PATTO DI STABILITÀ/ Dagli Usa una doppia lezione per l’Europa

- int. Gustavo Piga

Riformare il Patto di stabilità non è semplice. Guardare alla storia degli Stati Uniti aiuta a capire quale può essere la giusta strada da seguire

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LaPresse

Proprio nel giorno in cui in un’intervista alla Stampa Paolo Gentiloni ricordava che “nelle prossime settimane decideremo se e come prolungare il congelamento” del Patto di stabilità, “mentre nei prossimi mesi avvieremo una riflessione cruciale su come ricalibrarlo sui nuovi obiettivi strategici europei”, sulla rivista Le Grand Continent lunedì scorso veniva pubblicato un articolo dall’eloquente titolo “Che fare delle regole fiscali europee?” in cui sono state rilanciate le proposte, risalenti già alla fase pre-Covid, di Olivier Blanchard, Alvaro Leandro e Jeromin Zettelmeyer, per passare da regole a standard fiscali incentrati sulla sostenibilità del debito degli Stati membri. Gustavo Piga, professore di Economia politica all’Università Tor Vergata di Roma, è soddisfatto che venga messa in dubbio l’attuale architettura europea, «per quanto si faccia finta che sia stata congelata e messa in stand by».

Non è così?

No e ci si sono almeno due prove al riguardo. La prima è l’evidentissima differenza tra il sostegno tramite la politica fiscale all’economia fornito dagli Stati Uniti e dall’Europa: Washington stanzia tre volte tanto Bruxelles. Con il Recovery fund la politica fiscale europea è diventata meno austera, ma non è espansiva come lo è attualmente negli Stati Uniti. La seconda prova la si ha guardando l’Italia, cui è stato consentito di portare il deficit al 10% del Pil nel 2020 e che beneficerà delle risorse del Recovery fund, che non potranno però essere sfruttate pienamente per la crescita dato che nella Nadef sono stati previsti per il 2023 una riduzione del deficit/Pil al 3% e un pareggio di bilancio primario, ovvero due dei capisaldi delle regole europee che evidentemente continuano a essere in vigore.

Meglio quindi rivedere queste regole come propongono l’ex capo economista del Fmi Blanchard, Leandro e Zettelmeyer…

La loro proposta ha il merito di illustrare i difetti delle regole che altri Paesi si guardano bene dall’utilizzare per un motivo molto semplice: viviamo in un mondo di estrema incertezza, come dimostra la pandemia di Covid, e non ha senso quindi vincolarsi a delle regole numeriche. Tuttavia l’alternativa che loro offrono non è adeguata.

Perché?

Perché viene proposto l’utilizzo di standard al posto di numeri rigidi. Loro stessi spiegano la differenza con un esempio riguardante i limiti velocità: “‘Non guidare più veloce di 55 miglia all’ora’ è una regola; ‘non guidare a velocità eccessiva’ è uno standard”. Se però ci si pensa bene, la ragione per cui c’è stato bisogno finora di questi vincoli numerici è la mancanza di fiducia verso alcuni Paesi come l’Italia. Questo problema non viene risolto dall’utilizzo di standard al posto delle regole. Inoltre, se l’obiettivo diventa quello della sostenibilità del debito, alla fine non abbiamo nulla di molto diverso dall’attuale Fiscal compact. Abbiamo già visto cos’è successo in Europa quando si è cercato di rendere più sostenibili i debiti pubblici: li si è resi più insostenibili con politiche miopi.

Se non la sostenibilità del debito, quale deve essere allora l’obiettivo?

L’obiettivo numero uno deve essere la sostenibilità dell’Europa intesa come capacità di stare unita e ciò può avvenire soltanto con la crescita nella stabilità, che in momenti così drammatici si ottiene esclusivamente con politiche fiscali espansive che aumentano il Pil così tanto da abbattere il rapporto debito/Pil. Resta però il problema della mancanza di fiducia, che può essere rimossa solo lentamente nel tempo, con una maggior conoscenza reciproca. Del resto negli Usa fino al 1930 c’è stata mancanza di fiducia tra gli Stati. Credo che per muoversi nella giusta direzione occorra guardare a quanto accaduto Oltreoceano nel XIX secolo.

