali hanno sacrificato tutto per i propri figli, mentre questi stessi figli, una volta cresciuti, hanno adottato mentalità individualistiche ed egoistiche (che hanno trovato poi sbocco nella Lega Nord, nata prima in Veneto con la Liga) incapaci, ovviamente, di alzare lo sguardo e di guardare in prospettiva. Oltre il proprio tornaconto.

Anche il Nord-Est si trova dunque costretto a ripensare quelle scale di valori che negli ultimi decenni sono state utilizzate solo in senso utilitaristico, di ritorno immediato. E a poco serve invocare qualche scudo protezionistico. Nuove dunque frontiere si stanno aprendo, sul piano prima socio-culturale e poi economico. Le nuove sfide glo-cali.



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