PATTO DI STABILITÀ/ I passi dell’Italia che possono aiutare l’Europa a cambiarlo

- Gianfranco Fabi

Nei prossimi mesi entrerà nel vivo il dibattito sulle modifiche al Patto di stabilità. L’Italia può favorirne il cambiamento mostrando responsabilità

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Image by Dimitris Vetsikas from Pixabay

L’esito delle elezioni tedesche sarà particolarmente importante per il futuro dell’Europa. Dopo sedici anni con Angela Merkel alla guida non sarà facile per la Germania mantenere una leadership definita non solo dal potenziale economico, ma anche dal carisma politico. Il suo ruolo di primo piano svolto soprattutto nei momenti difficili su temi complessi come l’immigrazione e la pandemia dovrà essere rimodulato in base alle nuove sfide.

I prossimi mesi saranno infatti decisivi per delineare il futuro di un’Unione europea che ha cambiato volto per rispondere alle esigenze della pandemia e della crisi economica esplosa lo scorso anno. Ha cambiato volto perché è stato abbandonato, anche se ufficialmente solo sospeso, quel Patto di stabilità e crescita che imponeva vincoli rigidi sui bilanci e misure di austerità che spesso, come nel caso della Grecia, aggravavano i problemi invece di risolverli.

Ora si parla esplicitamente di riforma delle regole dei bilanci con due obiettivi principali: da una parte evitare interventi troppo drastici per tornare a un livello di debito pubblico più equilibrati, dall’altra incentivare il più possibile gli investimenti in modo da sostenere la ripresa economica e lo sviluppo dell’occupazione. 

In effetti il debito complessivo della zona euro è aumentato in tutti i Paesi a causa delle maggiori spese per limitare gli effetti negativi della pandemia e ha superato quota 100% del Prodotto interno lordo complessivo. L’impegno europeo si è concretizzato nel piano Next generation Eu che prevede una spesa di 750 miliardi di euro grazie a un debito che per la prima volta non sarà in capo ai singoli Paesi, ma sarà preso in carico dalle istituzioni dell’Unione con la Banca centrale ovviamente in prima fila.

Ma non si tratta solo di spesa. Si tratta di rendere più moderna, aperta, competitiva l’economia e in particolare l’industria europea. E questo attraverso un’adeguata politica di riforme sul contesto esterno: dalla burocrazia alla giustizia, dalla concorrenza alle infrastrutture. “Il primo asso strategico su cui puntare è una manifattura forte e indirizzata sempre più verso produzioni a più elevato contenuto tecnologico e di qualità da un lato, e associata a servizi che incorporino un grado maggiore di tecnologie e competenze dall’altro”. Lo scrive Paolo Guerrieri nelle conclusioni del libro “Partita a tre, dove va l’economia del mondo” (Ed. Il Mulino, pagg. 250, € 16). Guerrieri traccia un quadro della realtà economica mondiale, con particolare attenzione all’Asia, agli Stati Uniti e all’Europa, un quadro in cui si intersecano i fattori globali, con in prima linea il Covid, con i particolari elementi geopolitici che caratterizzano le singole realtà.

Il capitolo finale è dedicato all’Italia con la prospettiva di chi vuole correttamente valorizzare le opportunità mettendo in primo piano due elementi: il primo è il capitale umano, ricco di capacità e competenze che hanno tuttavia bisogno di una forte spinta sui fattori più innovativi, il secondo è la spinta pragmatica dell’Europa a livello di fondi, di sostegno alle riforme strutturali e di integrazione dei mercati. 

L’Italia peraltro ha una forte responsabilità. È riuscita a ottenere la fetta più grossa dei finanziamenti europei e quindi deve dimostrare a tutti che la scelta non è stata velleitaria. “Un nostro fallimento – commenta Guerrieri – potrebbe compromette il successo del Next Generation Eu e, di qui, rimettere seriamente in discussione lo stesso processo di integrazione nella Ue. Per il nostro Paese vorrebbe dire sprecare una opportunità unica che difficilmente si ripresenterà condannandoci a rimanere in quel prolungato declino che caratterizza ormai da troppo tempo l’economia e la società.” 

I fondi per la ripresa saranno verificati puntualmente dalla Commissione e dal Consiglio, come mai avvenuto in passato. Ma queste verifiche non devono essere considerate dei vincoli, ma una garanzia sul fatto che i soldi disponibili siano spesi bene e non, per intenderci, dispersi per cercare consensi elettorali. Se i prossimi passi saranno positivi potranno convincere anche i Paesi più formalmente rigorosi che una riforma delle regole di bilancio potrà essere utile a tutti. 

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