PAPA IN SLOVACCHIA/ La regola di Francesco per distinguere i sogni dalle illusioni

- Raffaele Magaldi

Si è conclusa ieri la visita apostolica di papa Francesco in Slovacchia, all’insegna della “semina mite e paziente del Regno di Dio”. La Chiesa sia segno di libertà e accoglienza

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Papa Francesco a Presov, in Slovacchia (LaPresse)

Si è conclusa ieri la visita apostolica di papa Francesco in Slovacchia, ricca di contenuti interessanti che confermano l’impronta di solidarietà, inclusione e apertura al prossimo – senza però rinunciare alle proprie radici – della Chiesa secondo papa Bergoglio.

Lunedì mattina, rivolgendosi alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico, Francesco si è detto “pellegrino in un paese giovane ma dalla storia antica, terra dalle radici profonde nel cuore dell’Europa”, luogo in cui si incontrano cristianesimo occidentale e orientale. Quella stessa storia antica “chiama la Slovacchia a essere un messaggio di pace nel cuore dell’Europa”, non attraverso il combattimento di “guerre culturali” quanto piuttosto nella “semina mite e paziente del Regno di Dio”. Come a Budapest il giorno prima, Francesco ha insistito sul fatto che per i cristiani oggi sia necessario aprirsi alla novità, senza però sradicarsi. Allargando lo sguardo oltreconfine, il papa ha auspicato un’Europa solidale sulle orme di Cirillo e Metodio, che possa tornare al centro della storia.

Rivolgendosi ai vescovi, ai sacerdoti, alle religiose, ai seminaristi e ai catechisti nella Cattedrale di San Michele, Francesco ha detto di essere venuto a condividere il loro cammino. “Abbiamo bisogno di una Chiesa che cammini assieme. La Chiesa non è una fortezza o un castello situati in alto che guarda il mondo con sufficienza […]. Usciamo dalla preoccupazione eccessiva per noi stessi, per le nostre strutture, per come la società ci guarda”. Il papa ha poi identificato in tre parole la chiave per rispondere ai bisogni e alle attese spirituali del popolo.

Libertà: per Francesco è un cammino faticoso ma continuo. È libertà “di dirsi peccatori, con sincerità, non batterci il petto e poi continuare a crederci giusti”. L’annuncio del Vangelo deve essere una forza liberante e non opprimente; la Chiesa, segno di libertà e accoglienza.

Creatività: come quella dei santi Cirillo e Metodio, che assimilarono le culture che incontravano durante la loro missione e furono “creativi” nel trovare il modo di tradurre per quelle culture il messaggio cristiano. Fino al punto di creare un alfabeto nuovo. Allo stesso modo, i cristiani di oggi sono chiamati a essere creativi e trovare con l’aiuto dello Spirito Santo nuovi modi di annunciare il Vangelo.

E infine, dialogo: la necessità di confrontarsi anche con “chi vive la fatica di una ricerca religiosa o con chi non crede”. La Chiesa non può essere autoreferenziale.

Quest’ultimo aspetto è emerso anche nell’incontro con la comunità ebraica slovacca: il papa ha ribadito il no fermo della Chiesa, da sempre, a ogni forma di strumentalizzazione del divino per fini ideologici, ricordando gli oltre 100mila ebrei slovacchi uccisi nella Shoah ma osservando come, nonostante la distruzione della sinagoga nella piazza Rybné námestie, la comunità sia ancora presente e sia “viva e aperta”, appunto, al dialogo. Anche con la Chiesa cattolica.

Martedì 14 settembre papa Francesco si è spostato a Est. A Prešov ha celebrato la Divina Liturgia (la Messa secondo il rito bizantino), pronunciando un’omelia sul mistero della croce in cui ha richiamato i “martiri slovacchi che hanno testimoniato l’amore di Cristo in tempi molto difficili, quando tutto consigliava di tacere e di non professare la fede”. La croce per il Santo Padre non è “una bandiera da innalzare”, ma la “sorgente pura di un nuovo modo di vivere, quello delle Beatitudini”. “Il testimone che ha la croce nel cuore e non soltanto al collo, non vede nessuno come nemico, ma tutti come fratelli e sorelle per cui Gesù ha dato la vita. Non ricorda i torti del passato e non si lamenta del presente […]. Persegue una sola strategia, quella del Maestro: l’amore umile”.

