DIREZIONE PD/ Renzi trova “l’uscita di sicurezza” grazie alla Fornero

- Giuliano Cazzola

Matteo Renzi sembra aver messo in scacco sindacati e minoranza del Pd con la sua posizione sulla reintegra. Di fatto identica a quella della legge Fornero. GIULIANO CAZZOLA

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Elsa Fornero (Infophoto)

Di Matteo Renzi – come del suo Governo e della sua azione politica – si può pensare tutto il male possibile. Chi scrive non appartiene certamente al club degli estimatori che si sta riducendo giorno dopo giorno. Eppure, un merito gli va riconosciuto: quello di indurre i propri avversari a un arretramento precipitoso rispetto alle posizioni sostenute e difese con ostinazione per decenni. Almeno in materia di lavoro.

È stato così in occasione del decreto Poletti sui contratti a termine e l’apprendistato. La sinistra del Pd e la Cgil hanno lasciato passare – soprattutto in tema di rapporto a tempo determinato – una modifica che ha reso strutturale uno strumento di flessibilità molto importante. In questi giorni, per quanto concerne le norme sui licenziamenti, a partire dalla riunione della Direzione del Pd, saranno avanzate controproposte (rispetto a quelle annunciate dal premier) che fino a pochi mesi or sono sarebbero state respinte, con sdegno, dai loro stessi autori. Analoghe considerazioni potrebbero essere svolte a proposito delle “disponibilità” manifestate dalla Cgil.

In sostanza, agli oppositori interni di Renzi e a Susanna Camusso basterebbe che la reintegra fosse ancora prevista dopo un certo numero di anni di anzianità di servizio, nell’ambito del percorso della tutela crescente. A prescindere dal merito (invero discutibile), è indubbio riscontare delle novità in tale posizione politica. Perché, allora, è divenuto all’improvviso possibile confrontarsi (se il Governo lo volesse) su materie che fino a ieri erano ritenute inderogabili, indisponibili e non negoziabili? Sono cambiati i gruppi dirigenti sindacali? Vi è stata forse, in loro, una maturazione notturna? Oppure gli esecutivi precedenti – anche quelli di centrodestra – erano dei grandi “dissipatori di consenso”, incapaci di comprendere che l’innovazione covava sotto la cenere se soltanto si fosse trovato il coraggio di alimentarne la debole fiammella? O, più banalmente, Matteo Renzi sta dimostrando una volta di più che la sinistra “conservatrice” e la Cgil sono soltanto delle “tigri di carta”? È sufficiente sfidarle per accorgersi che non ruggiscono, non graffiano e non mordono. E pensare che – come nella favola – c’è voluto un ragazzotto toscano, un po’ sbruffone, per dimostrare che il re era nudo.

Tutto ciò premesso, che dire delle conclusioni della direzione del Pd? In verità, è difficile – se ci si limita al merito – comprendere i motivi per cui quel partito si trova sull’orlo di una spaccatura profonda. Matteo Renzi è uno che parla per titoli e fa di tutto per mantenere delle “uscite di sicurezza”. Chi scrive, quando ha sentito – dai telegiornali perché si rifiuta di seguire il dibattito in diretta – le affermazioni di Renzi secondo cui la reintegra sarebbe rimasta, non solo, come è pacifico e condiviso da tutti, per il licenziamento discriminatorio o nullo, ma anche per quello disciplinare (qui sta il vero problema), si è domandato: “Allora, cosa cambia rispetto alla legge Fornero?”.

Ha ragione l’ex ministro a dichiarare che se questa è la situazione, il “lavoro sporco” lo ha già fatto lei, stabilendo una procedura conciliativa preliminare e una più ampia discrezionalità del giudice nel caso di licenziamento economico (modifiche, che, peraltro, hanno avuto delle conseguenze pratiche interessanti, se solo ci si prendesse la briga di fare un po’ di monitoraggio). In buona sostanza, siamo sempre più convinti che gli aspetti di natura politica abbiano il predominio.

È in atto un regolamento di conti che ha bisogno di bandiere dietro a cui schierare le truppe. Renzi rilascia dichiarazioni e interviste in cui tira il collo a norme di delega dove non sta scritto niente di quanto si propone di fare. Lo scontro sul Jobs act Poletti n. 2 si svolge tra due sinistre: quella conservatrice e quella riformista. Ma il terreno di gioco è lo stesso: l’idea, sempre più fuori dalla realtà, che la figura centrale e prevalente del mercato del lavoro debba essere quella del dipendente assunto a tempo indeterminato.

A sinistra, conservatori e riformisti, accettano tutti questo dogma che ispira il disegno di legge delega. Si dividono su quale sia il modo migliore per realizzare tale obiettivo: forzando la vita quotidiana dentro i loro schemi ideologici come vogliono continuare a fare i conservatori o incoraggiando i datori ad assumere a tempo indeterminato con incentivi economici e tutele più sostenibili in tema di recesso. E Il centrodestra si illude di poter svolgere un ruolo autonomo nella competizione in corso…



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