IL CASO/ Il contratto che manda “in pensione” il tempo indeterminato

- Giuseppe Sabella

Il contratto a tempo indeterminato è sempre meno utilizzato. Tuttavia, spiega GIUSEPPE SABELLA, non è più sinonimo di stabilità, che va ricercata altrove

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Uffici pubblici (Infophoto)

Venerdì scorso sono state rese note le rilevazioni del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro. Saranno oltre 218mila le assunzioni nelle imprese dell’industria e dei servizi nel quarto trimestre 2012, ma solo il 19% a tempo indeterminato. Per il lavoro subordinato, però, il saldo complessivo si manterrà negativo, con 120mila posti di lavoro in meno. Nello specifico, le assunzioni per il quarto trimestre saranno circa 158mila lavoratori alle dipendenze (91mila assunzioni non stagionali, 40mila stagionali e quasi 27mila interinali) e 60mila nuovi contratti di lavoro autonomi. I quasi 120mila i posti di lavoro subordinato in meno sono in parte determinati dalla fisiologica conclusione di contratti stagionali o comunque a termine: 12mila saranno lavoratori in somministrazione o interinali; i restanti 107mila lavoratori dipendenti persi, a carattere non stagionale e stagionale, si distribuiscono in tutte le regioni, a eccezione del Trentino Alto Adige (con l’arrivo della stagione turistica si prevedono 2.700 posti di lavoro in più). Sul fronte delle altre forme contrattuali si segnalano riduzioni di poco inferiori alle 12mila unità per i collaboratori a progetto.

La domanda di lavoratori alle dipendenze per la fine dell’anno (al netto degli interinali) “risulta tuttavia lievemente superiore rispetto alle previsioni delle imprese espresse per il IV trimestre 2011 (il peggiore dagli ultimi due anni)”, evidenzia l’indagine. A livello territoriale, in 17 regioni le assunzioni risultano in aumento rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso. Il confronto anno su anno delle assunzioni mostra poi una crescita nei settori industriali più fortemente orientati all’export e nei servizi. Si evidenzia, inoltre, una lieve ripresa rispetto ai trimestri precedenti dei contratti a tempo indeterminato e determinato, dopo il calo subito nel trimestre precedente, e il rilancio dei contratti di apprendistato, sui quali la riforma del lavoro ha puntato molte carte.

Emerge tuttavia una “sempre più ampia spaccatura tra lavoro stabile (contratto a tempo indeterminato, cui può essere assimilata anche la nuova formula dell’apprendistato) e le altre forme di lavoro, sia subordinato, sia autonomo: solo il 19% delle entrate previste nel IV trimestre sarà destinato al lavoro stabile e l’81% a tutte le altre forme”.

Una prima considerazione importante: come si può contrastare la retorica del precariato e promuovere la buona flessibilità quando le voci istituzionali parlano di stabilità del lavoro in questi termini? Cos’è oggi stabile quando nelle regioni del nord Italia (fonte Crisp-Bicocca) il contratto a tempo indeterminato ha una durata media di 1,4 anni? Forse val la pena di aprire una riflessione seria che ridefinisca il “vocabolario del lavoro” anziché prestare il fianco a un tam tam mediatico che riprende la notizia in questo modo: “4 su 5 sono precari”.

Una seconda considerazione circa quanto detto da Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere: “Nel programmare le entrate di nuovo personale le imprese manifestano tutta l’incertezza di questa fase congiunturale; si ha quasi la sensazione che il tessuto produttivo, soprattutto nelle aree con vocazione all’export, abbia la tentazione di allargare la propria base occupazionale ma poi tema di fare il passo più lungo della gamba, introducendo in forma stabile nei propri organici nuovo personale”.

Da queste parole emerge una fotografia importante circa la difficoltà delle imprese ad assumere personale: non è forse giunto il momento di liberare definitivamente il lavoro somministrato? È proprio la via che può rispondere ai bisogni occupazionali e flessibili delle imprese, offrendo stabilità al lavoratore. La riforma Fornero sembra puntare sulla buona flessibilità e sulla flexicurity che ne deriva, ma il mercato del lavoro somministrato è fermo all’1%. La crescita, l’occupazione e il lavoro ripartiranno soprattutto quando gli investitori e gli imprenditori ritroveranno fiducia, ma una buona regolazione del lavoro in questa fase può recitare una parte importante.

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