PIL E POLITICA/ I nostri punti di forza che ci fanno (ancora) sperare

- Carlo Pelanda

È vero che la politica economica in Italia non aiuta lo sviluppo, ma la forza sociale del Paese consente di poter contare su alcuni fattori positivi

Roberto Gualtieri
Roberto Gualtieri (LaPresse)

Al trentennale declino della ricchezza nazionale e alle crisi visibili in alcuni settori industriali si contrappongono i dati che mostrano un’economia ancora così forte e reattiva da rendere possibile l’inversione del declino stesso qualora si instaurasse una conduzione politica che mettesse al centro della missione di governo lo sviluppo. Nel 1861 i protagonisti del Risorgimento dissero: l’Italia c’è, ora bisogna fare gli italiani. Oggi bisognerebbe dire: gli italiani ci sono, ora c’è da rifare l’Italia.

Nei commenti prevale l’attenzione ai fatti negativi – cosa comprensibile per la missione critica della stampa in una democrazia -, ma il Natale è occasione per farci tutti un dono reciproco richiamando l’attenzione su quanto di positivo c’è nella nostra comunità nazionale. Chi scrive, oltre al mestiere accademico, è anche stratega di un gruppo di investimenti industriali. Da questo osservatorio si vede che non c’è posto al mondo come l’Italia dove le piccole e medie aziende sono definibili come “salvadanai magici”: ci metti 1 euro e poi ne ricavi 3.

Il merito è di una cultura d’impresa eccezionale per flessibilità, capacità innovativa e audacia commerciale. Certo, ci sono gap. Ma il dato rilevante è che un numero crescente di aziende li sta risolvendo rapidamente – anche rendendosi conto che “piccolo” non è più bello -, segno di una grande reattività e consapevolezza dei requisiti di competitività, peraltro senza facilitazioni dalla politica economica, anzi. Nessun Paese può esibire un così grande numero di piccole-medie aziende internazionalizzate. E ce ne sono almeno tremila che nei prossimi 5 anni potrebbero quotarsi posizionando Borsa italiana tra le più grandi del mondo.

Molti sociologi descrivono una società italiana in disfacimento morale. Le centinaia di migliaia di volontari dedicati a servizi nelle comunità locali e milioni di famiglie solide non sarebbero d’accordo. Poca istruzione? Certo, ma c’è anche il fenomeno di auto-apprendimento informale non registrato dalle ricerche standard. Individualismo? Certo, ma anche un’imprenditoria di massa che non ha eguali nel pianeta. Disordine? Certo, ma anche grandi vitalità e attivismo diffuso.

Un ricercatore tedesco, ospite dello scrivente in questi giorni, ha detto: voi in Italia siete fortunati perché riformare istituzioni che non funzionano è molto più facile che rendere vitale una società passiva. La citazione è indirizzata ai politici. Cari auguri.

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