SPY ELEZIONI/ Il piano di Renzi per chiudere il Pd

- Salvatore Sechi

La candidatura di Casini a Bologna è il simbolo della liquidazione del Pd, trasformato in un manipolo di pretoriani. Ma è anche la prova che Bersani & co. si sono sbagliati. SALVATORE SECHI

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Matteo Renzi (LaPresse)

In scena c’è il caro estinto, cioè il Partito democratico. Per siglarne la morte Matteo Renzi ha sfidato la misura, il buon senso, il minimo rispetto dovuto al passato. Passato vuol dire tradizione, e quindi la storia della sinistra comunista in Italia. Poiché il cadavere era pesante da trascinare, ha pensato di imitare Achille Occhetto. Alla Bolognina, il segretario generale del Pci cambiò nome al partito. Il muro di Berlino faceva, dunque, sfracelli anche nella terra del Cardinal Legato. Renzi invece si serve del centro di Bologna, che più centro non potrebbe essere, per candidarvi Pier Ferdinando Casini.

In attesa di conoscere il testo della sua relazione finale sullo sfacelo del sistema bancario, Renzi si è premurato di indurre il vecchio elettorato della sinistra emiliana a votare compatto per un esponente impeccabile e civilissimo del centrodestra. Quanti militanti, ma anche quanti elettori lo seguiranno in questo suo bonapartismo fintamente disinvolto?

Sfidando l’orgoglio, la pazienza e lo stesso onore di un elettorato molto tradizionale e fedele, Renzi ha suonato la marcia trionfale a un carissimo nemico come Casini. Spetterà a Errani e Bersani (candidati di Liberi e uguali) accertare quale eredità (elettorale e non solo) hanno lasciato nel capoluogo della regione che come presidenti hanno a lungo governato.

Se i due esponenti della scissione del Pd a Bologna riusciranno a sconfiggere Casini, dovranno ricredersi. Valeva, cioè, la pena di restare in una caserma prussiana qual è diventato il Pd renzizzato. Non ci sarebbe voluto molto più coraggio e determinazione di quella dimostrata da due perdenti inconsolabili come Orlando ed Emiliano per minacciare la rottura del partito, e farla, se Renzi avesse osato non riservare alla minoranza il numero di candidature corrispondenti al loro peso effettivo conquistato nei congressi del partito. Abbandonando il Pd, Bersani l’ha consegnato come una manomorta al suo principale avversario. In questi giorni avrebbe potuto sconfiggerlo organizzando una sollevazione di massa, parlamentare e no, contro quello che per la storia della sinistra assomiglia ad una sorta di usurpatore.

Oggi è chiarissimo che il compagno di Rignano ha un solo disegno in testa: distruggere il Pd come forza politica socialmente insediata. Punta a farne un organo del potere, una federazione elettorale di capi-bastone, signorotti delle tessere e beneficiari di risorse e mance dello Stato.

Mi pare un atto di generoso, inveterato buonismo l’affermazione di Romano Prodi secondo cui il Pd sarebbe il federatore della sinistra italiana. Le candidature imposte da Renzi non sono meno mediocri, nell’insieme, di quelle da pianto greco dei 5 Stelle e dello stesso centrodestra.

Nel fare le lista ha avuto in testa solo un obiettivo: fare dei probabili 200 parlamentari una massa di manovra, cioè dei pretoriani. E’ l’espressione di un gusto spiccato per il potere senza remore. E senza decenza: al punto tale da considerare il controllo del territorio un valore insignificante. Pertanto, deputati e senatori dell’Italia centro-settentrionale sono stati candidati in Sicilia o nel profondo Sud. Il calcolo perverso, infatti, è di sradicarli, farne degli estranei agli stessi elettori.

Dunque, siamo alle esequie del Pd. C’è una fortuna che purtroppo Bersani non sa apprezzare: il centrodestra italiano non è minimamente assimilabile a Trump o a Le Pen. Pertanto, il pericolo evocato da Leu e dallo stesso Renzi è un escamotage elettorale, priva di qualsiasi fondamento. Comunque si guardi il ventennio della guida berlusconiana del governo, non si può sostenere che abbia fatto come l’estrema destra repubblicana negli Stati Uniti e in Francia. Cambiare le cose e falsarle predispone alla guerra civile, e non ad un fisiologico dissenso.

In Italia Renzi ha prima devastato e ora seppellito la sinistra. Ne ignora i bisogni e i meriti. Non ha alcun programma se non quello di mettersi a capo di ciò che ne rimane. Nella società e nei movimenti politici contano soprattuto le competenze che derivano dalla capacità di leggere come e dov’è cambiato il modo di lavorare, le professioni richieste, che cosa ci prospetta il futuro. Ma il Pd renzizzato ha la vista corta, si circonda di mandarini e premia la peggiore malattia italiana, il servilismo. 

Come si fa infatti a non valorizzare le competenze di uno studioso come Pietro Ichino, che a Renzi ha insegnato come funzionava il sindacato (e i limiti della Cgil), oppure a umiliare un deputato competente come Ermete Realacci o un parlamentare gay come Sergio Del Giudice, che ha difeso i diritti dei diversi? E dovendo imbarcare un giornalista, Renzi si spende per Claudio Cerasa.

Il direttore del quotidiano Il Foglio soffre di un mix di presbitismo e miopia. Ogni giorno attacca i 5 Stelle accusandoli di essere dei fascisti e prigionieri di una concezione della democrazia interna altamente autoritaria. Ma dovendo occuparsi di quell’esempio di sisma napoleonico scoppiato nella riunione della direzione del Pd, confina la notizia nell’ultima pagina.

Non basta. La titola con un lessico esangue e mellifluo: “Chi ha vinto e chi no nella battaglia delle liste Pd (ma con un rischio per tutti)”. Sono i prezzi del collateralismo spinto, della corsa sfrenata verso il vincitore. E se Renzi, invece, oltre che affossatore fosse anche perdente?

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