ROSATELLUM/ Pd e FI consegnano a Salvini le chiavi del nuovo governo

- int. Luciano Ghelfi

Con 5 voti di fiducia ottenuti sul filo del numero legale, la maggioranza (Pd, Ap, Ala) ha salvato il Rosatellum al Senato. Oggi il sì definitivo. Lo scenario di LUCIANO GHELFI (Tg2)

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Paolo Romani al Senato: le mosse del Centrodestra (LaPresse)

Renzi voleva correre e Forza Italia glielo ha permesso. Con 5 voti di fiducia ottenuti sul filo del numero legale, la maggioranza (Pd, Ap, Ala) ha salvato il Rosatellum a Palazzo Madama, che oggi potrebbe dare il sì definitivo. Il segretario del Pd ha imposto l’approvazione a tappe forzate temendo che dopo le elezioni siciliane il quadro politico risulti ancora più fragile. “Dobbiamo accelerare — avrebbe detto Renzi ai suoi — altrimenti dopo il voto siciliano non li tengo più”. Le turbolenze interne successive ad una probabile sconfitta in Sicilia renderebbero di fatto ingestibile qualsiasi operazione parlamentare, a maggior ragione su un dossier così delicato come la legge elettorale. “Un’eventualità che Renzi ha capito da tempo di non potersi permettere — spiega Luciano Ghelfi, quirinalista del Tg2 —. Ma questa è anche la fine dei giochi. Quando un governo sta in piedi perché una parte dell’opposizione esce dall’aula, ben difficilmente potrà approvare provvedimenti differenti dalla legge di bilancio. Per intenderci, sarebbe temerario portare in aula lo ius soli”. 

Intanto però Guerini e Martina hanno fatto capire a Gentiloni che alzare l’età pensionabile per tutti non va bene. 

E’ una battaglia tipica da campagna elettorale. Vuol dire che ci siamo già dentro.

Circolano alcune simulazioni secondo le quali il Pd, autore della legge, otterrebbe pochissimi o addirittura nessun collegio uninominale al nord. Possibile?

Ci sono due aspetti del problema. Il primo è che il Rosatellum garantisce il controllo pressoché completo delle candidature. E questo fa comodo a tutti, M5s compreso. Secondo, questa legge elettorale offre la possibilità di una blanda coalizione, buona per ampliare il bacino elettorale dei candidati che si affronteranno negli scontri diretti, ma non per fare molto di più. 

E qui, nei collegi uninominali, i grillini sono svantaggiati. Non così Berlusconi. Ma Renzi?

Renzi non farà accordi con Mdp, ma con Pisapia e la sua sinistra sì. Per questo sarei cauto nel fare previsioni. Una legge elettorale è un’alchimia sulla quale è arduo fare previsioni; lo dimostrano le elezioni del ’94 e del 2006. Anche nel 2018 un minimo spostamento dei voti potrebbe far saltare gli schemi disegnati a tavolino. Detto questo, resta intatta la questione di fondo.

La possibilità di avere una maggioranza solida e un governo stabile?

Precisamente. Il vero problema è gestire la tripolarizzazione. Non c’è legge che riesca a governare una situazione tripolare.

Quello che abbiamo visto al Senato, con Forza Italia che aiuta il Pd non partecipando al voto di fiducia e dando prova di un’intesa perfetta su una legge che conviene a entrambi, è già un test della nuova intesa di governo?

In pratica sì. Resta da vedere come questo patto si realizzerà dopo una campagna elettorale che sarà molto combattuta, perché l’impianto della legge è proporzionale e questo vuol dire che la competizione sarà di tutti contro tutti, compresi i partiti coalizzati. Poi, dopo il voto, le coalizioni sono così blande che tutto sarà possibile.

Che cosa intende?

Che il centrodestra potrebbe perfino dividersi. Oggi i numeri dicono che è improbabile che Renzi e Berlusconi ottengano insieme i 316 deputati che consentono di avere la maggioranza alla Camera. Dovranno convincere Salvini a sedersi al tavolo. Cosa non impossibile, ma improbabile.

A quel punto?

Il patto Pd-Forza Italia non è una novità, lo abbiamo già visto con il governo Letta. Ma se questa formula non basta più, entriamo in una terra incognita, in cui ci sarà bisogno di altri apporti, e questi dovranno venire dalla Lega. In alternativa, si dovranno inventare strade nuove. O tornare al voto dopo sei mesi.

(Federico Ferraù)

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