PIL +0,1%/ Il brutto segnale che arriva dalle imprese nonostante il segno più

- Ugo Arrigo

L'Istat ha rivisto al rialzo la stima iniziale sul Pil del terzo trimestre, ma si registra un segnale negativo che arriva dal mondo produttivo

robot industria formazione automazione 1 lapresse180 640x300 Laboratorio di automazione (LaPresse)

La nuova stima dei conti economici del terzo trimestre ha riaperto un piccolo spiraglio per la crescita economica, in quanto dopo la variazione nulla della prima stima di un mese fa ha fatto invece registrare ora una crescita del Pil dello 0,1%, sia rispetto al trimestre precedente (tasso congiunturale) che allo stesso trimestre dello scorso anno (tasso tendenziale).

Questo aggiustamento al rialzo non modifica tuttavia la crescita sinora acquisita per il 2023, quella che si verificherebbe con una crescita zero nell’ultimo trimestre, e la mantiene invece invariata al +0,7%. Le stime in oggetto riguardano come di consueto il Prodotto interno lordo (Pil) espresso in termini reali (nel linguaggio tecnico usato dall’Istat espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2015), e corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato. Il terzo trimestre del 2023 ha avuto infatti tre giornate lavorative in più del trimestre precedente e una giornata lavorativa in meno rispetto al terzo trimestre del 2022, fattori di cui si tiene conto nella correzione.

Ma quali componenti della domanda aggregata hanno contribuito in positivo alla crescita e quali invece hanno eroso in negativo tale contributo sin quasi ad azzerarlo? Sul podio della crescita dobbiamo collocare in primo luogo le esportazioni nette, dunque la domanda estera netta, dato che nel trimestre le esportazioni sono aumentate in termini reali dello 0,6% mentre le importazioni sono diminuite del 2%. Per l’effetto concomitante delle due dinamiche il contributo della domanda estera netta alla variazione congiunturale del Pil è stato di un punto percentuale pieno. A esso si aggiunge un contributo più ridotto, pari a 0,4 punti percentuali, proveniente dai consumi delle famiglie, cresciuti dello 0,7% nel trimestre, un dato questo molto positivo perché esclude un deterioramento delle aspettative di consumatori. Queste due componenti sono state purtroppo quasi del tutto azzerate dalla variazione delle scorte, che ha contribuito negativamente alla variazione del Pil per 1,3 punti percentuali, portando il precedente +1,4% al ridottissimo +0,1% finale.

Se si considera una domanda da parte della Pa rimasta stazionaria, i consumi finali nazionali sono risultati in crescita dello 0,6% rispetto al trimestre precedente mentre gli investimenti fissi lordi si sono ridotti dello 0,1%. In particolare sono cresciuti dello 0,4% quelli in abitazioni, dello 0,6% quelli in fabbricati non residenziali, addirittura del 7% gli investimenti in mezzi di trasporto, ma sulla somma dei tre ha prevalso in negativo la componente dei macchinari, impianti e attrezzature, diminuita dello 0,9%.

Si tratta di un dato particolarmente negativo in quanto è da questa componente che dipende la crescita della capacità produttiva del Paese e il segno meno che lo precede, in contrapposizione al dato positivo sui consumi, segnala aspettative sulle prospettive economiche di segno opposto da parte delle imprese rispetto a quelle delle famiglie consumatrici.

Se dal lato della domanda passiamo ad analizzare il lato dell’offerta vediamo che nel trimestre è cresciuto dello 0,3% il valore aggiunto dell’industria, dello 0,1% quello dei servizi, mentre è risultato ancora in flessione il settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca, con un -1,2%. Sempre nel trimestre sono risultate positive le dinamiche relative alle posizioni lavorative, alle unità di lavoro e alle ore lavorate, cresciute rispettivamente dello 0,1%, 0,2% e 0,4%. Altrettanto è avvenuto per i redditi pro-capite, cresciuti dell’1,1%.

Possiamo pertanto concludere che il trimestre sia andato meno peggio per l’Italia rispetto alle prime stime pubblicate il mese scorso, ma sulle prospettive per il prossimo anno pende come una spada di Damocle l’inflazione immaginaria percepita dalla Bce e combattuta a spron battuto a colpi di alti tassi d’interesse. Tuttavia, in base ai dati pubblicati ieri dall’Eurostat, sedici Paesi sui venti dell’Euroarea hanno registrato un livello dei prezzi al consumo in diminuzione in novembre, due stabile e solo due in lieve aumento. E, in base ai dati sul Pil pubblicati un mese fa, dodici Paesi sui venti di cui si aveva il dato registravano una diminuzione rispetto al trimestre precedente e nove anche rispetto allo stesso trimestre del 2022. Su questi aspetti occorrerà ritornare a breve.

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