PIL & PNRR/ Lo “spopolamento” da contrastare con un boost alla crescita

- Alfonso Ruffo

L'inverno demografico italiano è acuito dai connazionali che si trasferiscono all'estero. Occorre spingere sulla crescita del Paese per invertire il trend

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Dal 2006, anno del primo rapporto Migrantes, a oggi gli italiani all’estero sono quasi raddoppiati (+91%) raggiungendo i 6 milioni con un aumento vertiginoso delle donne e degli anziani. Nel primo caso perché ai ricongiungimenti familiari si accompagna l’autonoma scelta femminile di farsi una vita altrove, nel secondo perché sempre più spesso padri e nonni si spostano dove sono figli e nipoti. Non certamente un segnale di fiducia verso il Paese nonostante gli sforzi che si stanno compiendo per renderlo più ospitale per gli stessi suoi abitanti.

Il fatto è che non si intravedono le riforme per la crescita e il Fondo monetario internazionale lancia l’allarme: se non migliora la produttività complessiva del sistema sarà molto difficile raggiungere gli obiettivi di sollevamento del Pil previsti in manovra e il rischio di una fermata dell’economia diventa realistico. Anche perché, ammonisce il Fondo, la Banca centrale europea dovrà mantenere alti i tassi d’interesse per combattere l’inflazione ed evitare che un rilassamento prematuro possa far ripartire la corsa dei prezzi in alto. Il consiglio è tagliare le spese inutili.

L’unico modo per far ripartire gli investimenti e rimettere in corsa il Paese è utilizzare al meglio le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ma la Corte dei conti, riferisce Il Sole 24 Ore, fa sapere che su 27 misure esaminate si calcolano 2,47 miliardi spesi su un ammontare di 31,11. Decisamente poco per rifornire di benzina la macchina dell’economia. Senza contare che per 31 dei 50 obiettivi da cogliere entro dicembre si configura una difficoltà tra media e alta che non fa sperare nulla di buono per il pagamento della quinta rata. Il Governo assicura tuttavia che si è nei tempi.

Su tutto questo si abbatte il pericolo del mancato accordo in sede europea sul nuovo Patto di stabilità. Fallito ogni tentativo, ammonisce il commissario Paolo Gentiloni, si tornerà a quello di prima della pandemia che impone il rispetto di rigidi parametri di bilancio: il 3% del deficit e il 60% del debito rispetto al Prodotto lordo. Le condizioni del rientro saranno difficilmente rispettabili da Paesi, come l’Italia, con un alto indebitamento pubblico e si teme che si possa innescare un movimento recessivo che farebbe scomparire ricchezza e posti di lavoro.

Tornando a parlare dopo molto silenzio, l’ex Premier già Governatore della Banca d’Italia e Presidente della Bce Mario Draghi spiega che il fenomeno di cui ci si deve maggiormente preoccupare è la perdita di competitività. Il discorso, tenuto nell’ambito di un’iniziativa del Financial Times, vale per l’Europa e ancor più per l’Italia che all’interno dell’Unione è da molti anni il partner con meno spinta. Finito il modello geopolitico della difesa garantita dall’America e dell’energia acquistata a basso costo dalla Russia, il Vecchio Continente deve darsi da fare se vuole procurarsi da vivere.

Come nel gioco dell’oca si torna a questo punto alla casella d’inizio e si spiega perché, consciamente o meno, siano sempre più numerosi i connazionali che scelgono di cambiare aria per procurarsi un futuro. Persone che magari pensano di limitare a un periodo di tempo definito la loro esperienza all’estero e che poi trovano conveniente restare dove sono contribuendo allo spopolamento del Paese già infiacchito dal crollo delle nascite. Occorre dunque che i punti di forza di cui disponiamo siano serviti con maggiore impegno e coraggio perché siano in grado di avere la meglio su quelli deboli.

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