POLITICA & INCHIESTE/ Muore il Nazareno, c’è il patto Franceschini-Gentiloni

- int. Massimo Giannini

L’inchiesta Consip rompe “l’equilibrio politico sottostante l’ultima stagione italiana, dal patto del Nazareno in poi” a vantaggio degli ex-Dc. Il commento di MASSIMO GIANNINI (Repubblica)

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Sergio Mattarella (LaPresse)

Non solo tangenti per appalti confezionati su misura. Nel giorno in cui esplode l’inchiesta Consip, arriva la notizia che Denis Verdini (il cui nome compare nelle carte dell’inchiesta) è condannato a 9 anni per il crac dell’ex Credito Cooperativo Fiorentino. Un intreccio pieno di conseguenze politiche. Perché, come spiega Massimo Giannini, editorialista di Repubblica, nel caso di Matteo Renzi se “non è in questione il codice penale, lo è quello morale di chi fa politica”. Da oggi la “consorteria toscana” è in seria difficoltà. Di più: secondo Giannini si rompe “l’equilibrio politico sottostante l’ultima stagione italiana, dal patto del Nazareno in poi”.

L’inchiesta Consip è un caso di giustizia a orologeria?

No. Giustizia a orologeria è una formula sbagliata, buona per non guardare in faccia la realtà. E vero che questa inchiesta, che esiste da tempo, viene da una procura considerata da molti avversari della magistratura non sempre rigorosa nell’approccio investigativo. Ma ammesso e non concesso che questo sia vero, ora le carte sono nelle mani della procura di Roma, che sotto la direzione di Pignatone lavora molto seriamente e si è lasciata alle spalle i tempi del “porto delle nebbie”. 

Lei su Repubblica ha scritto del governo Gentiloni in termini allarmanti: tra congresso del Pd, manovrina di primavera e maxi-manovra d’autunno, lo attende “una via crucis di battaglie politiche e di sfide economiche” campali. Si trova più in difficoltà Gentiloni per questi motivi o Renzi a causa del fronte giudiziario?

Renzi è reduce da una sequenza di sconfitte molto pesanti, dalle amministrative al referendum, e ciascuna di esse ha rappresentato un campanello d’allarme che l’ex premier non ha voluto ascoltare. Infine ha perso il governo e poi ha dovuto mollare la segreteria del Pd. Ora tutto diventa più complicato.

Il codice penale però non c’entra, almeno per ora. Né per il padre né tanto meno per lui.

Non è in questione il codice penale, ma quello morale di chi fa politica. Il politico deve sapere che anche le vicende che riguardano i suoi familiari chiamano ad un’assunzione di responsabilità. E’ un codice che deve valere sempre: Renzi stesso a suo tempo lo ha applicato ai ministri Lupi e Guidi. Non erano coinvolti personalmente nelle inchieste che li hanno toccati, ma hanno rassegnato le dimissioni, a mio parere giustamente, perché sono stati sensibili all’assunzione di responsabilità che la politica impone. 

Cosa accadrà nel congresso del Pd?

La vicenda di papà Tiziano influirà certamente sulle primarie. Emiliano e Orlando presi singolarmente non hanno chances, ma se Renzi non ottenesse il 50 per cento al primo turno e i due si coalizzassero al secondo turno, non sono così sicuro che il segretario uscente possa prevalere.

L’altro aspetto rilevante è quello che riguarda il governo.

Ci sono le sfide economiche che sappiamo e che fanno tremare le vene ai polsi. Ma prima ancora c’è un altro aspetto non meno delicato legato alla vicenda Consip ed è la posizione di Luca Lotti.

 

Il sottosegretario dovrebbe fare chiarezza.

Sì, ma spiegando molto di più di quello che ha gia detto in qualche brevissima ed estemporanea dichiarazione pubblica. C’è un problema che riguarda la sua posizione dentro il governo. Non solo perché il suo nome figura nella consorteria toscana affaccendata intorno alla mangiatoia Consip insieme a Carlo Russo, Tiziano Renzi e Denis Verdini. L’ad di Consip Luigi Marroni ha detto ai pm che la notizia dell’inchiesta, da cui la necessità di stare attenti alle intercettazioni telefoniche e ambientali, gli venne data proprio dal sottosegretario Lotti nel luglio 2016. Quello che ha detto Marroni andrà verificato, ma se fosse vero occorre chiedersi se un ministro gravato di quest’ombra possa restare al suo posto.

 

Sulla “consorteria toscana” oggi è arrivata un’altra mazzata, la condanna di Denis Verdini a 9 anni per il crac del Credito Cooperativo Fiorentino. Si può dire che sono stati colpiti i fautori del patto del Nazareno?

E’ un dato di fatto. Però non si tratta nemmeno questa volta di “giustizia a orologeria” o di una magistratura che si muove con in mano l’agenda della politica. Su Verdini pesano da anni inchieste, processi e anche condanne.

 

Ma non si può negare che tutto il giglio magico è ora improvvisamente in difficoltà.

Certo. Lo ripeto, il problema politico c’è. E riguarda non solo Renzi e il giglio magico, ma tutto l’equilibrio politico sottostante l’ultima stagione politica italiana, dal patto del Nazareno in poi. 

 

Non pensa che il governo, proprio alla luce di tutti questi elementi, abbia urgente bisogno di un altro baricentro politico e sia al lavoro per trovarlo?

Più che un governo che attraverso strappi successivi si rende autonomo da colui che lo ha fatto a sua immagine e somiglianza, vedo un esecutivo costretto a muoversi lungo un crinale sottile e scivoloso, sul quale deve alternare atti di fedeltà a Renzi con atti che, se non sono di rottura, devono essere di tangibile discontinuità. 

 

Da Renzi a Orlando, per intenderci?

Non direi, almeno per ora. Il quadro è più articolato. Sono in campo due forze: la consorteria toscana e la filiera democristiana. E mi pare che in ragione delle vicende giudiziarie dette, si vada rafforzando quest’ultima.

 

Di chi parliamo?

E’ quell’asse che parte dal Quirinale, dove c’è Sergio Mattarella, incrocia palazzi Chigi dove c’è Paolo Gentiloni — che non è un democristiano, ma non appartiene nemmeno al milieu della sinistra rampante e affarista di cui Renzi è la massima espressione — e poi arriva dentro il Pd, rappresentato dalla componente di Franceschini.

 

Che fin dall’inizio ha puntato tutte le sue carte sulla tenuta di questo governo. 

Sì. Ma non può esserci un cambio di fronte, perché se non succedono cose clamorose i numeri della maggioranza li ha in mano il Pd, e finché il congresso non viene celebrato e concluso il Pd è in mano a Renzi. Gentiloni non può permettersi il lusso di fare per conto suo, perché se fa così il governo può ancora saltare. Deve muoversi con accortezza dentro la filiera democristiana, ma sa come si fa e lo sta facendo.

 

E i fuoriusciti del Pd?

Hanno fatto la scissione ma paradossalmente sono le “guardie rosse” di Gentiloni. Hanno compiuto una rottura con Renzi sulla base di una piattaforma politica che potremmo definire socialdemocratica o keynesiana; in forza di questo hanno interesse a premere su Gentiloni e a condizionarlo, perché faccia scelte in discontinuità rispetto al renzismo neoliberista. 

 

Primo, dunque, galleggiare.

No. La vera cosa che non possiamo permetterci è proprio un governo stile milleproroghe. Se quest’anno l’Italia punta a galleggiare, andrà a fondo.

 

(Federico Ferraù)

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