DIETRO LE QUINTE/ Il messaggio in codice di Marchionne al Governo

- Giuliano Cazzola

Dopo l’incontro tra Fiat e Governo, c’è un punto debole nel ragionamento di Marchionne che merita di essere chiarito. GIULIANO CAZZOLA ci aiuta a comprenderlo

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Sergio Marchionne (Infophoto)

Cinque ore di discussione sono tante anche per un incontro che abbia all’ordine del giorno il futuro del settore auto e del suo indotto. Il Governo ci ha abituati a riunioni-fiume (bei tempi quando Giulio Tremonti varava una legge finanziaria in nove minuti!) perché i professori-ministri finiscono per atteggiarsi a discussants anche sulle proposte dei colleghi. Per loro il “cerchio magico” intorno al quale si riunisce il Consiglio dei ministri rappresenta un’enorme tavola rotonda dove sono tenuti a esprimere le proprie opinioni in libertà, riservandosi magari di puntualizzarle meglio nel prossimo articolo.

Diverso è il caso di Sergio Marchionne, un manager giramondo (qualcuno, con intenzione maligna, lo ha definito “apolide”), per il quale il tempo è denaro. Ma risulta ancor più incomprensibile la durata dell’incontro di sabato se messo a confronto con la genericità del testo del comunicato finale, redatto con un’abilità d’altri tempi, quasi dorotea. In sostanza, la Fiat farà gli investimenti quando lo riterrà utile e opportuno, non è intenzionata a lasciare l’Italia, anzi proverà a vendere all’estero prodotti costruiti negli stabilimenti italiani. E alla fin dei conti, “un po’ per celia e un po’ per non morir”, Sergio Marchionne lascia intendere che se si trovasse la strada per qualche aiuto (magari alla ricerca e allo sviluppo o all’export), il Lingotto non direbbe di no.

Dicono, poi, che non si è parlato di ammortizzatori sociali, ma è fin troppo facile immaginare che una proroga della cassa integrazione (magari ricorrendo a quella in deroga) si renderà necessaria, visto che le attuali coperture non arrivano a quel fatidico 2014 in cui dovrebbe ripartire il mercato. Nelle prossime ore il Governo incontrerà i sindacati, i quali esprimeranno le loro fondate preoccupazioni.

In questi ultimi giorni abbiamo sentito pronunciare delle parole sensate dal leader della Cisl, Raffaele Bonanni, il quale non ha esitato a riconoscere il contesto difficile in cui opera il gruppo. Altri si ostinano a “rammendare le solite vecchie calze” della polemica pretestuosa. Che senso ha, per esempio, sottolineare che non tutte le imprese automobilistiche sono in crisi, citando il modello della Volkswagen e dimenticando i casi della Peugeot e di altri produttori europei che stanno chiudendo stabilimenti e riducendo il personale? A noi non risulta, tanto per cogliere talune differenze, che il potente sindacato IG Metal sia diretto da un emulo di Maurizio Landini.

C’è però un punto debole nel ragionamento di Marchionne che merita di essere chiarito. Mettiamo pure che il mercato riprenda vigore nel 2014. Mettiamo anche che non abbia senso – come l’ad ha dichiarato nella bella intervista a La Repubblica – investire oggi come se nulla fosse successo per trovarsi a non vendere e per arrivare nel 2014 con prodotti e modelli divenuti vecchi. Ma quando il mercato tornerà alla normalità che cosa avrà da offrire la Fiat? I nuovi prodotti non si improvvisano; occorrono progettualità e investimenti. E il momento giusto per progettare e investire non può essere certo quello previsto nel piano di Fabbrica Italia, ma non si potrà neppure aspettare la svolta del 2014 per darsi da fare.

Detto fra noi, abbiamo avuto l’impressione che Marchionne, in fondo, abbia mandato all’establishment di casa nostra un messaggio che ci prendiamo la libertà di riassumere così: l’Italia è un Paese in cui una grande multinazionale non è in grado di agire e operare secondo le regole della competitività. La Fiat ci ha provato (a Pomigliano e a Mirafiori) ricevendo in cambio solo incomprensioni e critiche da un’opinione pubblica ostile e da istituzioni (a partire da quelle giudiziarie) ferme al secolo scorso. Se, per tanti motivi, il gruppo deve restare in Italia, con una sua presenza magari ridimensionata, lo Stato deve andargli incontro, come avviene in Brasile e negli Usa e come potrebbe accadere – solo chiedendolo – in tanti Paesi dell’Est europeo.

Non è possibile? Le regole dell’Unione non lo consentono? Dispiace, il Lingotto ci ha provato, con tanta pazienza e buona volontà. Ma, visti gli insuccessi, è meglio stabilizzarsi laddove si può affermare senza tema di smentite “Hic manebimus optime”. Del resto che cosa si può attendere Marchionne da un Paese dove i leader dei principali partiti si sono sbracciati a dichiarare che, se aiuti vi saranno, essi non possono essere destinati alla sola Fiat?

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