Alla celebrazione era presente anche Mons. František Rábek, cappellano delle forze armate slovacche, che ha sottolineato la forza di questo momento storico, settant’anni dopo che il regime comunista aveva tentato di cancellare per sempre la Chiesa cattolica di rito bizantino dalla Cecoslovacchia, per la sua fedeltà al papa. “E invece”, ha detto il prelato, “oggi il papa celebra con noi la Divina Liturgia. È una grande testimonianza della potenza e dell’amore di Dio”.

Nel pomeriggio il papa si è spostato a Košice, seconda città più grande del paese. Prima ha incontrato la comunità Rom nel quartiere cittadino chiamato “Lunik IX”. L’atmosfera era molto gioiosa e festante e il coinvolgimento di Francesco era evidente. L’integrazione dei Rom in Slovacchia è da sempre un problema estremamente delicato da gestire, ed è per molti cattolici occasione per fare missione proprio come auspica il Santo Padre, aiutando ad abbattere le barriere culturali. Preziosissima la testimonianza di una coppia “mista” che ha raccontato i pregiudizi e gli stereotipi che marito e moglie si erano trovati a combattere. Francesco ha quindi rilanciato il suo messaggio sul dialogo, sul servizio ai più deboli e contro ogni forma di discriminazione.

Dopo aver salutato Lunik IX, papa Francesco si è recato allo Stadio Lokomotiva, per un incontro con i giovani. Rispondendo a una giovane coppia di sposi che chiedeva consiglio sull’amore nei tempi moderni, il papa ha sottolineato la differenza tra il sogno e l’illusione, invitando i giovani a seguire il sogno attraverso l’esempio della beata Anka Kolesárová, adolescente uccisa da un soldato dell’Armata Rossa per averne rifiutato le avances sessuali. “Sognate senza paura di formare una famiglia, di generare ed educare dei figli, di passare una vita condividendo tutto con l’altra persona. Senza vergognarsi delle proprie fragilità, perché c’è lui, o lei, che le accoglie e le ama. Che ti ama così come sei”. E di nuovo il papa ha ribadito l’invito a essere “radicati e aperti”.

Infine, ieri mattina, papa Francesco ha celebrato la Messa patronale nella solennità della Vergine dei Sette Dolori, nel piazzale antistante la basilica di Šaštín. Un Santo Padre provato ha indicato nell’omelia Maria come modello di fede attraverso tre parole: cammino, profezia e compassione. La fede non può essere statica: siamo in cammino, in pellegrinaggio (una pratica molto cara ai fedeli slovacchi per cui il papa ha espresso gratitudine). La fede di Maria è profetica, opera di Dio nella storia, misericordia che rovescia le logiche del mondo “innalzando gli umili e abbassando i superbi”. E infine, la fede è compassione. Maria, ai piedi della croce, soffre con Gesù. Ha il volto “segnato dalle lacrime, ma ha la fede di chi sa che nel suo Figlio Dio trasforma il dolore… E vince la morte”. Questa fede che è compassione invita i fedeli ad aprirsi a una condivisione verso chi soffre e porta croci anche pesanti.

Era stanco, papa Francesco, alla fine di questo lungo e intenso viaggio apostolico. Non sappiamo quanto sia riuscito a vincere gli scettici che lo ritenevano troppo “riformatore”. Ma sicuramente ne ha affrontato le obiezioni a viso aperto e con un atteggiamento pastorale e vicino ai fedeli. E ha ribadito la sua visione di una Chiesa che si avvicina agli ultimi e alle “periferie del mondo”, una Chiesa missionaria, radicata nella tradizione ma aperta alle sfide e al dialogo con la modernità.

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