Cosa accadde allora negli Stati Uniti?

Il Tennessee, a metà dell’Ottocento, spese male i soldi ricevuti in prestito dai mercati per progetti infrastrutturali faraonici e chiese a Washington di essere aiutato, ricevendo però una risposta negativa. Tra il non ripagare il debito alle banche e l’alzare le tasse per riuscire a farlo, il Parlamento dello Stato scelse la prima strada. Il Tennessee fece quindi default e impiegò diversi anni per ritornare sui mercati. In Europa occorre seguire la strada dell’autonomia con responsabilità. I Paesi hanno esigenze specifiche e dovrebbero cercare le risorse sui mercati provando a convincerli che le useranno bene per generare sviluppo. Se ci riescono non devono essere bloccati da regole che impediscano di aumentare il deficit.

Concretamente per l’Italia cosa vorrebbe dire?

Visto che non ci si fida del nostro Paese, anziché dargli le risorse del Recovery fund con una mano togliendogliele con l’altra nel momento in cui si chiede di ridurre il deficit/Pil del 7% in tre anni, la si lasci libera di tenere alto il disavanzo fino a quando si possono fare investimenti pubblici utili a rimettere in piedi il Paese. Toccherà poi all’Italia dimostrare di essere capace di spendere bene, sapendo che in caso non ci riesca non verrà aiutata dall’Europa: sarà un problema di noi contribuenti e dei detentori del nostro debito pubblico. Tutto questo avrà certo ripercussioni politiche notevolissime, perché toccherà al Governo prendersi la responsabilità di un eventuale fallimento, ma è assolutamente compatibile con la nostra permanenza nell’Europa. Inoltre, finirebbe anche l’attuale gioco di rimpiattino tra Roma e Bruxelles, che fa comodo a entrambe perché si scaricano la responsabilità reciprocamente.

L’Italia dovrebbe però convincere i mercati. Può avere la loro fiducia senza il supporto della Bce?

Il supporto della Bce, che non riguarda solo l’Italia, non deve essere messo in discussione. La politica monetaria si è però dimostrata costantemente condizione necessaria, ma non sufficiente: occorre la politica fiscale per uscire dalla crisi. L’autonomia con responsabilità serve anche a consentire all’Europa di avere un futuro, perché se nessun Paese si fida più dell’altro sarà tutta l’Unione a contare meno nel mondo.

Pensando a quel che ha detto prima sui contenuti della Nadef, redatta dal Governo Conte-2, per il nuovo esecutivo guidato da Draghi la prova del nove è rappresentata dal Def?

Il confronto tra i due Governi si potrà fare sulla base del confronto di alcuni numeri. Alcuni saranno resi noti con il Documento di economia e finanza. Sappiamo appunto che il Conte-2 prevedeva di portare il deficit/Pil al 3% e il disavanzo primario a zero nel 2023, vedremo se Draghi confermerà questi dati o meno. Certo non sono incoraggianti le parole dello scorso ottobre dell’allora Direttore generale di Bankitalia Daniele Franco, oggi ministro dell’Economia, secondo cui bisognerebbe tornare ad avere come negli anni scorsi un avanzo primario dell’1,5% del Pil per abbattere il debito pubblico. Un altro confronto importante sarà quello sulle cifre del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Quali cifre in particolare?

Anzitutto la destinazione del 70% delle risorse a investimenti pubblici stabilita dal Conte-2: sarebbe bene aumentare tale quota. Ma per fare in modo che i progetti vengano portati effettivamente a termine nei tempi dovuti occorrerebbe anche incrementare, e di molto, i 750 milioni indirizzati al rafforzamento delle competenze del capitale umano della Pa, altrimenti non si riusciranno a indire gare di appalto fatte bene. Dunque è principalmente su questi quattro numeri che bisognerà giudicare l’operato del Governo Draghi.

(Lorenzo Torrisi)

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