TFR IN BUSTA PAGA/ Il “trucco” di Renzi per mettere le mani sui soldi delle Pmi

- Giuliano Cazzola

Matteo Renzi sembra intenzionato a far arrivare nella busta paga dei lavoratori una quota degli accantonamenti del Trattamento di fine rapporto. Il commento di GIULIANO CAZZOLA

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È una specie di fiume carsico: si inabissa e ricompare in superficie pochi giorni dopo. L’operazione viene sconsigliata da quasi tutti, ma piace al Premier che non esista a rilanciarla, pervicace nell’inseguire uno dei suoi chiodi fissi: incentivare i consumi rimasti “in sonno” anche dopo l’erogazione del bonus di 80 euro, mediante l’inserimento in busta paga di una quota degli accantonamenti del Trattamento di fine rapporto (Tfr). Dovrebbe trattarsi di una scelta volontaria e, soprattutto, non dovrebbe mettere in difficoltà le piccole imprese che in larghissima misura ancora detengono le quote dei loro dipendenti che non hanno aderito a una forma di previdenza complementare a capitalizzazione.

Non sarebbe la prima volta che qualcuno si alza, al mattino, e si vanta di aver scoperto l’acqua calda, salvo poi arretrare dopo aver verificato le controindicazioni che una misura siffatta comporterebbe. Sembra, però, che, al momento opportuno, non ci saranno ripensamenti. Nella Legge di stabilità Renzi “asfalterà” anche le liquidazioni degli italiani. Chi scrive ha sempre nutrito seri dubbi su proposte di tale natura, anche se i loro sostenitori presentavano, in via di principio, argomenti non privi di senso.

È vero: il Tfr è un istituto vigente solo nel nostro Paese al punto che, nei consessi europei e internazionali, i rappresentanti italiani stentano a spiegarne la funzione ai propri interlocutori; così, il relativo ammontare, nei monitoraggi della spesa sociale, finisce per essere conteggiato o in quella pensionistica oppure alla voce disoccupazione. Inoltre, c’è sempre il rischio di essere paternalisti e di voler insegnare ai lavoratori che cos’è più conveniente, anche nell’utilizzare le risorse loro spettanti.

Il diritto del lavoro, infatti, è sovraccaricato di diritti inderogabili e indisponibili per il dipendente che ne è titolare, come se fosse un minus habens, perennemente sottoposto a un tutore, sia esso il legislatore, il giudice o il sindacato. Certo – si dirà – il prestatore d’opera è capace di intendere e di volere e di scegliere ciò che è meglio per lui e la sua famiglia. È il caso, però, di orientare le politiche retributive e del lavoro verso obiettivi prioritari e non abbandonarsi a una visione moderna del lavoratore-buon selvaggio traviato dagli ordinamenti politici e sociali.

Se, ad esempio, tutti gli Stati hanno ritenuto loro dovere, in una certa fase dell’evoluzione storica, di predisporre strumenti di welfare pubblici e obbligatori (pesanti o leggeri che siano), rifiutando l’idea del “ecco le risorse, arrangiati!”, una ragione dovrà pur esserci: il lavoratore non è libero di rinunciare a uno zoccolo di diritti che l’ordinamento gli riconosce per qualificarsi come “Stato sociale”, una definizione in cui l’aggettivo diventa un modo di essere del sostantivo. Io credo, allora, che il Tfr sia una risorsa troppo importante per l’autofinanziamento delle imprese e per le esigenze fondamentali dei lavoratori per essere gettato nella mischia della vita quotidiana, nell’intento disperato di raschiare il fondo del barile.

Il Tfr è la principale fonte di finanziamento della previdenza privata, che ha una funzione strategica nel garantire una maggiore adeguatezza per i trattamenti pensionistici. Inoltre, sono consentite significative anticipazioni degli accantonamenti (anche di quelli detenuti nelle posizioni individuali dei fondi pensione) allo scopo di affrontare delle spese cruciali nella vita di una persona e della sua famiglia, come le cure sanitarie o l’acquisto di un’abitazione. Poi, davvero, le somme del Trattamento di fine rapporto, finite a incrementare le buste paga, sarebbero indirizzate ai consumi? Il fatto che la liquidità e i depositi bancari degli italiani siano aumentati di 234 miliardi avrà pure un significato.

Poi, vi era un altro aspetto da considerare: gli accantonamenti annui del Tfr hanno già una loro destinazione. Rimanendo soltanto nell’ambito del settore privato (nel pubblico impiego la normativa è più complicata, poi a pagare dovrebbero essere le amministrazioni, quindi aumenterebbe la spesa pubblica, che ha già tanti problemi di suo), le quote sono così ripartite: 5,5 miliardi alle forme di previdenza complementare; 6 miliardi al Fondo Tesoro gestito dall’Inps (corrispondenti alla parte che i lavoratori, occupati nelle aziende con 50 e più dipendenti, non utilizzano come finanziamento della previdenza complementare e che i datori devono versare nel Fondo suddetto); tra gli 11 e i 14 miliardi (a seconda delle valutazioni) detenuti nelle aziende fino a 49 dipendenti in conseguenza dell’opzione dei lavoratori di restare nel regime del Tfr. Queste ingenti risorse sono scritte a bilancio e costituiscono un’importante forma di autofinanziamento, essenziale in un momento come l’attuale.

Sembrava evidente che il Governo intendesse mettere le mani, prioritariamente, su quest’ultimo malloppo. In primo luogo, perché è l’unica quota che non abbia una specifica destinazione, come le altre citate. Del resto, quale altra funzione avrebbe avuto l’idea di un patto con l’Abi per destinare alle Pmi – come compensazione del venir meno del Tfr – gli stanziamenti derivanti dalla Bce, se non che fosse proprio quello il settore da colpire con il nuovo intervento? Ma come si fa a chiedere a un’impresa di inserire nella busta paga dei lavoratori che lo chiedono, la metà del flusso della liquidazione, per poi passare in banca a riscuotere, come se essa dovesse erogare credito a prescindere dalle garanzie fornite, diventando così, nei fatti, lo sportello erogatore del Tfr altrui?





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