I NUMERI/ Quei 600mila posti di lavoro “dimenticati” dai giovani

- Giuseppe Sabella

Gli ultimi dati Istat vedono la disoccupazione giovanile al 35,2%. Allo stesso tempo però ci sono imprese che cercano personale. L’analisi di GIUSEPPE SABELLA

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Immagini di repertorio (Infophoto)

I dati Istat relativi alla disoccupazione giovanile diffusi venerdì scorso confermano sostanzialmente il picco negativo rilevato al mese precedente: il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero l’incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 35,2% (dato relativo al mese di aprile 2012), in diminuzione di 0,8 punti percentuali rispetto a marzo, ma in aumento di 7,9 punti su base annua. Il tasso di disoccupazione generale si attesta al 10,2%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a marzo e di 2,2 punti su base annua.

Ricordiamo al di là dei numeri della disoccupazione, anche quelli della rassegnazione: sono 2,2 milioni i giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti né a scuola, né all’università, né lavorano e nemmeno seguono corsi di formazione o di aggiornamento professionale. Sono questi i cosiddetti Neet (Not in education, employment or training). Sono il 23,4% della popolazione nazionale di riferimento.

La disoccupazione non diminuisce, la recessione brucia i posti di lavoro che ci sono, ma anche in una situazione di crisi ci sono comunque imprese che cercano personale. Secondo le elaborazioni della Fondazione Hume per la Stampa di Torino, in Italia ci sarebbero 630mila posti da coprire, a partire dai dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e da quelli del Ministero del Lavoro. Si tratta in gran parte di cuochi, camerieri, badanti, personale delle pulizie. In un’economia italiana in ripiegamento, a quanto pare i settori che appaiono in grado di reclutare lavoratori dipendenti sono quelli più tradizionali: turismo, alberghi, ristorazione, commercio al dettaglio, costruzioni.

Il quadro che emerge dall’analisi della Fondazione Hume (guidata da Piero Ostellino e Luca Ricolfi) è il seguente: delle 633mila assunzioni “previste” dalle imprese italiane, addirittura il 26,4%, con 167.280 unità, riguarda i servizi di alloggio e ristorazione. Seguono il commercio al dettaglio (62.310 assunzioni, il 9,8%) e le costruzioni (57.290, il 9%), distaccando i servizi operativi di supporto alle imprese e alle persone e i servizi di trasporto.

Non cambia moltissimo il discorso se si considerano le cinque figure professionali che sono state richieste nel primo semestre del 2012. La lista è capeggiata con grande distacco da cuochi, camerieri e altre professioni nel turismo, con 83.870 assunzioni. Nel 65% dei casi i datori di lavoro richiedevano una passata esperienza nel settore, ma solo nel 5,8% dei casi il posto era a tempo indeterminato. Dopo i cuochi, in seconda posizione, con 38.860 unità, ci sono gli uomini delle pulizie e le badanti. Terzi – e unica attività in cui si richiedono per il 45% dei casi giovani sotto i 29 anni – arrivano i tecnici amministrativi finanziari e bancari, 19.780 posti. Seguiti da operai specializzati in edilizia e addetti all’accoglienza, informazione e assistenza alla clientela. Dunque: cuochi, pulitori, bancari, operai edili, addetti dei call center. Questi sarebbero i mestieri più gettonati dalle aziende che vogliono o possono assumere in questa Italia della crisi.

I posti migliori per trovare un lavoro saranno Roma (7,2% del totale), Milano (6,6%), Napoli (3,9%), Torino (3,3%) e Verona (2,6%). La Lombardia, con 99.500 assunzioni guida la classifica delle Regioni, con netto scarto su Emilia-Romagna, Veneto e Lazio. Infine, le cinque professioni più difficili da reperire per le imprese. Nei primi sei mesi dell’anno, è stato problematico trovare i 750 dirigenti necessari, ma a quanto pare si è tribolato anche per le 2.720 estetiste. Già più comprensibile la fatica per trovare i 3.310 ingegneri e architetti.

I numeri di cui sopra non sono assoluti, ma sicuramente qualche indicazione ce la forniscono: teniamo conto del grande momento critico per l’economia non solo italiana, ma anche del più alto tasso di lavoro sommerso che caratterizza il Bel Paese rispetto agli altri stati europei. Quello che realmente si presenta come il dramma giovanile non è semplicemente la questione occupazionale, è un enorme problema culturale: pochissimi giovani conoscono il lavoro per quelli che sono i suoi veri valori.

Nel 1948, l’articolo 1 della Costituzione ha affermato in modo condiviso la sacralità che i Padri Costituenti riconoscevano al lavoro, che non è rimasta sulla carta, ma che ha di fatto sancito l’alleanza di un popolo, visto che negli anni del secondo dopoguerra il nostro Paese è stato realmente ricostruito. Fino ad arrivare al boom economico degli anni ‘60. E poi? E poi lentamente la nostra economia ha sempre più rallentato, anche perché si è pensato bene di favorire la crescita della burocrazia – che di certo dell’economia e del lavoro amica non è – e del debito pubblico, che dai primi anni ‘70 ha cominciato a galoppare, per poi conoscere le performance più interessanti negli anni ’80 e che oggi continuano a ripetersi. Lentamente si è assistito al declino di Scuola e Università, la cui specializzazione del sapere pare più a favore dell’offerta (gli insegnanti) che della domanda (gli studenti).

Detto questo, vien da chiedersi come in uno dei luoghi così importanti in cui si costruiscono le fondamenta per la vita, un giovane possa sentire e fare sua la sacralità del lavoro: questi 2,2 milioni di giovani rassegnati sembrano un po’ troppi per pensare che hanno capito male. Domanda: ma a loro che cosa è stato insegnato?

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